Cosa significa Haute Couture nel 2020: è la fine delle sfilate di moda?

10 luglio 2020

Frame dal fashion film di Matteo Garrone per Dior Haute Couture


La Fédération de la Haute Couture et de la mode di Parigi ha fatto una scelta ben precisa per la presentazione delle collezioni 2020: la pandemia da Coronavirus e il conseguente distanziamento sociale rischiavano di distruggere la fashion week, che si è quindi spostata interamente sul digitale. Ma cosa significa questo per la haute couture e per la moda in generale? Il tempo delle sfilate è finito?


Cosa significa Haute Couture nel 2020?

In un mondo così eternamente in cambiamento, lo tsunami del Coronavirus non poteva che abbattere anche il sistema moda, che ha dovuto inventare nuovi vocabolari e strumenti per raccontarsi. Questo è tanto più importante nel mondo della Haute Couture, là dove ogni abito è un'opera d'arte e ogni singolo pezzo della collezione vale innumerevoli ore di lavoro (e svariate migliaia di euro). 
Come raccontarsi in modo nuovo, come vivere il sogno dell'alta moda parigina attraverso uno schermo? La Fédération de la Haute Couture et de la mode di Parigi, che stabilisce i criteri secondo i quali una griffe e una collezione possano entrare nel patinato mondo della haute couture, ha scelto il total digital. La consueta fashion week di Parigi si è svolta, nella sua edizione di luglio, in versione distanziamento sociale e di fatto... non si è svolta. 
Il calendario della Haute Couture Week ha infatti permesso ad ogni maison di caricare sul sito ufficiale un mini fashion film di pochi minuti e in quasi nessuno di essi abbiamo visto gli abiti veri e propri. Alla domanda cosa significa Haute Couture?, in un momento in cui toccare con mano la preziosità e la maestria di tessuti impalpabili e lavorazioni artigianali non è possibile, i creativi hanno risposto con fashion film che ne evocano l'assoluta unicità

Un look Giambattista Valli Haute Couture 2020



Da Schiaparelli a Elie Saab a Dior: l'haute couture per immagini

Un'opera scultorea di Iris Van Herpen indossata dall'attrice (celebre per Game of Thrones) Carice Van Houten; un fashion film che lega le texture della natura e dell'universo a quelle degli abiti regali di Elie Saab; tre outfit raccontati da Mika per rappresentare il cambiamento al tempo della pandemia secondo Viktor & Rolf. Ogni mini film non ha il compito di illustrare la collezione haute couture ma più che altro il concetto filosofico che l'ha ispirata, sia esso un modo per affrontare tempi turbolenti o un rifugio nella natura là dove la società perde le proprie certezze. O ancora un mondo fantasy in cui gli abiti sono parte integrante di un vero e proprio film d'autore: è il fashion film di Matteo Garrone per Christian Dior, girato nell'atmosfera onirica del Giardino di Ninfa a Roma. Schiaparelli preferisce invece concentrarsi sul dietro le quinte. Immagini della pandemia, della nostra "nuove normalità" alla quale è così difficile abituarsi si fondono con gli schizzi di una nuova collezione haute couture, una fuga dalla bruttezza dei tempi del Coronavirus che saranno però di ispirazione per creare bellezza.
In fondo cosa è sempre stata, l'alta moda, se non la trasformazione dell'attualità in opera d'arte? Con la pandemia in corso, ciò significa che l'haute couture sublima il suo rapporto con l'arte, la musica, la letteratura, in un racconto che mescola le tecniche espressive e le rende un unico sogno nel quale rifugiarci in attesa di tempi migliori. 

Un frame dal fashion film di Matteo Garrone per Christian Dior


Un bozzetto Schiaparelli Haute Couture 2020


Outfit dal fashion film Viktor & Rolf Haute Couture 2020 
Un frame dal fashion film di Elie Saab 


Carice Van Houten nel fashion film di Iris Van Herpen 


Questa è la fine delle sfilate di moda per come le conosciamo?

Io non credo. Se il fashion film e il digitale sono la nuova frontiera della comunicazione di moda, le sfilate vere e proprie continueranno ad esistere. Perché disegnare abiti non è solo un'arte, è anche un commercio. Lo sanno bene Chanel e Giambattista Valli, che nonostante il nuovo metodo espressivo cercano di mantenere l'attenzione sui modelli. Rassicuranti, in pieno stile Chanel, quelli presentati per l'haute couture della maison di Coco: i tailleurini e il tweed, le maxi tasche e le preziose applicazioni floreali continuano a farla da padrone nella griffe che ancora non ha trovato la sua nuova rotta dopo la morte del Kaiser Karl Lagerfeld. Ma che continua a rappresentare la moda parigina a un livello talmente iconico da risultare irresistibile, anche in questa veste un po' agée.
Le nuvole di tulle colorato avvolgono le modelle anche in questa collezione haute couture 2020 per Giambattista Valli, capace di creare in pochi anni uno stile distintivo che raramente si modifica ma riesce comunque a non deludere. Questa volta, con buona pace degli odiatori di mascherine, il tulle copre anche il volto delle modelle. Perché sognare si può, ma bisogna anche raccontare il presente. 

Un abito Giambattista Valli Haute Couture 2020


Un look Chanel Haute Couture 2020

Gucci sceglie una modella con sindrome di Down: ma la moda resta un inferno se hai una malattia cronica

4 luglio 2020


La notizia del momento è questa: Gucci e la modella con sindrome di Down. Si tratta di una mossa di marketing, di vera apertura verso una moda inclusiva o cosa?


Perché Gucci ha scelto una modella con sindrome di Down?

La risposta potrebbe essere più complicata del previsto. Certo è che di questi tempi il limite tra l'inclusività e il perbenismo si fa sempre più labile.Vogliamo che l'unicità di ogni individuo sia valorizzata e rispettata, giusto? Sì, ma è difficile non pensare che la campagna Gucci beauty con protagonista Ellie Goldstein non sia stata pensata solamente per far parlare di sé. In fondo Alessandro Michele ha sempre fatto questo, da quando si trova a capo della griffe fiorentina: creare scandalo, lanciare messaggi forti, fare in modo che si crei un dibattito intorno ad ogni scelta marchiata Gucci. E se da un lato gli insulti alla modella con sindrome di Down sono beceri e disgustosi, dall'altro il dibattito si è effettivamente acceso. Non puoi cambiare ciò che non riconosci: riconoscendo che una modella con sindrome di Down non sia mai stata considerata canonicamente bella e quindi adatta a una campagna pubblicitaria glamour (nonostante Ellie Goldstein avesse già lavorato per Nike e Vodafone, la risonanza di Gucci nel mondo delle modelle è su tutto un altro livello), creiamo i presupposti per parlarne. Per porci dei dubbi e magari trovare delle risposte. 
La faccenda è complicata e sfaccettata. La discriminazione di un disabile è sempre sbagliata, ma d'altra parte il lavoro della modella è fare da vetrina a un prodotto e permettere di venderlo valorizzandolo nel modo migliore. Una modella deve, per definizione, essere di una bellezza il più possibile convenzionale in modo da valorizzare ma non oscurare l'abito o il prodotto che indossa, vero protagonista della sfilata o della campagna pubblicitaria. Sappiamo che Alessandro Michele non l'hai mai pensata così, però. Le sfilate Gucci, da quando lui ne è direttore artistico, sono state degli spettacoli a volte grotteschi, a volte bellissimi, a volte di una bruttezza affascinante e quasi mistica, in cui gli abiti sono effettivamente passati in secondo piano. 
In definitiva sì, il fatto che Gucci abbia scelto una modella con sindrome di Down per la sua campagna beauty è perfettamente in linea con il brand. Ma non rappresenta di per sé un passo avanti nel sistema moda, che continua a rimanere un inferno per chi soffre di una malattia cronica.





Le lente aperture della moda verso la disabilità

Da anni vediamo nel mondo della moda dei piccoli e lenti spiragli di apertura, delle deviazioni da quella bellezza canonica in cui i corpi sono vetrine per gli abiti. Di stagione in stagione, sulle passerelle e sui manifesti pubblicitari abbiamo visto comparire modelle più "normali", almeno in apparenza. C'è Winnie Harlow (al centro), bellezza mozzafiato affetta da vitiligine che si è resa portavoce di una normalizzazione del diverso. Ci sono Diandra Forrest (in alto a sinistra) e Ruby Vizcarra (in basso a sinistra), che rappresentano l'eterea bellezza albina contrapposta alla dittatura dei corpi abbronzati e delle pelli perfette. Melanie Gaydos (in basso a destra) e Jillian Mercado (in alto a destra) hanno lavorato per importanti griffe della moda nonostante siano affette rispettivamente da displasia ectodermica e distrofia muscolare. 
Cominciate a intravedere un pattern nella scelta di queste modelle con malattie croniche? Eccolo: un corpo malato, "diverso" è accettato e valorizzato solo qualora la sua diversità sia evidente, estetica, marketizzabile. Certo, direte, la moda è un mezzo visivo. Abiti, accessori, scarpe, prodotti beauty si vendono con sfilate e campagne pubblicitarie, immagini social che diventano virali e spot in cui i corpi che li indossano li valorizzino. Giusto. 




Dove si collocano le malattie invisibili nel fashion system?

Da nessuna parte. Proprio nessuna. Se sei una malata cronica invisibile, al 99% non avrai alcuna voglia di fare la modella. Ma lo sai che vite conducono, le modelle? Viaggi, jet-lag, orari impossibili, ritmi di lavoro insostenibili, un esercizio fisico continuo e diete che probabilmente cozzano con le 5-6 medicine che devi prendere ogni giorno per mantenerti in condizioni decenti. Ammettilo: se soffri di fibromialgia, di sindrome da fatica cronica e di altre malattie invisibili, non è la vita che fa per te. E va benissimo. Ognuno di noi ha il proprio percorso nel mondo. 
Sai qual è il problema, però? Che sei una persona così, se hai una disabilità invisibile, che influisce su ogni aspetto della tua vita ma non è glamourizzabile in nessun modo, il mondo della moda non ti vuole da nessuna parte. Né in passerella né dietro le quinte. 
Ci hai mai fatto caso? Con alcune notevolissime eccezioni, i giornalisti di moda sono bellissimi e sembrano non avere un difetto. Hai visto Il Diavolo Veste Prada? Fattelo dire da una che nel fashion system ha bazzicato quel tanto che basta per esserne disgustata: Il Diavolo Veste Prada non è un'eccezione, non è un'esagerazione, è la regola di ciò che accade nel mondo della moda. Sarà difficile entrare nella redazione di un magazine glamour se hai la pancetta dovuta al morbo di Crohn. Non potrai lavorare nell'ufficio stampa di una griffe, se hai la scoliosi e non riesci a mantenere una postura perfetta. E non farmi neanche cominciare con le occhiatacce che ti arrivano quando sei in fila per entrare a una sfilata alla fashion week e magari sei sudata e dolorante, perché soffri di fibromialgia e il tuo corpo non regge i ritmi incessanti delle settimane della moda
Non importa quanto tu sia brava nel tuo lavoro, che articoli interessanti e profondi tu scriva, con quali copy geniali riesca a risolvere una campagna di advertising che sembrava non funzionare. Il mondo della moda non le vuole vedere, la tua pancetta e le tue scarpe ortopediche e i peli superflui e i brufoli. Neanche se il tuo lavoro non è fare la modella e, in teoria, vai alle sfilate per scriverne, non per farti guardare. A un certo punto, stanchi di veder sbucare i tuoi capelli bianchi perché quel giorno proprio non ce l'hai fatta ad andare dal parrucchiere, smetteranno di volerti in prima fila. Poi smetteranno di invitarti del tutto. E poi si riempiranno la bocca e le tasche con la moda inclusiva

5 cose che abbiamo imparato da Becoming di Michelle Obama su Netflix

1 luglio 2020


Mentre in America infuriano le manifestazioni Black Lives Matter, cosa possiamo fare noi, ognuno nella propria individualità, per diventare più consapevoli della questione razziale? Per esempio, guardare Becoming, il documentario su Michelle Obama disponibile su Netflix. Ecco perché.



La recensione di Becoming, Michelle Obama su Netflix

Il documentario su Michelle Obama segue la ex First Lady durante il tour per la promozione del suo omonimo libro autobiografico. In "Becoming. La mia storia" scopriamo i lati nascosti di Michelle, il suo rapporto con il marito, cosa vuol dire vivere alla Casa Bianca per 8 anni ed essere sotto l'occhio scrutatore di tutto il mondo. Il tutto essendo una donna di colore. Questo è uno dei punti focali del documentario di Netflix: l'esperienza di essere donna, di colore e sposata con l'uomo più potente del mondo. 
Nel corso del documentario, Michelle Obama racconta aneddoti della vita nella Casa Bianca, il suo incontro con Barack, la sua esperienza di bambina e poi di giovane donna afroamericana negli Stati Uniti. Ne viene fuori il ritratto di un personaggio carismatico, capace di attrarre a sé persone altrettanto forti e determinate, eppure umano come mai avremmo immaginato. Michelle Obama è gelosa delle attenzioni che sua madre riserva al fratello; ospita alla Casa Bianca le amichette delle sue figlie per un pigiama party; sente il peso di essere costantemente giudicata per le proprie scelte e il proprio aspetto estetico. Insomma, Michelle è una di noi




5 cose che abbiamo imparato da Michelle Obama guardando Becoming 

Una delle caratteristiche principali di Michelle Obama, che traspare dal documentario di Netflix così come dall'omonimo libro "Becoming. La mia storia" è il suo talento come storyteller. Lo stesso Barack, dietro le quinte di una delle tappe del tour lo dice chiaramente: Michelle è bravissima a raccontare storie. E ad ascoltarle, anche. Ispira e si lascia ispirare, creando un dialogo continuo con il pubblico che fa nascere nuovi spunti di riflessione su questioni sociali e individuali. Ecco 5 cose che abbiamo imparato dal documentario Netflix:

  • Essere donna è molto difficile. Michelle Obama racconta la sua posizione di First Lady da un punto di vista estremamente comprensibile: quello di una donna che, in quanto tale, sarà sempre giudicata per il suo aspetto, le sue scelte, perfino gli abiti che indossa. 
  • Essere madre è molto difficile. Anche se sei la First Lady degli Stati Uniti, sì, dovrai trovarti a scegliere tra inseguire la tua carriera o badare alla famiglia. Una scelta che agli uomini non viene mai imposta. 
  • Sei tu a decidere il tuo valore come persona. Nel confrontarsi con giovani donne americane, bianche e di colore, Michelle Obama dice chiaramente che non possiamo aspettare che la società ci veda per quello che siamo. Dobbiamo prenderci la nostra fetta di spazio nel mondo. Pretendere che la nostra voce venga ascoltata.  
  • Un rapporto di coppia funziona solo se gli individui funzionano. Barack e Michelle Obama hanno fatto terapia di coppia, e la ex First Lady lo racconta liberamente. Perché un matrimonio, anche con il Presidente degli USA, è un continuo compromesso tra crescita individuale e crescita di coppia. 
  • La vita è un continuo cambiamento. Becoming, divenire, è il titolo della biografia e del documentario di Michelle Obama. E la vita è una continua trasformazione, spiega Michelle. "Ci racconti come è stato tornare alla vita di prima dopo la Casa Bianca", le chiede una ragazzina durante un incontro. E Michelle quasi scoppia a ridere. Non è tornata alla vita di prima, non potrà tornarci mai più: ne sta costruendo una nuova, ed è tutta in divenire. 

Estate 2020 in Italia: 5 motivi per cui un pic nic è adatto a tutti (anche ai malati cronici!)

22 giugno 2020


Benvenuta estate 2020! Ti abbiamo temuta e attesa per mesi e finalmente sei qui... e alcuni di noi non sanno cosa fare con te. Sì, dopo mesi di lockdown tutti abbiamo bisogno di rilassarci e divertirci, ma l'ansia del Covid non ci ha ancora lasciati del tutto e chi soffre di una malattia cronica la sente ancora più intensamente. Sarà un'estate 2020 in Italia, con pochi viaggi e tante piccole fughe per scappare dalle città roventi e dai bollettini del tg. Allora cosa fare in questo inizio d'estate così incerto? Un pic nic!



Cosa fare oggi, domani e qualsiasi altro giorno di questa estate così strana

L'estate 2020 in Italia per molti significa mare o montagna, e sicuramente diverse famiglie hanno scelto di organizzare le proprie vacanze estive serenamente senza farsi condizionare troppo dalle restrizioni ancora attive per il Covid. Ma non tutti la pensano così.
Sappiamo perfettamente che numerose famiglie sono state colpite dalla pandemia, nella salute, negli affetti e nel portafogli, e magari non hanno la possibilità di investire in una vera e propria villeggiatura quest'anno. E allora cosa fare oggi, mentre il sole è alto e la temperatura sale? Un pic nic è la risposta, soprattutto se in famiglia ci sono bambini, anziani, animali e sì... malati cronici. Anche noi possiamo passare una bella giornata su un parco immerso nel verde, sapete?

5 motivi per cui un pic nic è adatto a tutti (anche ai malati cronici!)

Questa strana estate italiana, che secondo alcuni tg ci porterà a stare più vicini alle nostre famiglie, sicuramente ci spinge ad esplorare il Bel Paese. Complice il bonus vacanze (che chi lo capisce è bravo), molti di noi trascorreranno l'estate 2020 proprio nello Stivale. D'altra parte cosa ci manca? Abbiamo il sole, il mare, le montagne e migliaia di ettari di parchi sparsi in ogni regione italiana. Ma perché, tra le attività estive adatte a tutti, la migliore è proprio fare un pic nic? Ecco 5 semplici motivi:

1. Distanze ragionevoli. Come ho già detto, l'estate in Italia offre infiniti scorci per trascorrere belle giornate all'aria aperta senza allontanarsi troppo da casa. Così se, come me, soffrite di una malattia cronica o avete altre esigenze per cui non riuscite a organizzare un viaggio lungo (bambini piccoli, nonni al seguito ecc), senza dubbio accanto a voi c'è un bel parco per pic nic. Le aree attrezzate sono un po' ovunque, ma se volete fare una gita fuori porta in Veneto io vi consiglio il Lago del Mis,il Lago di Santa Croce o il parco di Villa Contarini (dove sono state scattate queste foto). 

2. Tempi flessibili. Fare un pic nic al parco è l'ideale per chi ha problemi di tempistiche e per chi soffre di fibromialgia. Perché? Per i suoi tempi estremamente flessibili: non devi fare altro che preparare il tuo cestino, raggiungere l'area attrezzata del parco, sistemarti e goderti la tua giornata. Puoi arrivare e andare via quando vuoi (entro i limiti degli orari di apertura dei parchi), senza dare giustificazioni a nessuno. Yay!

3. Costi contenuti. Una vacanza in Italia low cost è quasi un'utopia. Non è certo un caso che molti italiani preferiscano trascorrere le ferie all'estero: nonostante la propria vocazione turistica, il nostro Paese non è celebre per le vacanze economiche. Ciononostante, che sia per sfruttare il bonus vacanze, per evitare paesi ad alto rischio di contagio o semplicemente perché non possiamo permetterci delle ferie vere e proprie, molti di noi trascorreranno l'estate 2020 in Italia. Allora come contenere i costi? Organizzando un pic nic al parco, in spiaggia o sulle rive di un lago. Solo in alcuni casi, infatti, dovremo pagare l'ingresso, e preparare il cestino da pic nic a casa ci permetterà di risparmiare rispetto a un pranzo o una cena al ristorante. 

4. Attività all'aria aperta. Se hai bambini, cosa fare oggi per tenerli occupati? è una domanda che ti fai ogni santo giorno. Se sei un malato cronico, scappare dal divano su cui vivi è una vera e propria necessità. E se sei un lavoratore a tempo pieno, tra il lockdown e l'ufficio hai trascorso l'inverno e la primavera tra quattro mura. Ecco, è arrivato per tutti il momento di uscire. Nei parchi italiani puoi respirare aria pulita (spesso anche nel cuore della città, basti pensare a Parco Sempione a Milano), ritrovare il contatto con la natura, praticare yoga, meditazione e mindfulness con una vista mozzafiato. E i cuccioli, che siano i tuoi figli o i tuoi amici a quattro zampe, hanno tutto lo spazio per correre e giocare. Ricorda solo di rispettare le norme del parco in cui ti trovi. 

5. Distanziamento sociale senza stress. I parchi più grandi d'Italia (come i già citati Parco Sempione a Milano e Villa Contarini in provincia di Padova, ma anche le zone del Cilento e della Sila nel Sud Italia), offrono un distanziamento sociale praticamente automatico. Le loro dimensioni sono tali da permettere di mantenere i famosi 2 metri di distanza tra diversi nuclei familiari, evitare assembramenti e allo stesso tempo rimanere liberi da mascherine, guanti e stress dovuto al pericolo di contagio. Così la sicurezza della tua famiglia rimane al primo posto e le tue vacanze italiane sono salve!


Le foto di questo post sono state scattate nel Parco di Villa Contarini a Piazzola sul Brenta (PD) durante l'evento Chic Nic.

Perché la questione di JK Rowling e la transfobia non cambia il mio rapporto con Harry Potter

16 giugno 2020



J.K. Rowling e la transfobia è il tema della settimana. Riuscite a crederci? In un mondo in piena pandemia, con una crisi economica di portata storica che bussa alla porta e una rivolta razziale che sta cercando di cambiare il volto del mondo, l'autrice di Harry Potter ha ben pensato di lanciare un saggio in cui spiega il suo punto di vista sui trans. Punto di vista che, per inciso, nessuno le aveva chiesto. 


JK Rowling e la transfobia: cosa è successo?

La storia è vecchia di almeno un anno e parte da diversi tweet di J. K. Rowling in cui, in un modo o in un altro, ha sempre mostrato la sua appartenenza al cosiddetto TERF (Trans-Exclusionary Radical Feminism ovvero Femminismo Radicale che esclude i trans). Una posizione sociale e politica veramente pericolosa che rischia di scardinare la base stessa del femminismo: femminismo è inclusività, eguaglianza, parità. Escludere chiunque sulla base della propria identità sessuale è, a mio parere, contrario all'essere femministi. Ma ci sono numerose posizioni in merito e non spetta a me parlarne. 
Rispondendo al lungo saggio di JK Rowling sulla transfobia (in cui l'autrice inserisce tesi da tempo smentite, come quella che molte donne effettuino la transizione per sfuggire alle violenze di genere, o quella in cui gli uomini effettuino la transizione per accedere più facilmente agli spazi femminili allo scopo di perpetrarle), la persona che ha fatto il discorso più sensato a mio avviso è Daniel Radcliffe. Harry Potter in persona, uno che fino ad ora non mi aveva mai colpito per il proprio impegno sociale e politico (al contrario, per esempio, delle colleghe Emma Watson ed Evanna Lynch). L'attore che interpreta Harry Potter nella saga cinematografica ha inserito nella sua risposta a J.K. Rowling sui trans una frase piccina picciò che cambia la prospettiva su tutto: "Le donne transgender sono donne. Ogni affermazione contraria cancella l'identità e la dignità delle persone transgender e va contro i consigli delle associazioni sanitarie che sono ben più esperte al riguardo di me o di Jo". 
Avete trovato le paroline magiche in questo estratto? ...associazioni sanitarie che sono ben più esperte al riguardo di me o di Jo. Eccola lì, la chiave: la questione dell'identità sessuale è estremamente complessa, estremamente personale, estremamente delicata. Come può, qualcuno che non ha vissuto in prima persona il percorso di transizione, che non è mai stato discriminato per la propria identità sessuale, che non ha svolto ricerche psicologiche, scientifiche e sanitarie, giudicare un tema così sfaccettato? Non può. O meglio, è libero di farsene un'opinione, ma la sua opinione conta quanto quella di un carpentiere sull'esistenza o meno del coronavirus: non è il suo mestiere, non è la sua esperienza, è un'opinione senza fondamento che non vale nulla. Però, c'è un però. JK Rowling ha modellato le vite di generazioni e generazioni di ragazzi (cisgender e non) con i suoi romanzi di Harry Potter. Ci ha insegnato a distinguere il bene dal male, a non discriminare nessuno, ad accettare noi stessi e la magia che scorre potente e rappresenta la nostra unicità. Come possiamo accettare che quella stessa persona sia transfobica a un livello più o meno profondo, più o meno consapevole?


La morte dell'autore: Harry Potter non appartiene a JK Rowling

Harry Potter non appartiene a JK Rowling. Né nessuno dei personaggi della saga, né nessuno dei messaggi che abbiamo colto dalla saga, né, soprattutto, il nostro rapporto con essa. Come è possibile? 
Il primo a parlare di morte dell'autore è stato il critico letterario Roland Barthes. "la scrittura - scrive Barthes nel suo saggio intitolato proprio La morte dell'autore - è la distruzione di ogni voce, di ogni origine. [...]non appena un fatto è raccontato, [...]l'autore entra nella propria morte".
Si tratta di una filosofia estrema, ma nella quale io credo ciecamente. Una volta che l'opera è pubblicata, il suo autore sparisce dal messaggio. O meglio. Certo è l'autore, è JK Rowling (con l'aiuto degli editor, dei correttori di bozze, dei traduttori) che ha scelto la storia da raccontare e ogni parola usata per raccontarla. Ma una volta che quella storia si trova nelle nostre mani, siamo noi a comporre il messaggio. Il nostro incontro da lettori con l'opera che stiamo leggendo, filtrata attraverso la nostra cultura, le nostre esperienze, le nostre tradizioni e convinzioni, le nostre emozioni e sensazioni, crea un'opera completamente diversa per ognuno di noi. Così mentre io leggo Harry Potter il libro si trasformerà e sarà diverso da quello che leggi tu, da quello che legge una persona dall'altra parte del mondo, e certamente diverso da quello che ha scritto JK Rowling. Vale per ogni opera letteraria e, in senso lato, per ogni opera artistica. Una volta che si trova tra le mani del pubblico, l'opera appartiene al pubblico e ad ogni singolo componente dell'audience. 





Come cambia il mio rapporto con Harry Potter?

Non cambia, ragazzi. Non cambia perché nel momento in cui ho cominciato a leggere la prima frase del primo libro di Harry Potter, la voce di JK Rowling era già sparita. Insieme alle sue convinzioni politiche, sociali e religiose. Se ci pensate e analizzate il comportamento dell'autrice, e soprattutto i tweet di JK Rowling sulla sua opera, è chiaro che lei non ha mai accettato la filosofia della morte dell'autore. Sta sempre lì, fin dal primo giorno della sua presenza sui social network, a puntare il ditino contro i suoi fan e dirci che no, non dovremmo amare questo o quel personaggio. No, non è così che va interpretata quella scena. No, non possiamo immaginare due personaggi insieme se lei non li ha pensati insieme. Peccato, davvero, che i fan (e le fangirl/i fanboys) vivano di questo. E quanto è bello? Riuscire a cogliere da un'opera letteraria, cinematografica, televisiva, un significato o un'emozione al quale l'autore non aveva mai neanche pensato?
Questa storia è difficile per tutti gli autori, lo sappiamo. Certo, non sappiamo come reagirebbe Alessandro Manzoni se sentisse le tantissime analisi che facciamo, 200 anni dopo, sui personaggi e le scene de I Promessi Sposi. Ma sappiamo come la vive JK Rowling così come tutti gli autori che, a cavallo tra gli anni '90 e 2000, sono diventati dittatori onnipotenti dei propri mondi immaginati. George Lucas è impazzito, dando libero sfogo alla fantasia dei suoi fan per poi cancellarne ogni idea e trasformarsi lui stesso nell'unico Imperatore della sua Galassia Lontana Lontana. E sappiamo come è finita. George R. R. Martin sostiene di essere completamente indifferente, anzi insofferente, alle fan fiction e alle teorie dei lettori su come finirà la sua saga. Neanche le legge, dice. Eppure è impantanato da 10 anni nella stesura del sesto libro e chissà se lo finirà mai. Forse perché le legge, quelle teorie e quelle fan fiction, ed è super confuso. O forse no. Non lo so. So che sicuramente è difficile per un autore vedere i propri "figli" in mani altrui. Ma è quello che succede, quando decidi di pubblicare e mostrare i tuoi "figli" al mondo. 
Il punto è che non è un nostro problema. Noi lettori non c'entriamo niente. La community internazionale del fandom di Harry Potter è uno dei mondi virtuali (e reali) più inclusivi in cui mi sia mai capitato di imbattermi. I personaggi della saga sono così diversi e così potenti che alcuni di essi sono usciti dalle pagine e hanno invaso la nostra vita, modellato la nostra personalità. Indipendentemente da quello che pensa JK Rowling sui trans. E questo è bellissimo, e questo deve continuare: Hogwarts è la casa in cui vengono accolti quelli strani, diversi, discriminati nel mondo Babbano. La casa in cui scoprono che la loro diversità è una magia potente e imparano ad imbrigliarla e a usarla per il bene o per il male. Questo ce lo hanno insegnato i libri di Harry Potter, non la loro autrice



Come affrontare la prova costume se sei ingrassata in quarantena: 3 metodi infallibili

12 giugno 2020


Sono ingrassata in quarantena. Uuuuh uuuuh, questa sì che è una notizia, eh? E se sei qui, sei ingrassato anche tu. Se sei un essere umano e hai vissuto il lockdown, ci sono altissime probabilità che tu sia ingrassato nei mesi passati. Se i feed dei miei social network non mentono, devi aver passato un sacco di tempo a mangiare e a cucinare. E che altro avresti dovuto fare? Il tutto con le palestre chiuse, l'impossibilità di fare jogging, l'ansia che arrivasse l'apocalisse da un momento all'altro (occhio che potrebbe ancora arrivare), e vogliamo metterci anche lo smart working, lo stress della convivenza forzata, il panico da perdita del lavoro, la gestione dei bambini se ne hai, la spesa fatta al volo con i guanti e la mascherina senza renderti esattamente conto di cosa diavolo stessi comprando? Dimentico qualcosa? Insomma, probabilmente hai messo su qualche chilo

3 modi per affrontare la prova costume

Pensavamo che ormai l'estate 2020 sarebbe saltata, o pensavamo che il mondo sarebbe imploso prima, invece eccoci qua: fine del lockdown, riapertura delle spiagge e la prova costume che incombe. E la ciccetta che è rimasta lì e ti guarda come a dire "E ora che si fa? Mi hai messa tu in questa situazione!". 
Ma non temere baby: ho 3 step per affrontare la prova costume se sei ingrassata in quarantena, ma che in effetti potrebbero funzionare in qualsiasi altra situazione e sono praticamente infallibili. 


1. Comprare un nuovo costume da bagno

Sono ingrassata in quarantena e i miei jeans ne hanno sofferto più di chiunque altro: vuoi che il bikini striminzito mi stia da favola? Indovina indovina, non è così. Quindi cosa faccio? Ne compro uno nuovo, della mia attuale taglia. Se ero una S e ora sono una M, perché dovrei comprare un costume da bagno che so già che non mi starà bene per l'estate 2020? Posso anche provare a dimagrire, se voglio, se posso, se ne ho il tempo e la possibilità. Ma siamo comunque a metà giugno, è difficile che riesca a perdere una taglia intera per l'estate 2020. Intanto che faccio, non vado a mare, al lago, a prendere il sole al parco? Certo che ci vado. Compro un nuovo costume, magari a vita alta o intero (chicchissimo!) della mia nuova taglia e vado. 




2. Analizzare cosa fai quando sei al mare

Quando vai al mare, o al lago, o al parco ecc, cosa fai? Come trascorri le tue giornate estive? Quanto tempo dedichi effettivamente a osservare gli strati di grasso e le smagliature sul girovita altrui? Pensaci seriamente. Scommetto che non è poi così tanto. E quanto tempo passano degli sconosciuti a osservare te e a giudicare come hai affrontato la tua prova costume? Stanno lì con le palettine pronti a darti un voto da 0 a 10? Probabilmente no. Se anche lo facessero, pensa, se una persona al mare con la propria famiglia o con i propri amici, o sola in completo relax passasse la sua giornata a giudicare la tua taglia e a contare i rotolini sulla tua pancia, cosa direbbe questo di lei? Tu forse sei ingrassata in quarantena, sì, ma quella persona sta trascorrendo una giornata di vacanza a lamentarsi del tuo sedere abbondante invece di divertirsi, rilassarsi, godersi l'estate. Chi dei due ha una vita squallida?




3. Ripensare al lockdown

Ma come, ti ho appena detto di goderti le vacanze e adesso ti chiedo di pensare al Coronavirus e a quei mesi di inferno che abbiamo vissuto? Eh sì, se proprio non riesci ad affrontare la prova costume con serenità è necessario che tu ripensi a quello che avresti potuto perdere. A quello che magari hai perso. La tua vita, la tua salute, il tuo lavoro, qualcuno a te caro, la tua libertà, i tuoi progetti di studio e di carriera, 3 mesi interi di vita che non è stata normale e durante i quali hai avuto paura per te stesso e per le persone intorno a te. Ripensaci. Fai il calcolo di quello che hai perso e/o di quello che avresti potuto perdere. Adesso i rotolini sulla pancia ti sembrano ancora un grosso problema? Non credo. Sei sopravvissuta a una pandemia, caspiterina. 
Mettiti un bel costume e festeggia!





Come sarà l'estate 2020 per chi ha una malattia cronica

5 giugno 2020


Lo dico piano piano, a bassa voce, ora che il lockdown è finito: per alcuni di noi è stato una salvezza. Ecco. L'ho detto, anzi l'ho scritto, e rimarrà nell'etere nei secoli a venire. Il lockdown (la quarantena, l'isolamento, chiamatelo come volete) ha fatto sentire alcuni di noi malati cronici meno soli. Perché ehi, per la prima volta in Italia in tempi di pace tutti si sono sentiti come noi. Impotenti. Wow, è stato un sollievo. Guarda, guarda, tutte queste persone perfettamente sane stanno vivendo quello che viviamo noi ogni giorno: sono condizionate da una forza esterna che modifica ogni loro azione quotidiana, che impedisce la realizzazione dei loro desideri, che ostacola la programmazione delle loro giornate. Guardali, lo stanno provando anche loro, ci stanno capendo. E invece no. 

Chi soffre di una malattia cronica vive in un perenne lockdown

Ehi baby, quanto è stato difficile rinunciare all'aperitivo con le amiche, alla festa di compleanno, rimandare quel viaggio che sognavi da tempo e passare i tuoi weekend a casa sul divano? Lo sai che un malato cronico passa così la maggior parte del proprio tempo? Però non ha un enorme nemico invisibile da cui proteggersi... anzi sì. Ce l'ha. Solo che tu non lo conosci. La pandemia ci ha dato quella sensazione di malessere condiviso, anzi più che una sensazione, ci ha dato un trauma condiviso con tutto il mondo. Io non posso uscire di casa perché nessuno può uscire di casa, non devo dare spiegazioni né cercare giustificazioni se non partecipo a una festa, perché la festa non si può fare. Niente mormorii, niente sguardi scocciati, niente "Uffa, potevi avvisare prima che non avresti partecipato, avevo prenotato un posto anche per te", perché non c'era nessun posto da prenotare, nessun evento a cui partecipare. La pandemia è stata un disastro, un dolore mondiale dal quale non sappiamo quando e come ci riprenderemo ma ehi, almeno l'abbiamo vissuta tutti insieme. 
Ora però, almeno in Italia, siamo arrivati alla fase 3. Che cosa significhi esattamente non lo sappiamo, ma sappiamo che noi malati cronici siamo di nuovo da soli. Grazie tante. 



Come sarà l'estate 2020 in Italia?

Eccovi di nuovo tutti schierati, voi persone "sane", voi che avete la fortuna di essere in salute e che non avete avuto conseguenze dal Coronavirus. Sono così felice per voi. Davvero. Non ho mai augurato a nessuno di soffrire e mai lo farò, sono contenta che l'emergenza sia passata o si sia ridimensionata, almeno in Italia. Però, però, però. Ora arriva l'estate 2020 e porta con sé i problemi che ogni malato cronico deve sopportare ogni santa estate, ma peggio. 
Ieri al telegiornale ho sentito la giornalista pronunciare quella che per un malato cronico è la definizione di inferno: "Come sarà l'estate 2020? Meno spontanea e molto più organizzata, con prenotazioni costanti per qualsiasi attività".
E qui il gelo. Se ci sono due parole che descrivono il disagio per un malato cronico sono organizzazione e prenotazioni. Il perché ormai lo sapete: chi soffre di dolore cronico non ha idea di come si sveglierà al mattino, e dopo essersi svegliato non ha idea di come proseguirà la giornata. Immaginate di dover prenotare il vostro posto in spiaggia o al parco o in piscina con qualche giorno di anticipo, in queste condizioni. Impossibile. 
E quindi, mentre tutti smaniano per ricominciare una vita normale, per lasciarsi la pandemia alle spalle, per godere nei prossimi mesi di tutte quelle attività a cui hanno dovuto rinunciare durante il lockdown, il malato cronico affronta almeno 5 diverse sfide:
1. L'estate. Che è sempre una sfida, con le sue temperature estreme che esacerbano la stanchezza cronica e l'umidità che fa salire alle stelle i dolori muscolari e articolari.
2. La voglia di recuperare. Ché pure noi, ragazzi, abbiamo perso 3 mesi della nostra vita, 3 mesi di lavoro, di divertimento, di progetti saltati e di feste mai festeggiate, ma sappiamo già che non avremo mai l'energia per recuperarli tutti.
3. L'incertezza. Perché come in ogni periodo della nostra vita, continueremo a non sapere se sabato prossimo vogliamo passare la giornata in spiaggia, se a ferragosto ci va di prenotare un posto in piscina, se fra due settimane ce la sentiremo di fare un pic nic al parco.
4. Gli amici e i parenti. Che vogliono saperlo adessose sabato prossimo vogliamo passare la giornata in spiaggia, se a ferragosto ci va di prenotare un posto in piscina, se fra due settimane ce la sentiremo di fare un pic nic al parco, e hanno pure ragione, perché tutto va prenotato in anticipo.
5. La paura. Perché il virus secondo qualcuno è scomparso, secondo altri ha perso la propria forza, secondo altri ancora non è mai esistito. Nessuno sa con certezza quale sia la verità, ma c'è una cosa che un malato cronico sa perfettamente: che il suo corpo non funziona e se c'è una pandemia in giro rischia più di altri. E mentre voi vi togliete le mascherine e prenotate le vacanze al mare, il malato cronico non ha la più pallida idea di cosa possa o non possa fare per stare al sicuro. 

Come sarà l'estate 2020 con il Covid 19 che aleggia ancora su di noi? Lunga, complicata e strana.  


Gucci e gli altri: come il coronavirus sta cambiando le sfilate di moda

25 maggio 2020


La notizia è di quelle che ribaltano l'intero sistema moda: Alessandro Michele ha deciso che Gucci farà solo due presentazioni annuali, come una volta. Basta con le collezioni cruise, basta con le pre-fall e le capsule collection, basta con i ritmi frenetici che hanno imposto alle grandi griffe della moda una velocità da fast fashion. Il coronavirus e la pandemia hanno sconvolto ogni settore della nostra vita personale e professionale e la moda non poteva certo fare eccezione. 


Come cambia la moda dopo la pandemia

Il mondo non è più lo stesso, da quel febbraio 2020 che sembra lontano anni luce: 3 mesi di lockdown hanno costretto ognuno di noi a rivedere il proprio stile di vita, sotto ogni punto di vista. E se c'è chi ha perso i propri familiari, chi si è trovato da solo dall'altra parte del mondo, chi ha deciso improvvisamente di sposarsi o di divorziare, era inevitabile che la sensazione di fine del mondo imminente si riflettesse anche sui grandi settori dell'economia e del lifestyle.
D'altra parte lo abbiamo sempre detto: la moda racconta la storia, la cultura, la vita quotidiana e non sarebbe stato pensabile mantenere tutto come prima. O tornare al prima, se mai arriveremo veramente a un dopo. E allora cosa fare? Come riorganizzare un sistema produttivo che smuove miliardi in tutto il mondo, che è insieme arte e prodotto, specchio della società e elemento usa-e-getta? Secondo Alessandro Michele, e non solo, bisogna tornare alla lentezza. Negli anni passati l'avvento del digitale e il metodo del see-now-buy-now avevano trasformato la moda, anche quella ad altissimi livelli, in una macchina sforna trend. Decine di collezioni all'anno, non sempre particolarmente ispirate, si sono susseguite sotto i nostri occhi stanchi e voraci, pronti a consumare la tendenza successiva. Ora basta, almeno per Gucci
Ora torniamo all'essenza di quella che un tempo era la sfilata di moda: due collezioni, una primavera-estate e una autunno-inverno, presentate in modalità ancora sconosciute e che probabilmente coinvolgeranno il digitale. E se un designer giovane come il direttore artistico di Gucci, che delle sue sfilate di moda ha fatto dei veri e propri show sempre più strabilianti, ha riscoperto la gioia della lentezza, un grande nome della moda ci era arrivato prima di lui. Giorgio Armani, uno dei primi imprenditori ad afferrare la gravità della pandemia e a carpirne le potenzialità distruttive o costruttive lo aveva detto già a marzo: è tempo di fermarsi. Di tornare a dare valore alle cose giuste, di dedicare tempo e attenzione ai particolari, di curare le eccellenze che hanno reso grande il nostro Paese. Tempo di una moda nuova ma che pesca a piene mani dalle sue origini, e nessuno sa farlo meglio di Re Giorgio Armani: pioniere del nuovo e amante della tradizione, di quel saper fare italiano che tutto il mondo ci invidia. Non è solo una provocazione, quella di Armani di portare la sua sfilata d'alta moda a Milano lasciando Parigi. Non è solo un modo per ridare vita a una delle città più martoriate dalla pandemia. È un modo per dirci che sì, andrà tutto bene, ma solo se sappiamo reinventarci e riscoprire i nostri punti di forza. Valorizzare la qualità e abbandonare la spasmodica ricerca di quantità, di frenesia, di accumulo. Poche collezioni ma ben disegnate, ben pensate, ben confezionate, sono quelle che vedremo sfilare sulle passerelle della Milano Fashion Week e di tutte le settimane della moda la prossima stagione. 
Dalle fashion week di New York e di Londra è partita la richiesta di un rinnovo totale del sistema moda: anche per gli stilisti internazionali, guidati dal belga Dries Van Noten, la parola d'ordine è rallentare. Forse qualcosa dalla pandemia, alla fine, la impareremo. 

Alessandro Michele, Gucci

Giorgio Armani



Coronavirus e sfilate di moda: è tempo di digital

Le grandi firme della moda italiana puntano sulla qualità e su un modo nuovo di raccontare la propria versione dello stile, ma anche i designer più giovani hanno capito che bisogna rinascere dalle ceneri di questa pandemia. Anzi, forse lo hanno capito prima di tutti, forse lo sapevano già e aspettavano l'occasione giusta per dare vita a una forma di comunicazione tutta nuova, tutta digital. 
Succede così che la stilista congolese Anifa Mvueba, al timone del brand Hanifa, realizzi una sfilata su Instagram Live con abiti indossati da modelle fantasma. Sono proiezioni in 3D che mostrano come si muoverebbe ogni abito sulle curve di una donna vera. Innovativo, democratico, diretto al cuore dei consumatori attraverso una delle piattaforme più amate da giovani e non. Lo stesso mezzo è stato scelto dal londinese Harris Reed, che ha creato un filtro Instagram per permettere a tutti i suoi follower di "indossare" virtualmente i pezzi più iconici della sua collezione. Così da casa, in piena quarantena, siamo tutti un po' modelli con i suoi cappelli a tesa larghissima che fanno tanto chic. 

Sfilata di moda Hanifa in 3D su Instagram Live

Fan e influencer provano il filtro "Iconic Hat" di Harris Reed su Instagram

Altre soluzioni alternative per la moda 2020-21

Insomma, che il sistema moda sia stato impattato dal coronavirus e dalla pandemia è innegabile. Infinite sfilate, eventi, presentazioni e fiere sono stati annullati in tutto il mondo e ogni creativo ha dovuto spremere un po' di più le meningi per raccontare al mondo i propri capi. 
Le collezioni primavera estate 2020, considerando che stiamo passando gran parte della stagione in quarantena, sono state cancellate? In alcuni casi sì, in altri sono state solo raccontate in maniera diversa. Basti pensare a Zara, il primo marchio a realizzare un intero photoshoot in pieno lockdown. Le modelle, a casa propria, si sono improvvisate anche fotografe e si sono fatte aiutare dai direttori creativi per raccontarci lo stile anche in quarantena. E se la maggior parte dei matrimoni del 2020 è stata spostata o annullata, possiamo continuare a sognare splendidi abiti da sposa sui social di Reem Acra, che ci mostra le sue creazioni più recenti indossate da modelle dentro una bolla gigantesca. E il distanziamento sociale diventa subito un po' più magico. 

Alcune immagini della campagna Zara durante la quarantena
Gli abiti da sposa Reem Acra indossati da modelle dentro una bolla e condivisi su Instagram

Sono Giovanna e ho la Fibromialgia.

12 maggio 2020


Sono Giovanna e ho la Fibromialgia. Ho scritto questa frase ogni giorno sul mio diario per un anno intero, l'anno in cui ho deciso di iniziare una terapia psicologica dopo la diagnosi di fibromialgia. Oggi, 12 maggio giornata internazionale della fibromialgia, voglio raccontarvi il perché.


Perché ho la fibromialgia?

Questa è la prima domanda che mi è passata per la testa, subito, quando ho ricevuto la mia prima diagnosi. E si è ripetuta ininterrottamente nella mia testa da quel giorno. Perché? Perché proprio io? Ma partiamo dall'inizio. 
La sindrome fibromialgica, per chi non lo sapesse ancora, è una patologia dalle origini ancora sconosciute. Viene chiamata anche la malattia dei 100 sintomi perché tanti (e anche di più) sono i problemi che chi soffre di fibromialgia sperimenta quasi ogni giorno. Questi vanno dal dolore cronico all'emicrania, dai problemi urinari a quelli riproduttivi, dalla perdita di memoria agli acufeni, dalle problematiche legate alla cosiddetta fibro fog alle vere e proprie malattie mentali. Tutto in un bel pacchettino confezionato e infiocchettato, che si trova dentro di me. Wow. Verrebbe da credersi speciali. 
E speciali lo siamo? Forse no. Forse semplicemente abbiamo la fibromialgia. Sono Giovanna e ho la fibromialgia. Quando, dopo mesi di isolamento, mi sono convinta ad affrontare una terapia psicologica, la mia terapista mi ha chiesto di scriverlo ogni giorno su un diario. Così, come una carta d'identità. Sono Giovanna e ho i capelli ricci. Sono Giovanna e ho il naso a patata. Sono Giovanna e ho la pelle chiara. Sono Giovanna e ho la fibromialgia. Una caratteristica del mio essere, esattamente come i capelli ricci, il naso a patata e la pelle chiara. Chiedermi perché ho la fibromialgia è come chiedermi perché ho i capelli ricci. Sono così. Punto. Non è un mio merito né un mio demerito, non è una colpa e non è un premio. Solo il modo in cui sono fatta. E certo avere il naso a patata è una scocciatura (soprattutto quando bisogna indossare la mascherina, eh), ma avere la fibromialgia è peggio. Eppure sono entrambe cose che fanno parte di me. Inscindibili dalla mia persona. 



Fibromialgia, come combatterla

Il 12 maggio è la Giornata Mondiale della Fibromialgia, quella in cui si cerca di aumentare la consapevolezza di questa malattia nel personale medico e sanitario, nei parenti e negli amici dei malati e... nei malati stessi. Eh sì perché il primo passo per affrontare una malattia cronica è accettare di averla. Sono Giovanna e ho la fibromialgia, capito? Lo scrivevo sul mio diario. Ogni giorno. Quel diario non lo leggeva nessuno, neanche la psicologa. Lo leggevo solo io. Quella carta d'identità era per me. Anzi, è per me. Perché ancora oggi, a distanza di anni da quella diagnosi, a volte me ne dimentico. 
Mi addosso colpe che non ho, quella di non avere un lavoro stabile e quella di non poter fare lavori pesanti neanche in casa, quella di non poter dimagrire perché non riesco a fare attività fisica se non leggerissima, quella di non partecipare alle feste di amici e familiari perché, semplicemente, a volte non ce la faccio. Non è colpa mia. Ma è così difficile ricordarsene. Dovrei ricominciare a scriverlo tutti i giorni: sono Giovanna e ho la fibromialgia
Combattere è una parola che si sente spessissimo legata alle malattie croniche, mentali o terminali. Sto combattendo una malattia. Sono una guerriera. Devo combattere. Ma è veramente così? No. Il mito del malato cronico guerriero, ve lo assicuro, fa più danni che altro. Contro chi dovrei combattere, poi? Sono Giovanna e ho la fibromialgia. Siamo inseparabili, una dentro l'altra. Dovrei combattere contro me stessa? No grazie, ho abbastanza problemi al momento. 



E allora la fibromialgia come si cura?

Non esiste una cura, al momento. Non esiste neanche una causa riconosciuta, e ciò impedisce a noi malati cronici di veder riconosciuti i nostri diritti. Come non si curano i capelli ricci, se proprio vogliamo tornare su questo aspetto del mio faccino. Loro se ne stanno lì, prima ci litighi, provi a stirarli e immaginare come saresti carina se non fossero così, ma tornano sempre ad arricciarsi, maledetti. Poi piano piano impari a volergli bene. Ad accettare che fanno parte della tua faccia, sei tu quella chioma riccia. Puoi conviverci. 
Ecco cosa possiamo fare con la fibromialgia (e tantissime altre malattie croniche che non hanno una cura): conviverci. Imparare quali sono i nostri limiti, quali reazioni ha il nostro corpo e chiederci di volta in volta se vale la pena di affrontarle per una festa, un viaggio, un lavoro. A volte la risposta sarà sì, a volte no. A volte il nostro corpo ci farà una sorpresina e reagirà in maniera completamente diversa dal solito e dovremo ricalibrare i nostri confini. Rispettarli. Farli rispettare agli altri. Pretendere che ci accettino così, come siamo. Pretendere di accettarci noi stessi così, come siamo. Rimanere saldi sulle nostre priorità. Come la campanula, che è il fiore legato alla Giornata Mondiale della Fibromialgia del 12 maggio. Sapete qual è il significato della campanula nel linguaggio dei fiori? Perseveranza, capacità di crescere nelle intemperie, di sopravvivere là dove la maggior parte degli esseri viventi muoiono. Tipo quando si trovano ad affrontare tutti i giorni il dolore cronico. Eh. 


C'era una volta la "Hollywood" di Ryan Muprhy: la storia vera della serie Netflix che nessuno ha capito

11 maggio 2020


"Hollywood" di Ryan Murphy è un flop, si leggeva sulle recensioni dei grandi critici televisivi il giorno dopo il suo debutto su Netflix. Grandi critici televisivi che, insieme a una grossa fetta del pubblico, non hanno capito nulla. Costa ammetterlo, ma pure per interpretare e analizzare una serie tv ci vuole profondità. Invece bastano due paroline, secondo alcuni, a marchiare un prodotto di intrattenimento dal valore altissimo come flop: inaccuratezza storica



"Hollywood" è una storia vera?

Grazie all'esclusivo contratto stipulato poco tempo fa, Hollywood è la seconda serie di Ryan Murphy prodotta da Netflix (la prima stata The Politician, ma il servizio di streaming propone altre opere dell'autore come Pose, American Crime Story e Glee). Nel bel mezzo di una quarantena che ci ha rinchiusi tra le mura di casa, in tutto il mondo abbiamo aspettato l'ultima gemma del Murphyverse più del nuovo decreto di Conte. E molti di noi ne sono rimasti delusi. 
Le premesse erano semplici: l'età d'oro di Hollywood, nel secondo dopoguerra, raccontata attraverso lo sguardo sofisticato e raffinatissimo dell'autore. Ci aspettavamo un'atmosfera patinata, deliziose acconciature anni '50, gonne a matita e cappellini sulle ventitrè. E tutto questo c'è, in Hollywood. Ma c'è anche molto altro. Ryan Murphy ci racconta il marcio di una Los Angeles che attira sognatori da ogni parte del mondo, li usa e li getta come rifiuti. Ci racconta il Me Too prima del Me Too, il disprezzo per gli omosessuali in un mondo costituito per la gran parte da omosessuali non dichiarati, la discriminazione contro il diverso quando la schiavitù è stata abolita da decenni ma il KKK domina ancora gli stati del Sud. Ci racconta quello che non volevamo vedere. Volevamo il sogno, noi! Ma la storia vera di Hollywood è questa: è fatta di produttori che molestano giovani attori bellocci di grandi speranze, di studi cinematografici che scritturano attrici di colore ma solo nelle parti della domestica, di gente disincantata che ha rinunciato ai sogni e perfino alla propria identità per il profitto. 
Così ci viene raccontato da Ryan Murphy un mondo in cui le attrici di talento non vengono riconosciute a causa della loro appartenenza etnica, uno sceneggiatore viene eliminato dai credits del proprio film per il colore della sua pelle, un ragazzo che recita da cani ottiene una parte solo perché ha rapporti sessuali con la moglie del capo degli Studios. Insomma, è Hollywood



C'era una volta la Hollywood di Ryan Murphy

Quindi "Hollywood" è una storia vera? No. Ryan Murphy ci racconta con una potenza e una raffinatezza mai viste il suo gigantesco "what if?". Cosa sarebbe successo, se un gruppo di sognatori di età, etnie, orientamento sessuale diverso, si fosse unito per cambiare le cose? Avremmo avuto Dreamland, la terra dei sogni, quella vera. Quella in cui nessuno viene sfruttato per la propria avvenenza né cacciato da una sala per il colore della pelle, quella in cui due uomini possono tenersi per mano alla cerimonia degli Oscar e nessuno batte ciglio. Negli anni '50. Ma ve lo immaginate? 
Ryan Murphy usa un espediente narrativo sottile e intelligente per spingerci a chiederci, puntata dopo puntata (sono appena 7), "è una storia vera?". I nomi dei personaggi reali (Rock Hudson ed Henry Willson, Vivien Leigh, Anna May Wong e perfino Eleanor Roosevelt) sono inseriti nella storia di personaggi di finzione, mai esistiti. O forse sì, ma mai arrivati alla luce della ribalta. Perché la Hollywood degli anni '50 non era certo pronta a una donna dirigente di uno studio cinematografico. Né ad un sex symbol apertamente gay. Né a una splendida attrice di colore protagonista di una pellicola romantica. Cominciate a capire dove vuole arrivare il buon Ryan? Ci spinge a quella domanda, così come aveva fatto in The Politician, solo per dirci che quella domanda non ha senso. 


Cos'è veramente la serie Hollywood

Una favola a lieto fine che più lieto non si può. Una che perfino oggi sarebbe irreale e utopistica. Perché ancora oggi a Hollywood, quella vera, la discriminazione non è stata abolita. Ancora oggi gli agenti che "creano le star" sono spesso dei luridi maiali intenti solo a sfruttarne la bellezza, l'ingenuità e i sogni. Ancora oggi, quando guardiamo una serie tv, ci chiediamo "ma questo è un ragazzo, è una ragazza, è un transessuale?". Ci chiediamo "ma veramente una ragazza di colore può interpretare La Sirenetta?", "ma quel personaggio transessuale è interpretato da un'attrice transessuale o è solo un uomo con la parrucca?". Come se fosse importante. Ancora una volta, Ryan Murphy ci dice che non lo è. Che questa non è una storia vera, non potrebbe mai esserlo, ma possiamo immaginare come sarebbe oggi il mondo se 70 anni fa un gruppo di sognatori avesse avuto il coraggio di cambiarlo. Come sarebbe il mondo se oggi un gruppo di sognatori sognasse di cambiarlo? 


3 saggi femministi da leggere in un'ora o due

4 maggio 2020


Ci vorrebbero anni per capire a fondo il movimento femminista e l'impatto culturale e sociale che ha avuto (e che continua ad avere) nel nostro mondo. Ma se non avessimo anni a disposizione? Se avessimo giusto un'ora o due per conoscere le basi dell'antisessismo e - in poche parole - diventare persone migliori? Ecco 3 saggi femministi brevissimi, semplici da leggere e molto, molto interessanti. 


Il significato profondo della parola femminista

Lo stigma che avvolge la parola femminismo, forse, non se ne andrà mai. Ma siamo noi donne, anzi noi giovani donne, e perfino i giovani uomini, gli unici che possono cambiare l'atmosfera patriarcale e sessista in cui ancora oggi si trova il nostro paese e l'intero Occidente. Basta leggere le polemiche in merito all'abbigliamento della giornalista Giovanna Botteri per capire che siamo ancora lontanissimi da un'idea di mondo equo, in cui uomini e donne vengano giudicati per il proprio valore e non per le infinite sovrastrutture legate al genere e a secoli di cultura maschilista. Da dove partire? Possiamo iniziare leggendo saggi femministi, semplici e diretti, dolorosi e potenti, attuali e trasversali, che ci dicano qualcosa di più su cosa significhi essere donna nel mondo di ieri e di oggi. Questi 3 saggi che vi suggerisco oggi sono brevissimi, si divorano in un'ora o poco più e offrono tantissimi spunti per dis-imparare quello che ci è stato insegnato fin da piccole

3 saggi femministi da leggere in un'ora

1. Dovremmo essere tutti femministi (We should all be feminists), Chimamanda Ngozi Adichie. 
La scrittrice nigeriana, che negli USA è diventata un'icona del femminismo, racconta in questo breve libriccino di appena 65 pagine come le disuguaglianze di genere siano alla base dei problemi della società odierna. Tratto da un suo TED Talk del 2012, il saggio femminista è edito da Fourth Estate in versione originale e da Einaudi nella traduzione italiana. Un vero must have per chi è interessato alle tematiche del femminismo e dell'antirazzismo.
Frase iconica: C'è chi chiede: "Perché la parola 'femminista'?" Perché non dici semplicemente che credi nei diritti umani, o giù di lì?" Perché non sarebbe onesto. Il femminismo ovviamente è legato ai diritti umani, ma scegliere di usare un'espressione vaga come "diritti umani" vuol dire negare [...] che il problema del genere riguarda le donne [...] e non l'essere umano in generale.



2. Liberati della brava bambina - Otto storie per fiorire, Maura Gancitano e Andrea Colamedici.
In questo saggio femminista del 2019, gli autori esplorano il cosiddetto "problema senza nome": quello del maschilismo che ha permeato la nostra società tanto da influenzare inevitabilmente il comportamento di uomini e donne. I due scelgono 8 personaggi della mitologia e della letteratura antica e moderna (Era, Malefica, Elena, Difred, Medea, Daenerys, Morgana e Dina) per raccontare 8 aspetti dell'essere donna e come questi 8 aspetti siano stati soffocati, male interpretati o stigmatizzati dalla società patriarcale. Alla fine, una riflessione sulla narrazione di sé insegna alla lettrice come affrontare il "problema senza nome" e rifiorire. Lo trovi gratuitamente su Amazon Prime Reading.
Frase iconica: I limiti del linguaggio sono i limiti del mio mondo: parlando sessista, si pensa sessista.



3. I monologhi della vagina, Eve Ensler. 
Nasce come spettacolo teatrale nel 1996 e in poco tempo diventa un movimento femminista, riassunto in questo breve saggio (che la casa editrice Il Saggiatore ha regalato in versione e-book nell'ambito della solidarietà digitale per far fronte alla pandemia). L'idea dell'autrice parte da una provocazione, quella di usare per la prima volta la parola vagina su un palco, e quasi senza accorgersene spinge donne di tutto il mondo a raccontarsi. Parlano di amore e dolore, stupri e violenze, forza vitale e vergogna distruttiva in una serie di poesie, racconti e contributi che provengono da ogni parte del mondo. Il saggio femminista è un modo per iniziare a conoscere l'intero movimento, quello del V-Day. 
Frase iconica: La mia rivoluzione sta cambiando lo stato mentale chiamato patriarcato



Se sei ancora in quarantena o se non lo sei, se sei una donna o se sei un uomo, se hai infinito tempo libero o solo un'ora in pausa pranzo, leggi, coltivati, rifiorisci e rinasci femminista

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