"Febbre" di Jonathan Bazzi è su Amazon Prime: 5 motivi per leggerlo

12 settembre 2020


 

Febbre a 37 per giorni, per settimane. Paura, stanchezza, rabbia, impotenza. No, non si parla del Covid 19, non stavolta, ma di "Febbre" di Jonathan Bazzi. Uno dei migliori esordi letterari degli ultimi anni, candidato al Premio Strega e oggi disponibile gratis su Amazon Prime Reading. 


"Febbre" di Jonathan Bazzi, trama

"Febbre" è un libro che ha conquistato istantaneamente tutti. Malati e non, amanti della lettura e non. E mica è un caso se il suo scrittore è diventato un personaggio pubblico in pochissimo tempo. Da Rozzano alla fama in qualche mese. Ma qual è la trama di questo libro autobiografico?
Jonathan ha 31 anni, un fidanzato con cui convive, un piccolo appartamento in centro, un lavoro da insegnante di yoga e la febbre a 37 o poco più. All'improvviso arriva, la febbre, e non passa. La ricerca della malattia, la scoperta dell'HIV, l'impotenza di fronte a un virus minuscolo quanto insidioso, la consapevolezza della malattia cronica, non più letale ma che ti cambia la vita, si intrecciano con le storie dell'infanzia. Jonathan cresce a Rozzano, vive nelle case popolari, in una famiglia disfunzionale che nella periferia di Milano somiglia molto alla normalità.
Nel racconto "Rozzangeles" è prigione e famiglia, è paura e vita, è casa ed è il ring sul quale Jonathan comincia a battersi per scappare dallo squallore. 
A Rozzano non sapevo cosa facevo: d'istinto seguivo le vene d'oro nella miniera, le cose più belle. Giocavo da solo, leggevo - la mia resistenza. Facendolo ho iniziato a spostarmi, ero altrove anche quando ancora non sembrava lo fossi.

Questa è una delle ultime frasi di "Febbre" e riassume perfettamente lo spirito di questo libro. Cercare la luce là dove non c'è, la fuga nella miseria, la forza nella vergogna. 



5 motivi per leggere "Febbre" su Amazon Prime Reading

1. Perché è gratis. Diciamolo subito, via il dente via il dolore. Leggere un candidato allo Strega gratuitamente è una manna dal cielo e noi che abbiamo una lista di libri da leggere lunga fino alla fine del mondo siamo grati di questi piccoli escamotage. Grazie per i libri di seconda mano, grazie per gli ebook gratuiti, grazie per i gruppi di scambio su Facebook. 

2. Perché racconta la malattia come non l'abbiamo mai letta. La trama di "Febbre" è una discesa agli inferi che a un certo punto farà male, soprattutto a chi soffre di una malattia cronica. Lo sappiamo, cosa ha provato Jonathan Bazzi in quei giorni di febbre a 37, di dolori sparsi e di una stanchezza cronica che lo portava a pensare "Ok, oggi morirò". Lo sappiamo, ma come sempre leggerlo sulla carta fa più male. 

3. Perché è terapeutico. Il dolore salva, anche quello emotivo, lo sapevate? Il dolore è una spia che qualcosa non va in noi, e questo noi malati cronici tendiamo a dimenticarlo. Lo proviamo così spesso che boh, ormai è lì, è la nostra normalità. Invece un bel pugno (metaforico) sullo stomaco ogni tanto ci vuole. Per ricordarci che siamo vivi, che siamo qui, che non siamo soli. Migliaia, milioni di persone al mondo provano lo stesso dolore, o uno molto simile. E anche loro sono vive, sono qui, non sono sole. Ce la possiamo fare. 

4. Perché abbatte lo stigma dell'HIV senza nascondersi. In "Febbre" Jonathan Bazzi racconta l'HIV senza barriere, senza filtri e senza stereotipi. No, non è più quella condanna a morte che era qualche decennio fa ma sì, è ancora una cosa che ti cambia la vita, il corpo, il modo di muoverti dentro il tempo che ti resta, anche se non sai quanto sarà. 

5. Perché contiene il più bel passaggio sul legame tra malattie fisiche e malattie mentali che abbia mai letto. 
Sono convinto che ci sia davvero un legame tra emozioni e salute ma, se anche fosse vero che il male del corpo ha origine dalla psiche, non ha senso pensare di poter percorrere a ritroso il nesso causale, sviluppando stati emotivi diversi al posto di quelli disfunzionali per ottenere la guarigione. Una volta che il problema s'è fatto carne diventa affare della medicina, diventa faccenda da chemioterapia, bisturi, antiretrovirali. Il resto è una scommessa buona per chi non è malato davvero, intrattenimento per chi non ha niente da perdere. 

Grazie, Jonathan, grazie per "Febbre" e grazie per questo paragrafo. La prossima volta risponderò così a chi mi dice che è tutto nella mia testa, c'è sempre un fattore psicologico. Mi sembra una risposta più adeguata dell' ESTIC***I? che mi verrebbe voglia di urlare. 



Perché fare marketing non è reato: il caso della nuova modella Gucci

4 settembre 2020

 


Ci risiamo: dopo la storia di Ellie Goldstein, la nuova modella Gucci fa ancora scalpore. Da settimane non si parla (e non si sparla) d'altro che di Armine Harutyunyan, la modella armena scelta da Alessandro Michele & co. Ma perché si discute ancora e ancora e ancora di questa ragazza?


Tutto è marketing, baby!

Della povera Armine (che povera non è: fa la modella per Gucci!) si è detta la qualsiasi. Che sia brutta, che sia bella, che sia una delle donne più belle del pianeta Terra o un'aliena proveniente da chissà dove. Una cosa però è chiara a tutti: è tutto marketing
Eh. Tutto marketing. La gente lo scrive sui social network come fosse un insulto. Ma non lo avete capito, che è tutto marketing? è una frase che ho letto almeno 10 volte nell'ultima settimana. Sì, lo abbiamo capito. Non avevamo mica bisogno di te, l'intellettuale che la sa sempre più lunga degli altri. Quello/a che mica si fa fregare, no, lui/lei lo ha capito che è tutto marketing
Beh sai che ti dico, intellettuale dei social network da strapazzo? Tutto è marketing, baby! Anche quello che faccio io, quando decido di pubblicare un post o un altro su facebook, è marketing. Anche la tua frasetta sprezzante sul fatto che è tutto marketing, sveglia!, anche quello è marketing. Nell'era in cui siamo tutti in vendita (per lavoro, per popolarità, per puro ego) ogni nostra mossa, volontariamente o involontariamente, aiuta a farci pubblicità. E non venire a dirmi che non è così, che tu te ne freghi dei like e dei cuoricini. Perché se così fosse, i tuoi pensierini arguti li scriveresti su un diario e non su un social network accessibile a chiunque. Vero?
Ora pensa. Se tu, che di mestiere fai il carpentiere/l'infermiera/la maestra elementare/l'idraulico usi il marketing ogni giorno... perché fare marketing dovrebbe essere una cosa negativa per un'azienda dal fatturato miliardario? No pensaci, poi voglio la risposta. 



Cos'è il marketing?

"Il complesso delle tecniche intese a porre merci e servizi a disposizione del consumatore e dell'utente in un dato mercato nel tempo, luogo e modo più adatti, ai costi più bassi per il consumatore e nello stesso tempo remunerativi per l'impresa".

Questa è la definizione di marketing da vocabolario, eh. In due parole: fare marketing vuol dire aumentare le possibilità di vendita di un prodotto. Ora, capiamoci, il marketing si può fare in mille modi e ultimamente, come tutte le cose del mondo, è sempre più orientato al digital. 

Più si parla della nuova modella Gucci, più Gucci vende. Capito come? Il 31 agosto 2020 Armine Harutyunyan è stata la parola più cercata su Google in Italia. La più cercata in assoluto. Cioè, gli italiani hanno imparato a scrivere Harutyunyan pur di vedere le foto della nuova modella Gucci

Hai idea di che impatto possa avere tutto ciò sull'azienda Gucci? Lo sai che significa essere al primo posto sulle ricerche Google mentre nel mondo c'è una pandemia e il sistema moda (come tutti gli altri) è in piena crisi? Significa che il reparto marketing di Gucci funziona come un orologio svizzero. Punto. Eh sì, perché fare marketing è una scienza che unisce economia, psicologia, copywriting, studio dei social network. Il signor responsabile-marketing-di-Gucci sapeva perfettamente cosa faceva, quando ha presentato al mondo Armine Harutyunyan come nuovo volto della griffe. Non gli serviva l'intellettualoide di twitter a dirgli che ehi, questo è marketing. Lo sapeva già. Lo fa per mestiere. Un sacco di persone fanno marketing per mestiere e sono quelle che indirizzano, più o meno inconsciamente, la scelta del tuo shampoo e quella del tuo voto alle elezioni regionali. Hai capito, intellettualoide di twitter? C'è uno, da qualche parte nel mondo, che è pagato per decidere di cosa parlerai domani. E tu lo accontenti sempre. Ci sono tantissime persone pagate per decidere di cosa parlerai domani, me compresa. 






Fare marketing non è reato

Ora io te l'ho buttata lì, intellettualoide di twitter, ma non prenderla sul personale. Fare marketing non è un reato. Non vogliamo impiantarti un microchip nel cervello per convincerti a comprare un prodotto invece di un altro (a quello ci penserà Elon Musk, dice che già ha tuttecose pronte). 
Facciamo il nostro lavoro: presentare le caratteristiche di un brand nella maniera più positiva, inclusiva e provocatoria possibile. Eh sì. Dobbiamo creare un dibattito intorno all'azienda che ci paga. Così ti diciamo: questa è la nuova modella di Gucci. E lo sappiamo, che se sarà magra alta e bionda griderai alla standardizzazione dei corpi; se sarà disabile dirai che siamo bravi buoni e belli però boh, io avrei scelto una normale; se sarà una ragazza con il nasone e le sopracciglia folte dirai che eri meglio tu. Però comunque parlerai di Gucci. E Gucci venderà. E questo è quello che Gucci vuole, così ci pagherà di più. Capito?

Il marketing non è reato, ma neanche un lasciapassare

Tutto è marketing baby, te lo dico di nuovo: tutto è marketing. Sai cosa non è marketing? Sai cosa nessun copywriter né responsabile della comunicazione potrà mai decidere per te? La tua reazione. 
Gucci prende una nuova modella, la mette in uno scatto glamour, la sceglie appositamente per la sua diversità. Lo sa che scatenerà una serie di reazioni. Ma la reazione schifata, quella di scrivere che Armine è brutta, che è un ce**o, che non te la sco***esti neanche morto, è tua. Sei tu che lo hai pensato, sei tu che lo hai scritto.
Sei tu che ritieni accettabile insultare una persona in maniera così meschina, misogina, schifosa e che nulla ha a che vedere con il suo lavoro (almeno, che io sappia il contratto di modella per Gucci non ti obbliga ad avere rapporti sessuali con tutti gli utenti di twitter e facebook. Se mi sbaglio, fatemi sapere). Sei tu che fai schifo. Non dare la colpa al marketing. 



Dalla morte di Chadwick Boseman possiamo imparare come parlare di personaggi famosi e malattie

30 agosto 2020


 

La morte di Chadwick Boseman, annunciata ieri mattina dall'ufficio stampa dell'attore, è stata per tutti un fulmine a ciel sereno. E questo per diversi motivi. Perché l'attore di Black Panther sembrava perfettamente in salute. Perché era estremamente giovane. Perché ci siamo accorti che il nostro modo di raccontare i personaggi famosi che combattono contro una malattia può e deve cambiare. 


5 cose che possiamo imparare dalla morte di Chadwick Boseman

Il dettaglio che ha sconvolto tutti è stata la rivelazione che Chadwick Boseman avesse il cancro dal 2016. Questo vuol dire che il film che lo ha reso celebre in tutto il mondo, Black Panther, è stato girato tra una seduta e l'altra di chemioterapia. E così gli ultimi film degli Avangers, City of Crime e Da 5 Bloods (l'ultima pellicola di Spike Lee). Come è possibile?
Come è stato possibile mantenere il segreto per 4 lunghi anni? Perché nessuno di noi, che di ogni personaggio famoso sappiamo vita morte e miracoli, si è accorto che quest'uomo stesse così male?
Perché la malattia è una cosa strana e colpisce ognuno di noi in modo diverso. Così la morte di Chadwick Boseman, oltre a lasciare un vuoto indelebile nel mondo del cinema e nei cuori dei fan e degli amici e familiari, può insegnarci almeno su come parlare di malattie e personaggi famosi



1. I personaggi famosi si ammalano

Sì dai, questo lo sappiamo. Spesso sentiamo della malattia di un attore o un cantante e ne restiamo colpiti lo stesso, però. Vediamo queste creature sovrannaturali, come dei dell'Olimpo contemporaneo, intoccate e intoccabili dalle miserie di noi comuni mortali. E invece eccoli lì, sono esseri umani come noi. Chadwick Boseman aveva il cancro al colon, come mia zia. A pensarci è pazzesco. 



2. La malattia non conosce soldi né posizione sociale

Chi di voi ricorda la diagnosi di fibromialgia di Lady Gaga? Io la ricordo bene, non solo perché è la mia stessa malattia cronica e vederla rappresentata nel suo documentario è stato doloroso e catartico. Ricordo anche, con estremo disgusto, di cosa si parlasse sui giornali e perfino sui gruppi e sui forum di malati cronici. Eh ma lei è ricca, ha tutti i soldi e i medici a sua disposizione, mica come noi. E quindi? La malattia è malattia e non guarda in faccia nessuno. Se è una malattia incurabile, non troverai una cura neanche se sei Lady Gaga. E se il tuo cancro, invece di regredire, peggiora, non ti basteranno la fama e i soldi di Chadwick Boseman. Il dolore è dolore, la malattia è malattia, la morte è morte. L'empatia è sempre più rara. 



3. Puoi essere malato e lavorare con la stessa costanza e perofessionalità dei tuoi colleghi

Forse è il caso di ripeterlo: Chadwick Boseman ha girato Black Panther con il cancro. La malattia non gli ha impedito di essere un grande artista, un esempio per milioni di giovani e meno giovani. Non gli ha impedito di andare a trovare i bambini malati terminali, vestito da supereroe come i suoi colleghi, per portare un po' di gioia in quei reparti bui. 



4. La malattia assume facce diverse

Non è stato solo il lavoro a occupare questi 4 anni di vita di Chadwick Boseman, mentre combatteva il cancro. Era sempre presente alle conferenze stampa, sempre pronto a partecipare agli eventi di beneficenza. E non posso sottolineare abbastanza questa cosa: era sempre tra gli uomini meglio vestiti ad ogni premiazione o evento. Io non me lo scorderò mai, Chadwick Boseman in Versace al Met Gala 2018. Guardate questa foto e ditemi se quest'uomo vi sembra un malato terminale. Eppure lo è. Dovremmo imparare che non sempre quello che si vede è la verità.



5. Questo non vuol dire che i malati siano eroi

L'ho già scritto in altre occasioni: la retorica del malato guerriero è dolorosa e orribile. E lo so, l'ho usata anch'io in questo post. Perché è così insita nella nostra cultura da rendere quasi impossibile lasciarla andare. Un malato non è un eroe, anche se è Black Panther. Un uomo malato è un uomo malato, è un paziente, è una persona che soffre. Un'altra vittima del dolore e della malattia che lascerà un vuoto incolmabile nella cultura pop afroamericana e non solo. 
Rest in Power, King!



Nell'estate della pandemia, abbiamo scoperto come viaggiare in maniera autentica

24 agosto 2020


 Che tipo di viaggiatori siamo? Lo abbiamo scoperto in questa estate 2020, l'estate della pandemia. Quella che ha diviso definitivamente il mondo in due: quelli che sanno accettare il cambiamento e quelli che non ne sono in grado. 


Durante una pandemia, o ti adatti o muori

Non letteralmente, eh. Ma chi non si adatta muore lentamente, soprattutto in periodo di crisi. Muoiono le imprese, le aziende, i posti di lavoro di chi non sa sfruttare le innumerevoli risorse del web per reinventarsi. Muore il rispetto per gli altri, se non impariamo a cambiare le nostre abitudini per garantire la sicurezza sanitaria di tutti. Moriamo un po' anche noi, se siamo convinti che la vita continuerà esattamente identica alla scorsa estate, se pensiamo di poter tornare indietro nel tempo e fare le nostre solite ferie, nel solito posto, nel solito modo. Muore la nostra voglia di viaggiare e di vivere, se non impariamo a farlo in maniera diversa. 


I viaggiatori dell'estate 2020

Si sono suddivisi esattamente a metà i viaggiatori, e i più in generale i vacanzieri, in questa estate 2020
  • Quelli che hanno voluto fare le stesse identiche cose dell'estate 2019.
  • Quelli che hanno compreso e attuato la necessità di cambiamento. 
E indovinate chi sono quelli più intelligenti e che porteranno avanti la specie? Modestamente. 
La questione è estremamente complessa ma allo stesso tempo molto più semplice di quanto si pensi. A Gennaio 2020, con la comparsa del nuovo Coronavirus in Cina e poi in tutto il mondo, la società è cambiata. Inevitabilmente. Abbiamo vissuto e stiamo vivendo ancora un trauma collettivo le cui conseguenze saranno con noi chissà per quanto tempo. Forse per sempre. 
Abbiamo cambiato il nostro modo di lavorare, il nostro modo di rapportarci con gli altri, il nostro modo di uscire di casa, il nostro modo di vivere. Ma qualcuno pensava che non fosse necessario cambiare il proprio modo di viaggiare
Queste persone sono quelle che proprio non ce l'hanno fatta, quest'anno, a saltare le due settimane di villeggiatura nello stesso posto di villeggiatura in cui hanno trascorso le ultime 30 estati della loro vita. Oppure quelle che cavolo, io me ne vado a Ibiza, sono 3 anni che risparmio per andare a Ibiza e quindi ci vado. Sono quelli che ogni anno scelgono il proprio resort a gennaio e chi se ne frega se nel mezzo c'è una pandemia, a luglio saranno in quel resort. Sono le persone la cui vita è talmente arida, rigida, contraria al cambiamento che proprio non riescono a immaginarla un'estate senza mojito e balli latinoamericani. Oppure sono quelli che programmano ogni minuto della loro giornata e non sono capaci di "seguire la corrente". Sono quelli che ci hanno riportato a un numero di casi che supera il migliaio, ragà. Altro che migranti. Quelli che ci hanno riportato il Coronavirus sono i dittatori delle vacanze. Che gentaglia. 


Un nuovo modo di vivere l'estate

Queste persone hanno perso un'occasione. Certo, si sono fatte la loro villeggiatura sulla spiaggia di Gallipoli con gli amici di sempre. Hanno ballato al Billionaire al grido di "Non ce n'è coviddi" saltellando sui ritmi sempre uguali di cantanti latini che quest'anno avevano altro da fare che sfornare un tormentone estivo 2020 e hanno riciclato quello vecchio. Ma mica se ne accorgono, questi qui. Sono quelli che hanno passato 5 giorni a Pag e hanno solo ed esclusivamente bevuto e ballato e passato ogni notte in un letto diverso, che se ci pensi lo potevano fare anche a casa loro. Sono quelli convinti di essersi goduti l'estate 2020, invece hanno replicato quella dell'anno scorso. E dell'anno prima. E di quello prima. Non hanno imparato, non sono cresciuti, non hanno sfruttato il trauma per evolversi
E come ci si evolve, in tempo di pandemia? Accettando il cambiamento. Accettando che sì, l'estate 2020 è diversa dalle altre ma può essere anche migliore. Più autentica. 
Avrebbero potuto svegliarsi una mattina e fare una ricerca veloce su Google maps per trovare le spiagge meno affollate, che magari sono bellissime ma loro mica lo sanno. Avrebbero potuto scoprire una regione italiana che non conoscono, invece di tornare sempre sullo stesso lido della Sardegna o della Riviera Romagnola. Che so, scoprire le montagne del Trentino o i boschi dell'Abruzzo "dove stare distanti è naturale", come dice il terribile, terribile spot radiofonico della Regione. Ma insomma, avete capito. Avrebbero potuto esplorare gli scorci dietro casa e fare un pic nic a basso costo e bassissimo pericolo di assembramenti, invece di andare in discoteca come ogni santissimo sabato delle loro vite da quando avevano 15 anni. Avrebbero potuto seguire il vento, il meteo, il cuore nello scegliere ogni giorno un posto nuovo da esplorare. Invece no. Stessa spiaggia, stesso mare, stesso cocktail annacquato che li fa sentire importanti. Siamo viaggiatori nati, scrivono sul post di instagram nel solito lido, con uno spritz in mano e lo smartphone nell'altra. Viaggiatori nati? Vabbè. 

 

5 modi per viaggiare in maniera più autentica

Se sei un viaggiatore nato, di quelli che ha passato tutto agosto nella stessa discoteca in cui ha festeggiato i 18 anni (e oggi ne hai tipo 35), non aver paura. Puoi imparare a viaggiare in un modo nuovo. Puoi diventare un viaggiatore autentico, veramente, anche se quest'estate 2020 era l'occasione perfetta e l'hai sprecata. C'è ancora settembre, se non moriamo tutti. 
Ecco 5 modi per viaggiare in maniera più autentica:
  1. Scegli un motore di ricerca di viaggi e seleziona il parametro "vicino a me" o "a meno di due ore da me". Magari non ti serve neanche una struttura in cui passare la notte, ma scommetto che scoprirai angoli che non conosci proprio dietro casa. 
  2. Iscriviti a tutti i gruppi facebook di organizzazione eventi della tua regione. Vuoi vedere che nessuno organizza un cinema all'aperto, un pic nic con distanziamento sociale, una passeggiata nella natura?
  3. Fai l'aperitivo nei posti meno cool. Davvero. Vuoi uno spritz annacquato, servito senza mascherina mentre decine di concittadini che non tolleri sudano a pochi millimetri da te? Allora vai sul solito lido, che te lo dico a fare. Ma se vuoi vino buono, poca gente, atmosfera, cerca i locali nascosti. Nei vicoletti del centro storico o in un paesello sperduto in montagna
  4. Mangia qualcosa di tipico, ovunque tu sia. Te lo dico da malata cronica piena di intolleranze alimentari e capricciosa cronica che no-ti-prego-il-sugo-mi-fa-impressione: è impossibile che tu non trovi qualcosa di tipico che rientri nei tuoi gusti. Non ordinare la cotoletta nella taverna in montagna, dai, prova la polenta. E se proprio non ce la fai, almeno bevi un vino della zona!
  5. Non programmare tutto. Questo puoi farlo sempre e ovunque, in Italia o all'estero, per un weekend o una vacanza di un mese. Lasciati trasportare dalla corrente. Segui l'istinto, lui sa un sacco di cose che non ci stanno, nella guida Lonely Planet. E se hai voglia di stenderti su un prato e pisolare tutto il pomeriggio, strappa l'itinerario di musei minuto per minuto e pisola. Mica viene la polizia dei viaggiatori a controllare se hai fatto tutto-ma-proprio-tutto ciò che prevedono le guide. Stai sereno. 

"Fino a quando la mia stella brillerà", il libro di Liliana Segre per ragazzi

20 agosto 2020

 

Nella mia famiglia ci sono tantissime insegnanti di ogni materia, ordine e grado. Quindi, periodicamente, mi trovo a discutere con mia madre o con mia suocera, con una zia o con un'altra, su quale sia il modo migliore per affrontare certi argomenti. Tipo come spiegare l'olocausto ai ragazzi?


L'olocausto spiegato ai ragazzi

Dicevo, io non sono un'insegnante ma sono circondata da insegnanti. Ho studiato didattica all'università e soprattutto sono un'osservatrice. Mi guardo intorno continuamente, leggo, studio, guardo film e documentari, osservo il comportamento di chi mi sta intorno. E se c'è una cosa che mi spaventa è il razzismo che sta di nuovo prendendo piede nel nostro paese. O forse è sempre stato lì, ma io non me ne accorgevo. Adesso ci faccio caso e ne ho paura. Ho paura di cosa potremmo diventare se ci lasciamo trascinare nel vortice di populismo e fake news che attraversa l'Italia ogni giorno. 
D'altra parte però, ho anche fiducia. Come potrei non avere fiducia nei giovani italiani, con tutte le donne (e un paio di uomini) della mia famiglia ad educarli?
So però che alcuni argomenti sono più difficili di altri da affrontare, soprattutto se nei media e in famiglia se ne parla in certi termini. E come spiegare il razzismo? Forse con un racconto vero, scritto in prima persona da qualcuno che lo ha vissuto sulla propria pelle. Una pelle che, per assurdo, è proprio uguale alla mia. 
Sto parlando del libro per ragazzi di Liliana Segre, scritto a quattro mani con Daniela Palumbo, "Fino a quando la mia stella brillerà". 
Il libro è del 2015 e io l'ho appena letto, gratuitamente, su Amazon Prime Reading




"Fino a quando la mia stella brillerà" trama

Con una grande delicatezza, Daniela Palumbo raccoglie la testimonianza di Liliana Segre sull'olocausto. Sì, la stessa che la Senatrice a vita racconta nelle scuole. E io sono certa che sentirla dalla sua viva voce sia un'emozione incredibile, ma qualora non fosse possibile, leggere il libro è un ottimo metodo per spiegare l'olocausto ai ragazzi
Senza entrare nei dettagli più macabri, il racconto non sfugge dalla verità e dall'orrore dell'olocausto. Ma non solo. Non si tratta solo di un libro sull'olocausto (quanti ne sono stati scritti?). 
"Fino a quando la mia stella brillerà" è un racconto di amore e di indifferenza. Mi sono salvata perché sono stata amata, scrive Liliana Segre nel suo libro, e le crediamo perché ci racconta la storia della sua famiglia. Conosciamo i nonni, l'amato padre, la madre di Liliana che lei non ha mai conosciuto ma la cui presenza è viva nella casa d'infanzia e nel libro. Conosciamo i Giusti, tutti coloro che in un modo o in un altro hanno fatto sì che Liliana tornasse viva da Auschwitz. Sono altri prigionieri e lontani parenti, soldati che lottano contro il nazifascismo e amici di famiglia. Semplicemente Giusti, incapaci di guardare dall'altra parte mentre oltre 15 milioni di innocenti vengono eliminati dalla faccia della Terra. 

Il razzismo e l'indifferenza

Ecco l'altro grande tema di "Fino a quando la mia stella brillerà". L'indifferenza, Liliana Segre lo ha scritto e detto più volte, fa più male di qualsiasi violenza. Perché alla violenza ci si può ribellare, all'indifferenza no. 
"Stück... ci chiamavano così, facendo seguire a questa parola i numeri tatuati sul braccio. In tedesco significa "pezzo". Non eravamo più uomini. Ad Auschwitz diventammo... pezzi".

Questa frase del libro per ragazzi è il sunto di tutta l'esperienza del razzismo. Non persone, ma pezzi. Non uomini, ma oggetti, da usare finché servono e poi buttare via. 

E non è così anche oggi? Quanti calciatori di colore sono osannati dagli italiani per la loro (presunta) superiorità fisica? E quanti medici sottovalutati? Perché il razzista non si fida a mettere il proprio corpo in mano a un "diverso". Il pallone invece sì. 

Allora ecco come spiegare l'olocausto ai ragazzi, come spiegare il razzismo ai giovani italiani che hanno sentito troppe cattiverie in questi ultimi mesi e anni per esserne immuni. Insegnati, genitori, educatori di tutti i tipi: fateli leggere. Leggete insieme a loro un libro per ragazzi sull'olocausto, una storia vera di diversità e integrazione, un saggio sull'inesattezza biologica della definizione di razza

Non i romanzi, di romanzi e libri sull'olocausto ne sono stati scritti tantissimi (alcuni anche dalla stessa Daniela Palumbo), ma è importante che siano veri. Ancor di più se la voce, il viso, le parole di chi ha vissuto quella storia sono familiari. Come la voce, il viso e le parole di Liliana Segre

5 motivi per guardare il film interattivo di Unbreakable Kimmy Schmidt su Netflix

13 agosto 2020


Non ci aspettavamo un Unbreakable Kimmy Schmidt 5 e sembrava che non ci fosse alcun motivo per continuare la serie comedy di Tina Fey e Robert Carlock conclusasi lo scorso anno. Eppure là dove noi spettatori non vedevamo nuove possibilità, Netflix ha esplorato il nuovo modello di storytelling del film interattivo. Il risultato è... in pieno stile Kimmy Schmidt. E onestamente, ne avevamo bisogno. 


Kimmy vs. il Reverendo: la trama e la struttura del film interattivo

Dopo il successo di Bandersnatch, il film interattivo della serie Black Mirror, sembra che Netflix si sia appassionato a questo tipo di storytelling. Anzi, gli spettatori si sono appassionati all'idea di un prodotto di intrattenimento del tipo choose-your-own-adventure
Le similitudini con Bandersnatch, però, finiscono qui. Unbreakable Kimmy Schmidt non è mai stata considerata una serie tv di Netflix dal successo planetario: la sceneggiatura e i personaggi sopra le righe la rendono poco appetibile al pubblico mainstream. Ma è proprio il suo substrato di nonsense a dare a questa serie la struttura perfetta per un film interattivo.
Alla fine della quarta stagione, avevamo lasciato Kimmy finalmente ben inserita nel mondo reale (beh... più o meno) e in odor di successo mondiale grazie al suo libro per ragazzi. Il film Kimmy vs. Il Reverendo riprende qualche anno dopo. La nostra ragazza-talpa preferita è sempre una svampita ingenua e dal cuore d'oro, ma ha finalmente incontrato l'amore vero. Si tratta di Frederick, un delizioso Daniel Radcliffe (ve ne parlerò più avanti), 12° in linea di successione al trono d'Inghilterra. Tre giorni prima del matrimonio, Kimmy scopre in una tasca segreta del suo zainetto Jenny un libro che non aveva mai visto (proprio del tipo choose-your-own-adventure) e scopre così che ci sono o ci sono state altre donne prigioniere del Reverendo oltre alle quattro inquiline del bunker di Durnsville. Comincia così un'avventura che la porterà a tentare di salvare le ragazze intrappolate. 
Ad accompagnare Kimmy, i personaggi che i fan hanno imparato ad amare: l'egocentrico Titus, la snob Jaqueline, la completamente folle Lillian e le tre ex-prigioniere Cyndee, Gretchen e Donna Maria. E, ovviamente, il Reverendo. 

Allo spettatore vengono proposte scelte via via più complesse che portano alla risoluzione della storia. Si va dalla scelta dell'abito da sposa di Kimmy all'ardua sentenza con cui uccidere o risparmiare il Reverendo. A differenza di quanto ci si possa aspettare da un film interattivo, però, qui la scelta giusta è solo una. Solo un percorso porta al lieto fine, e non sempre la scelta che sembra più azzeccata è quella corretta. Ogni volta uno dei personaggi compare sullo schermo ad avvisare lo spettatore: hai scelto male, torna indietro. E così le numerose gag e scene al limite dell'assurdo si ripetono finché non si giunge all'inevitabile happy ending. 


5 motivi per guardare il film interattivo di Kimmy Schmidt

Se ogni volta che lo spettatore sbaglia una scelta deve tornare indietro, vuol dire che l'idea del film interattivo non ha funzionato, giusto? Sbagliato. Con Unbreakable Kimmy Schmidt il risultato è divertente e ben riuscito, grazie alla sceneggiatura impeccabilmente nonsense e ai personaggi costruiti con maestria. Ecco 5 motivi per guardare Unbreakable Kimmy Schmidt: Kimmy vs. Il Reverendo.
  1. Daniel Radcliffe. Sì lo so, sembra pazzesco metterlo al primo posto: in fondo, è una guest star. Ma il pubblico che lo ha seguito nella sua carriera post-Harry Potter sa che questo posto è meritato. Dopo aver smesso i panni del mago più famoso del mondo, Daniel Radcliffe ha intrapreso quasi solo progetti indipendenti e dalle premesse assurde e ha realizzato film nonsense ma spettacolari. Titoli come Swiss Army Man e Guns Akimbo hanno reso celebre la sua vena comica. Con tempi ed espressioni sempre sul pezzo, è perfetto nel ruolo del futuro marito di Kimmy Schmidt: una parodia del principe Harry e della sua relazione con Meghan Markle
  2. I personaggi. Come abbiamo già detto, non tutti hanno apprezzato Unbreakable Kimmy Schmidt e, nonostante le numerose candidature a premi prestigiosi, la serie tv di Netflix non ha mai raggiunto una popolarità assoluta come altri prodotti del colosso dello streaming. Vi siete chiesti perché? Perché non ci sono personaggi "normali". Il grande pubblico non ha un eroe classico (uomo, bianco, cristiano, eterosessuale) in cui identificarsi e questo manda in pappa il cervello di moltissimi spettatori. Che testoline vuote, eh? 
  3. Inclusività e nonsense. Questo punto si ricollega direttamente a quello precedente. I personaggi e le storyline di Unbreakable Kimmy Schmidt sono assurdi. Oppure no? Oppure siamo così disabituati a vedere la sensibilità in un uomo etero che Dong Nguyen ci sembra irreale? Oppure non tolleriamo che una vecchietta pazza come Lillian sia una rivoluzionaria e non una Karen? Oppure pensiamo al mondo dei nativi americani in maniera talmente stereotipata che Jaqueline e la sua famiglia ci sconvolgono? Certamente un mix delle due cose. Realtà e assurdità. 
  4. La scrittura di Tina Fey. Il lavoro della comica e sceneggiatrice è talmente sopraffino che aver creato un mondo complesso e strambo come quello di Unbreakable Kimmy Schmidt sembra facile. Ma non lo è. Proprio per tutti i motivi di cui sopra. Tina Fey (insieme al co-sceneggiatore Robert Carlock) ha creato un caleidoscopio di umanità talmente variegata che possiamo anche perdonarla per la mancanza di inclusività in 30 Rock. Che dite?
  5. Lo storytelling del film interattivo. Grazie a questa sceneggiatura calibrata sulla follia, la struttura di Kimmy vs. Il Reverendo funziona alla perfezione. Funziona perché conosciamo la serie tv e sappiamo che ognuno di questi personaggi potrebbe fare letteralmente qualsiasi scelta fuori dalle righe. Funziona perché, nonostante sia la scelta sbagliata, scovare ogni scena nascosta tra le pieghe del film è una deliziosa caccia al tesoro. In quelle che in un film tradizionale sarebbero "scene tagliate" scopriamo battute ininfluenti che fanno morire dal ridere, riferimenti alla cultura pop e quella satira politica e sociale camuffata da assurdità che tanto amiamo in Unbreakable Kimmy Schmidt.

Essere Kimmy Schmidt in tempo di pandemia

Nonostante sia stato scritto in tempi non sospetti (e sia arrivato in Italia con un notevole ritardo proprio a causa della pandemia e della difficoltà a tradurre un prodotto così complesso), il film di Kimmy Schmidt è esattamente quello che ci serviva in questa estate segnata dal Coronavirus. Mentre i casi tornano a risalire, temiamo un nuovo lockdown e non sappiamo cosa fare delle nostre ferie, ci serve proprio una Kimmy Schmidt
Un personaggio femminile che ha una forza raramente vista in una protagonista di una serie tv: la forza della gentilezza, ma mai sdolcinata. Kimmy ha vissuto un trauma che la segnerà per il resto della vita, eppure si rialza. Sceglie sempre (piccolo spoiler che vi aiuterà nel proseguire con il film interattivo) di essere gentile, a qualsiasi costo. Anche con il suo aggressore. Anche con i suoi amici egocentrici e dalle pretese assurde. Anche con la sua famiglia che l'ha abbandonata nel momento del bisogno. Attenzione: Kimmy non è un modello da seguire. Una donna che viene molestata, aggredita o ferita in qualsiasi modo ha tutto il diritto di cancellare dalla propria vita chi le ha fatto del male. Però è un segnale di un modo di affrontare le cose che potrebbe servirci durante e dopo la pandemia. Possiamo affrontare il mondo con maggiore empatia, con maggiore innocenza, con maggior genuino stupore per le cose belle della vita nonostante ci sia piombata addosso una tragedia. Come fa Kimmy

Sfilata Dior a Lecce: che problemi hanno gli italiani con la moda e il turismo?

23 luglio 2020


Sembrerebbe scontato: se una maison di rilevanza internazionale come Christian Dior sceglie il tuo paese e la tua città per presentare la propria collezione cruise, non puoi che esserne felice. Vero? Beh, non tanto. 



Sfilata Dior a Lecce, cosa è successo?

Come spesso accade, è successo che gli italiani non hanno ben chiaro il concetto di promozione turistica e culturale. Lo abbiamo visto appena pochi giorni fa con querelle Chiara Ferragni agli Uffizi vs. snobisti della domenica. Succede che l'arte e la cultura vengano considerati elitari, destinati a una cerchia ristretta di intellettuali (che magari non sanno neanche come si scrive, Uffizi) e che la moda sia sempre la figliastra venuta male nel mondo dell'arte. Eppure è quella che, solo in Italia, fattura più di tanti altri settori economici e che ha reso il nostro paese un faro nel mondo intero. Allora perché siamo sempre così restii ad aprirle le porte? 
Perché ancora oggi chi si occupa di moda, di giornalismo di moda, e ancor di più di fashion blogging (i vituperati influencer) vengono considerati dei pigroni che non sanno fare altro nella vita che scattare selfie? Eppure Chiara Ferragni ha portato agli Uffizi un aumento di ingressi, soprattutto dalla fascia più giovane dei suoi follower, che in tempo di pandemia e restrizioni non era pensabile. Eppure ieri e oggi il mondo parla di Lecce, quella piccola perla barocca che, sul tacco dello stivale, viene così spesso dimenticata dai programmi di promozione turistica
Accade che la sfilata di Dior a Lecce, così come l'anno scorso quella di Dolce e Gabbana alla Valle dei Templi di Agrigento, sia quasi un fastidio, un eccesso di glamour e di sfarzo che stride con la vita lenta e pigra delle nostre meravigliose città del Sud. Ma come vogliamo che le nostre bellezze vengano valorizzate e conosciute, come vogliamo rendere veramente l'Italia quel paese a vocazione turistica che con ogni diritto dovrebbe essere, se non lasciamo che nel mondo si parli di noi?
Chiara Ferragni agli Uffizi è apparsa come un sacrilegio, una macchiolina in grado solo di sporcare quell'immagine perfetta che abbiamo dell'arte e della cultura italiana. Talmente perfetta che deve essere preservata a tutti i costi, chiusa dentro i musei vuoti e prerogativa di quella famosa elite che chissà, forse non c'è neanche mai stata agli Uffizi. E lo stesso è accaduto ieri con la sfilata di Dior a Lecce: quante volte avete sentito un pugliese vantarsi della pizzica, delle luminarie, di quelle tradizioni che sono nate in secoli e secoli e si sono stratificate con l'aggiungersi di nuove dominazioni e nuove contaminazioni di popoli nel nostro splendido Sud? Vi sareste mai aspettati, proprio dai Leccesi, delle lamentele quando queste sono d'ispirazione a una sfilata di moda?


Orgoglio vs. preservazione: una contraddizione in termini

Qualsiasi italiano saprà dirvi quanto il Sud sia orgoglioso di sé stesso, a volte fino all'esagerazione. Non facciamo che parlare dei nostri siti UNESCO, che vantarci dello splendore ineguagliato del Regno delle due Sicilie, che raccontare a chiunque voglia ascoltarci quanto si mangi bene in Sicilia, e quanto sia bello il mare della Puglia, e che i Napoletani sono un'altra cosa, signora mia, che glielo dico a fare? Però se qualcuno si interessa a valorizzare ed esportare i nostri prodotti, i nostri valori e il nostro patrimonio, dimostriamo una gelosia morbosa. 
La sfilata di Dior a Lecce è stata una deliziosa lettera d'amore di Maria Grazia Chiuri, la direttrice artistica della maison che è nata in Puglia e che ieri era emozionata come al suo debutto, ma non solo. Mentre le modelle sfilavano con i fazzoletti in testa, con la pizzica in sottofondo, frasi femministe si accendevano in mezzo alle luminarie e corsetti di cuoio facevano capolino tra gli abiti tradizionali. Come a dire "Ehi, amiamo e preserviamo la nostra tradizione ma guardiamo anche avanti, a un'emancipazione della donna che sembra ancora assurdamente lontana. Impariamo a coniugare il passato alla luce del presente e, perché no, del futuro". Un messaggio che Dior ha lanciato in maniera potente, attraverso la collezione come sempre sublime di Maria Grazia Chiuri
Ma oggi nessuno sta parlando di questo: si parla di appropriazione culturale (ma non la elogiamo da anni quando si parla di Dolce e Gabbana?), di sfruttamento delle tradizioni a scopo commerciale (e che male ci sarebbe?), perfino di uno sfarzo irrispettoso rispetto alla pandemia che stiamo ancora vivendo
Capito? Mentre in tv guardiamo spot improbabili, con slogan vetusti e a volte grammaticalmente scorretti, che parlano di ogni regione allo stesso modo (il sole, il mare, il buon cibo, che novità) una maison francese si prende la briga di scegliere Lecce, la nostra Lecce, i nostri costumi e le nostre tradizioni. E noi ci lamentiamo. Perché facciamo un po' schifo, sia come patrioti che come cittadini del mondo. E non potremo vincere mai, finché i cittadini, le istituzioni e i politici non sapranno essere i primi ad amare la propria terra, ma veramente, e a trasferire questo amore in maniera positiva e costruttiva. 


Milano Digital Fashion Week: il futuro in 5 sfilate di moda uomo (e non solo)

20 luglio 2020


La moda uomo 2020-21 e le collezioni resort degli stilisti italiani si sono svolte quest'anno in versione digitale, così come le sfilate dell'haute couture, nel completo rispetto del distanziamento sociale. E mentre ci chiediamo quale sarà il futuro della moda in un mondo sempre più tecnologico, possiamo cominciare a sbirciare i trend per la prossima stagione. 

5 sfilate di moda uomo (e non solo) alla Milano Digital Fashion Week

Ad accogliere le collezioni della prossima stagione di moda uomo e le linee resort è stata la piattaforma digitale di Camera Moda, creata appositamente per raccogliere fashion film, look book e comunicati stampa delle case di moda che solitamente partecipano alla Settimana della Moda di Milano. Un modo nuovo di raccontare mood e collezioni, di ispirare la moda che verrà e anticipare i trend, a metà strada tra riflessione sul periodo buio della pandemia e sguardo speranzoso verso il futuro. Vediamo insieme alcune delle collezioni presentate alla Milano Digital Fashion Week

1. Salvatore Ferragamo tra passato e presente
Il fashion film "Shaping a Dream" presentato sulla piattaforma di Camera Moda, per Ferragamo, è un modo per ripercorrere i passi di una delle maison più celebri del made in Italy. La storia del marchio viene raccontata attraverso immagini dei pezzi più iconici della moda uomo e donna firmata Ferragamo e allo stesso tempo si apre al futuro con un modo nuovo di raccontare la tradizione. 



2. La collezione resort 2021 di Ermanno Scervino
Ha scelto di raccontare direttamente il futuro alla Milano Digital Fashion Week, Ermanno Scervino. Il brand toscano immerge le figure eteree, tipiche delle sue sfilate, in un'atmosfera mediterranea che ricorda la freschezza dell'estate. Il buio della pandemia è alle spalle, davanti a noi jeans, pizzo sangallo e la purezza del bianco a illuminare ogni cosa in un dialogo continuo tra moda maschile e femminile



3. La moda digitale di SUNNEI Canvas
Riprende il progetto di riqualificazione urbana Bianco SUNNEI, questa collezione di moda uomo e donna presentata per la prossima primavera estate. Il virtuale e il reale interagiscono su una piattaforma in 3D, dove ogni capo indossato da un avatar può essere modificato e personalizzato partendo dai pezzi basici del brand. Canvas, appunto, tele bianche su cui imprimere il proprio stile personale in una moda sempre più digitalizzata e sempre più unica. 



4. Maschile vs. Femminile per San Andrès Milano
Who would you like to be? Chi ti piacerebbe essere? ci chiede Andrès Caballero con la sua collezione resort 2021. Il mood gioca con il tema del doppio e con la fluidità del maschile e del femminile: il fashion film presenta abiti genderless, che sottolineano differenze e uguaglianze tra i look e romantici dettagli dal gusto primaverile e fiabesco. 



5. La dolce vita di Eleventy
Nella collezione di moda uomo primavera estate 2021, il marchio recupera l'essenza dell'Italia anni '60. Uno spirito vacanziero, rilassato e senza fronzoli riveste l'intera collezione con toni chiari e neutri, linee pulite e texture prettamente estive. Per un uomo che ama muoversi con stile anche nelle situazioni più informali e allo stesso tempo richiamare la classe inimitabile del made in Italy più autentico. 




Si ringraziano: Camera Nazionale della Moda Italiana, Ermanno Scervino Press Office, Studio Maddalena Torricelli, Ferragamo Press Office, Maximilian Linz, Sunnei Press Office.

"365 giorni, tutti i giorni per essere felice": il libro da leggere in questa estate 2020

13 luglio 2020


Come si fa ad essere felici? Devi essertelo chiesto anche tu, una volta o l'altra. Magari proprio durante questi mesi di follia e di isolamento, di straniamento e di una nuova normalità che di normale sembra non avere nulla. Se lo è chiesto anche Sabina Petrazzuolo, blogger di Uptowngirl.it, ricercatrice di sole e autrice di "365 giorni, tutti i giorni per essere felice".


Il libro da leggere in questa estate 2020

Puoi leggerlo in qualsiasi momento, in effetti, ma questo potrebbe essere il periodo ideale per dedicarti a questo libro - manuale della felicità. "365 giorni, tutti i giorni per essere felice" nasce come un taccuino in cui l'autrice e il lettore dialogano continuamente, individuando i rituali, i piccoli gesti e i pensieri positivi per coltivare la felicità quotidiana
Cos'è la felicità? Secondo Sabina Petrazzuolo, è la capacità di trovare gioia nelle piccole cose di ogni giorno. Per questo i 365 giorni possono iniziare in qualsiasi momento: non devi aspettare Capodanno o Settembre per iniziare la tua ricerca della felicità
Essere felici è una scelta quotidiana, quella di ammirare il mondo gustandone il cambiamento continuo. Così il libro suddivide i 365 giorni dell'anno in 5 stagioni (sì 5, non 4, perché il periodo delle festività natalizie è un po' una stagione a sé) e puoi partire da qualunque di esse per andare anche tu alla ricerca del sole. 

Come si fa ad essere felici?

365 giorni non fornisce una risposta univoca a questa domanda, ma un percorso per arrivare a scoprire cos'è la felicità per te. Come una pianta da coltivare sul terrazzo, il pensiero positivo si nutre di piccoli gesti quotidiani e costanti. 
Nel libro troverai esercizi di mindfulness e ricette per riempire la tua cucina dei profumi di stagione, attività da svolgere all'aperto per ritrovare il tuo contatto con la natura e momenti di introspezione in cui chiederti, e risponderti onestamente, cos'è la felicità per te. Perché come si può essere felici, se non si sa cosa si desidera? Parti da lì, da quello che vorresti e da quello che manca nella tua vita, e segui i rituali e gli esercizi di Sabina Petrazzuolo per coltivare le tue gioie quotidiane e rendere i 365 giorni dell'anno pieni di vita. Ogni stagione è legata a profumi, colori, sapori, attività che ti permetteranno di goderne il meglio, senza aspettare un altro anno o un altro mese o un altro traguardo per cominciare a prenderti cura della tua felicità




Perché 365 giorni è il libro da leggere per superare la pandemia

Perché stiamo uscendo (e non siamo neanche sicuri di esserne del tutto fuori) da un vero e proprio trauma collettivo. Siamo stanchi. Siamo demotivati, abbiamo perso tanto, abbiamo avuto paura, abbiamo investito le nostre energie in un carico di stress emotivo, professionale e personale che sembrava schiacciarci. Ma come da ogni trauma, possiamo scegliere se uscirne migliori o peggiori. Sconfitti o vincitori. 365 giorni non è un libro di auto aiuto come tanti, ma un vero taccuino carico di esperienze di vita vissuta, in cui l'autrice racconta le sue perdite e le sue sconfitte e cosa ha imparato a fare per trasformarle in vittorie. Si tratta di gesti quotidiani, facili da applicare alla vita di tutti i giorni e da modellare sulle nostre personali sconfitte e sul nostro personale desiderio di vittorie.
Leonard Cohen diceva "C'è una crepa in ogni cosa, ed è da lì che entra la luce". Questo 2020 è stato una crepa nella vita di molti di noi: impariamo a fare entrare la luce. Impariamo la felicità.




"365 giorni, tutti i giorni per essere felice" è disponibile su Amazon in versione cartacea e gratuitamente su Kindle Unlimited.
Si ringrazia Sabina Petrazzuolo per il gentile omaggio.

Cosa significa Haute Couture nel 2020: è la fine delle sfilate di moda?

10 luglio 2020

Frame dal fashion film di Matteo Garrone per Dior Haute Couture


La Fédération de la Haute Couture et de la mode di Parigi ha fatto una scelta ben precisa per la presentazione delle collezioni 2020: la pandemia da Coronavirus e il conseguente distanziamento sociale rischiavano di distruggere la fashion week, che si è quindi spostata interamente sul digitale. Ma cosa significa questo per la haute couture e per la moda in generale? Il tempo delle sfilate è finito?


Cosa significa Haute Couture nel 2020?

In un mondo così eternamente in cambiamento, lo tsunami del Coronavirus non poteva che abbattere anche il sistema moda, che ha dovuto inventare nuovi vocabolari e strumenti per raccontarsi. Questo è tanto più importante nel mondo della Haute Couture, là dove ogni abito è un'opera d'arte e ogni singolo pezzo della collezione vale innumerevoli ore di lavoro (e svariate migliaia di euro). 
Come raccontarsi in modo nuovo, come vivere il sogno dell'alta moda parigina attraverso uno schermo? La Fédération de la Haute Couture et de la mode di Parigi, che stabilisce i criteri secondo i quali una griffe e una collezione possano entrare nel patinato mondo della haute couture, ha scelto il total digital. La consueta fashion week di Parigi si è svolta, nella sua edizione di luglio, in versione distanziamento sociale e di fatto... non si è svolta. 
Il calendario della Haute Couture Week ha infatti permesso ad ogni maison di caricare sul sito ufficiale un mini fashion film di pochi minuti e in quasi nessuno di essi abbiamo visto gli abiti veri e propri. Alla domanda cosa significa Haute Couture?, in un momento in cui toccare con mano la preziosità e la maestria di tessuti impalpabili e lavorazioni artigianali non è possibile, i creativi hanno risposto con fashion film che ne evocano l'assoluta unicità

Un look Giambattista Valli Haute Couture 2020



Da Schiaparelli a Elie Saab a Dior: l'haute couture per immagini

Un'opera scultorea di Iris Van Herpen indossata dall'attrice (celebre per Game of Thrones) Carice Van Houten; un fashion film che lega le texture della natura e dell'universo a quelle degli abiti regali di Elie Saab; tre outfit raccontati da Mika per rappresentare il cambiamento al tempo della pandemia secondo Viktor & Rolf. Ogni mini film non ha il compito di illustrare la collezione haute couture ma più che altro il concetto filosofico che l'ha ispirata, sia esso un modo per affrontare tempi turbolenti o un rifugio nella natura là dove la società perde le proprie certezze. O ancora un mondo fantasy in cui gli abiti sono parte integrante di un vero e proprio film d'autore: è il fashion film di Matteo Garrone per Christian Dior, girato nell'atmosfera onirica del Giardino di Ninfa a Roma. Schiaparelli preferisce invece concentrarsi sul dietro le quinte. Immagini della pandemia, della nostra "nuove normalità" alla quale è così difficile abituarsi si fondono con gli schizzi di una nuova collezione haute couture, una fuga dalla bruttezza dei tempi del Coronavirus che saranno però di ispirazione per creare bellezza.
In fondo cosa è sempre stata, l'alta moda, se non la trasformazione dell'attualità in opera d'arte? Con la pandemia in corso, ciò significa che l'haute couture sublima il suo rapporto con l'arte, la musica, la letteratura, in un racconto che mescola le tecniche espressive e le rende un unico sogno nel quale rifugiarci in attesa di tempi migliori. 

Un frame dal fashion film di Matteo Garrone per Christian Dior


Un bozzetto Schiaparelli Haute Couture 2020


Outfit dal fashion film Viktor & Rolf Haute Couture 2020 
Un frame dal fashion film di Elie Saab 


Carice Van Houten nel fashion film di Iris Van Herpen 


Questa è la fine delle sfilate di moda per come le conosciamo?

Io non credo. Se il fashion film e il digitale sono la nuova frontiera della comunicazione di moda, le sfilate vere e proprie continueranno ad esistere. Perché disegnare abiti non è solo un'arte, è anche un commercio. Lo sanno bene Chanel e Giambattista Valli, che nonostante il nuovo metodo espressivo cercano di mantenere l'attenzione sui modelli. Rassicuranti, in pieno stile Chanel, quelli presentati per l'haute couture della maison di Coco: i tailleurini e il tweed, le maxi tasche e le preziose applicazioni floreali continuano a farla da padrone nella griffe che ancora non ha trovato la sua nuova rotta dopo la morte del Kaiser Karl Lagerfeld. Ma che continua a rappresentare la moda parigina a un livello talmente iconico da risultare irresistibile, anche in questa veste un po' agée.
Le nuvole di tulle colorato avvolgono le modelle anche in questa collezione haute couture 2020 per Giambattista Valli, capace di creare in pochi anni uno stile distintivo che raramente si modifica ma riesce comunque a non deludere. Questa volta, con buona pace degli odiatori di mascherine, il tulle copre anche il volto delle modelle. Perché sognare si può, ma bisogna anche raccontare il presente. 

Un abito Giambattista Valli Haute Couture 2020


Un look Chanel Haute Couture 2020

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