Altaroma 2019: i 7 eventi più interessanti delle sfilate romane

15 luglio 2019

Federico Cina viene decretato vincitore di Who is on Next? 2019

Giovani stilisti emergenti e grandi nomi della moda italiana si incontrano due volte l'anno nella capitale, per parlare di artigianalità, di tecnologia, dei nuovi confini del sistema fashion italiano e internazionale. Cos'è successo quest'anno ad Altaroma 2019?


Cos'è Altaroma?

Sinonimo di tradizione e sperimentazione, Altaroma è la piattaforma da cui partire per farsi un nome nel mondo della moda italiana. Gli stilisti italiani emergenti, gli astri nascenti di altri Paesi, i giovani studenti appena laureati alle scuole di moda mostrano le loro prime collezioni in sfilate, concorsi ed esposizioni che rispondono tutte alla stessa domanda: cos'è Altaroma e come sarà la moda di domani? Ecco le risposte che abbiamo visto in alcuni degli eventi più importanti di Altaroma di Luglio 2019

1. Who is on Next?

Si tratta del più importante concorso per stilisti e designer emergenti, organizzato ogni anno da Altaroma in collaborazione con Vogue Italia. Per la sua quindicesima edizione, Who is on Next? ha scelto la collezione di Federico Cina, a cui è stato assegnato il premio alla memoria del direttore di Vogue Franca Sozzani. Premiato anche Matteo Maiorani per i migliori accessori. 

Sfilata Federico Cina a Who is on Next?

Presentazione Matteo Maiorani a Who is on Next?

2. Showcase Roma

Insieme al Ministero per lo Sviluppo Economico, Altaroma 219 presenta la quarta edizione di questa iniziativa che si svolge al Prati Bus District durante i giorni delle sfilate: stilisti e creativi emergenti mostrano le loro opere per la prossima stagione a potenziali buyers, con la possibilità di acquistare in loco. 

Accessori Italo Marseglia a Showcase Roma

Scarpe Luisa Tratzi a Showcase Roma


3. A. I. The Shape of Water

Anche in questa edizione A. I. - Artisanal Intelligence ci ha mostrato fin dove possa spingersi la moda del futuro. In questo caso, il tema della manifestazione richiama al continuo mutamento dell'acqua e di conseguenza alla metamorfosi e alla trasformazione insite nel concetto di moda ecosostenibile

Collezione Speedo presso A.I. - The Shape of Water

Collezione Talking Hands presso A.I. - The Shape of Water


4. Be Sign di Sabrina Persechino

Altaroma è fucina di talenti e di nuove idee, certo, ma anche conferma di nomi che ormai hanno occupato il proprio posto nel mondo delle sfilate romane. Tra questi, l'atelier Sabrina Persechino, la stilista-architetto che per la collezione autunno inverno 2019-20 guarda alla Bauhaus. La scuola di architettura e design della prima metà del '900 ispira tagli precisi ed elementi tecnologici, inseriti in una collezione che punta essenzialmente alla funzionalità. Senza lasciarsi sfuggire dettagli contemporanei.

Sfilata Sabrina Persechino - Altaroma 2019

Sfilata Sabrina Persechino - Altaroma 2019


5. Vigilant Somniant di Italo Marseglia

Letteralmente "colei che sogna ad occhi aperti". Ecco chi è la donna di Italo Marseglia per la prossima stagione. Una viaggiatrice colta e sofisticata, che conosce il potere dei sogni, ma sa rimanere con i piedi per terra. Torna il tema della moda ecosostenibile, o meglio dell'upcycling, del recupero di tessuti e materiali di scarto. Pezzi d'archivio e campioni di tessuto, forniti da maison nazionali e internazionali, vivono una nuova vita fondendosi al denim anni '70 e alla pelle di salmone, elemento innovativo che si posa su accessori e dettagli di abiti raffinati. Tessuti riciclati per design contemporanei. 

Sfilata Italo Marseglia - Altaroma 2019

Sfilata Italo Marseglia - Altaroma 2019


6. Pryvice di Paola Emilia Monachesi

Cime Tempestose in versione pop: è l'idea di Paola Emilia Monachesi per l'autunno inverno 2019-20, una collezione che mescola romanticismo e tessuti tech, colori pop e nuance pastello. Non c'è distanza tra maschile e femminile in questa sfilata, ci sono solo persone, avvolte in armature metalliche e organza, vetro e chiffon. Dame (o cavalieri?) dell'era tech-intensity di Altaroma.

Sfilata Paola Emilia Monachesi - Altaroma 2019

Sfilata Paola Emilia Monachesi - Altaroma 2019


7. DassùYAmoroso, I am what I am

Street style con un tocco pride: è la moda del brand emergente che presenta una collezione coloratissima, dalle forti connotazioni punk. Nylon pink bubble e verde fluo si unisce al nero spalmato e iridescente, creando superfici che riflettono la reale personalità di chi li indossa. Novità assoluta sulla passerella di Altaroma è la nuova versione del tartan, reso contemporaneo e digitalizzato per chi non teme di mostrare chi è veramente. 

Sfilata DassùYAmoroso - Altaroma 2019

Sfilata DassùYAmoroso - Altaroma 2019

Si ringraziano l'ufficio stampa di Altaroma e quello di Barbara Manto & Partners




Dolce & Gabbana nella Valle dei Templi: cosa significa portare l'alta moda in un luogo così

12 luglio 2019


Se n'è parlato per mesi, tra mormorii sommessi e lamentele ad alta voce (quelle ci sono sempre), della sfilata Dolce & Gabbana nella Valle dei Templi di Agrigento. Ne hanno parlato ancora più a lungo i due stilisti innamorati della Sicilia, che a quanto pare hanno impiegato 2 anni a organizzare questo maestoso evento ai piedi del Tempio della Concordia


Cosa significa alta moda e perché è così importante

L'alta moda (haute couture è il termine francese, usato unicamente per le sfilate parigine di abiti da sogno) è l'espressione più alta del fashion system. Quella che ci fa sognare ad occhi aperti, sì, ma anche quella che testimonia la maestria di sarti e artigiani nel creare pezzi veramente unici, che una piccolissima elite potrà mai permettersi di indossare. 
Ecco cosa significa alta moda: artigianalità, unicità dei capi, ore e ore di lavoro di maestri nell'arte del taglio, cucito e ricamo. Ogni creazione è assolutamente realizzata a mano, con dettagli applicati uno ad uno e metri di tessuti preziosi. Si tratta di una parte fondamentale del sistema moda perché, se nessuno di noi comuni mortali potrà mai indossare un abito d'alta moda, è attraverso queste sfilate evento che scopriamo la vera anima delle griffe più lussuose del mondo. 


Perché la Valle dei Templi per Dolce & Gabbana?

Se ne discute da tempo, dicevamo. Perché l'amore dei due stilisti per la Sicilia è indiscutibile in ogni collezione Dolce & Gabbana e soprattutto nelle loro sfilate d'alta moda (che, non a caso, negli anni passati si erano svolte a Taormina e a Palermo). I templi greci che dominano la mia città sono comparsi sugli abiti e sui gioielli Dolce & Gabbana per anni, magnificati in stampe e ricami che li rendono immortali. Ma immortali, in realtà, lo sono già: i templi greci di Agrigento risalgono al V secolo a.C. e, nonostante il passare del tempo, le intemperie, le guerre e le polemiche sull'abusivismo, sono ancora lì. A guardarci dall'alto, testimoni dei nostri peccati e delle nostre virtù. 
Sì, non importa che tu sia credente: se vivi ad Agrigento quei templi dedicati agli dei pagani di 2 millenni e mezzo fa ti provocheranno sempre una certa reverenza e ammirazione. Li immagini, i giovani greci che si sposavano al Tempio di Giunone e quelli che si recavano a pregare il dio Esculapio in cerca di guarigione dalle malattie. Ti chiedi se quei greci in qualche modo lo sapessero, che nel 2019 ci saremmo trovati qui a parlare dei loro templi, tutti insieme, come una scoperta nuova e misteriosa che non si trova lì da molto prima che arrivassimo noi. 
Insomma, la Valle dei Templi è un luogo magico, miscuglio di sacro e profano, che Dolce e Gabbana hanno scelto come location della loro sfilata d'alta moda


La sfilata (per la prima volta) nei templi

Non nella Valle, nei TEMPLI. All'interno della Concordia, vanto di Agrigento e della Magna Grecia tutta per la sua straordinaria conservazione. Fa un po' strano, per un agrigentino, vederlo attraversare da splendide modelle in splendidi vestiti. Strano e bello, magico, un attimo sacrilego e tanto, tanto emozionante. Ti brillano gli occhi, mentre Bianca Balti, Isabeli Fontana e Marpessa sfilano con abiti d'alta moda che sanno un po' di dea guerriera e un po' di principessa moderna, che ricordano sia le tragedie greche che il Gattopardo. Creazioni opulente e lussuose, che attraversano con grazia la Valle dei Templi illuminandola di bagliori dorati e gioielli fedeli all'arte classica. Retaggio di una cultura che è solo una parte del mix di popoli e dominazioni che hanno abitato la Sicilia e l'hanno resa, oggi, una terra magica ammirata in tutto il mondo. Grazie, Domenico Dolce e Stefano Gabbana, per aver messo Agrigento al centro del mondo, almeno per una notte.  













Foto da Vogue.it

Stranger Things 3, la serie di Netflix tra comico e horror ritorna a splendere

8 luglio 2019


C'è stata una battuta d'arresto, nella seconda stagione di Stranger Things, che è piaciuta ma non ha convinto. Con Stranger Things 3, invece, Netflix dimostra che le cose le sa fare e le sa fare bene, con al timone i fratelli Duffer (diventati un vero e proprio brand) e un cast strepitoso a sostenere una storia tutta immersa negli anni '80. Ma non priva di difetti. 



Stranger Things 3: gli anni '80 tra horror e nostalgia

Il punto di forza di questa serie tv, fin dai suoi esordi, è stata l'atmosfera nostalgica e misteriosa che circonda Hawkins e i suoi abitanti. Il telefilm anni '80 basa tutto ma proprio tutto su quell'atmosfera con le citazioni cinematografiche, le ambientazioni perfette, i costumi impeccabili, e qui fa un salto di qualità: Stranger Things 3 è su un altro livello dal punto di vista della regia, delle scenografie, dell'editing, perfino della recitazione di attori prodigio che erano bambini e oggi sono (nella realtà tanto quanto nella finzione narrativa) degli adolescenti.
Ma è soprattutto il mix, in equilibrio perfetto, tra horror (horror vero stavolta: lontanissimi sembrano i tempi di un Demogorgone che appariva solo al buio per camuffare la CGI un po' barbina della prima stagione) e commedia romantico-adolescenziale. I bambini di Hawkins sono cresciuti, e con loro le dinamiche della serie tv Netflix ormai cult. 


I personaggi: un'estate può cambiare tutto 

Stranger Things 3 si apre in piena estate. Dalla stagione 2 sono passati circa 6 mesi, ma nella vita reale sono stati quasi due anni in  cui gli attori protagonisti, in piena adolescenza, sono cresciuti fisicamente e non solo. Finn Wolfhard (Mike) si è fatto conoscere anche come musicista con la sua band, Millie Bobby Brown (Undici) è diventata un'icona di stile e tutti sono incredibilmente alti. Basta guardare i flashback dell'ultimo episodio per notare la differenza. Ma la pubertà ha colpito anche all'interno dell'arco narrativo, con le prime cotte e le liti fra gli inseparabili ragazzini nerd. Cambiano le dinamiche del gruppo, con un Mike sempre più adulto e un Will sempre più indietro (sono le conseguenze di aver passato mesi nel Sottosopra e poi posseduto da un demone, suppongo). Anche Dustin risente della momentanea separazione dal gruppo, il povero Lucas diventa quasi invisibile mentre Undici si scopre una giovane donna insieme a Max (ed è la prima vera e propria amicizia al femminile, escludendo i tre minuti di screentime della povera Barb. RIP Barb). 
I "fratelli maggiori" non se la passano meglio: Jonathan e Nancy scoprono il mondo del lavoro, Steve si scontra con il dolore di aver deluso le proprie aspettative e quelle dei suoi genitori. Gli adulti, poi, in Stranger Things 3 sono quelli che si comportano da ragazzini. Joyce con il suo atteggiamento da quindicenne alla prima cotta; Hopper con la sua infantile gelosia nei confronti di Undici; la signora Wheeler che dimentica sempre più spesso di avere un marito e tre figli. Insomma, se i mostri del Sottosopra sono (anzi sembrano) sconfitti, quelli delle relazioni affettive sono in agguato, e fanno più vittime. 



Le new entry: Robin ed Erica

Dopo aver letto numerose recensioni, mi resa conto di una cosa: sono L'UNICA che abbia odiato immensamente l'introduzione di Robin in Stranger Things 3? Nonostante la bravura di Maya Hawke (sì, è la figlia di Uma Thurman e Ethan Hawke, sì è identica a sua madre ma più bella), il personaggio proprio non sta in piedi. Un terribile esperimento alla Mary Sue che con Stranger Things, e la sua solita caratterizzazione ben definita dei personaggi, c'entra poco. Per chi non lo sapesse, con Mary Sue (al maschile Gary Stu) si intende il cliché letterario di un personaggio dalle doti, dalla fortuna o dalle capacità irrealisticamente perfette. Il che sembra un'assurdità, nella serie tv Netflix che ha per protagonisti nerd dalle conoscenze scientifiche superiori, Undici con i suoi poteri telecinetici, un Demogorgone, un mostro fatto di cadaveri di topi e persone (ve l'avevo detto, che a 'sto giro è horror vero). Eppure eccola qui Robin, la ragazza bellissima, simpaticissima, arguta, brillante, che conosce QUALSIASI risposta a QUALSIASI domanda e traduce il russo con l'ausilio di una registrazione imperfetta e un dizionario. Un dizionario, ragà. Questa manco l'ha mai studiato il russo, ma ha studiato il tedesco e quindi è portata per le lingue. Sono certa che nessuno dei miei colleghi dell'università possa trovarla tollerabile. E no, la rivelazione della sua omosessualità non migliora la mia opinione su di lei. Non sei giustificato nello scrivere male un personaggio solo perché ti aiuta a raggiungere la quota diversity, anzi. You suck, Robin
L'altra new entry nel cast di Stranger Things è Priah Ferguson, che interpreta la sorellina di Lucas, Erica. seppure anche lei poco realistica, almeno fa ridere. Rimane comunque da dire che la loro storyline, seppur a tratti spassosa grazie alla splendida bromance Steve/Dustin, è la meno credibile di questa stagione. 



I cattivi: Billy, il Mind Flayer, il sindaco e Arnold Schwarzenegger (???)

Interessante la caratterizzazione di Billy, che era stato introdotto in maniera completamente random nella stagione 2 e diventa qui un personaggio in carne, ossa e sentimenti. Lo odiamo lo stesso, ma Dacre Montgomery lo ha interpretato benissimo. Meno interessante il personaggio del sindaco corrotto (già visto, baby) e quelli degli improbabili russi grossi, cattivi e immortali alla Terminator. Adorabili, ovviamente, Murray Bauman e Alexei. RIP, Alexei. 
Nel bel mezzo della Guerra Fredda, il Sottosopra torna a far danni attraverso il Mind Flayer che, lo avevamo già visto nel finale della stagione precedente, è rimasto in qualche modo dalla parte sbagliata della porta. E adesso fa esplodere ratti e trasforma le persone antipatiche in un ammasso gelatinoso di sangue mestruale e budino alla fragola. Che schifo. Pensate però a QUANTO sarebbe stato figo se anche uno dei protagonisti, uno dei buoni, fosse entrato nel suo esercito. Ma forse Stranger Things non è ancora pronto a mollare i suoi amatissimi personaggi principali. 



Cosa significa il finale di Stranger Things 3?

Significa che Netflix, come già accaduto in altre occasioni, non ha proprio il coraggio di concludere e le sue serie tv all'apice del loro successo. E così come è prontissima a rovinare Russian Doll con un inutilissimo rinnovo, ecco che nel finale di stagione prepara il terreno per la disfatta di Stranger Things
La morte di Hopper è un momento fondamentale, che si presagisce già dalla puntata precedente ma non per questo appare scontato. Il sacrificio estremo, per quella figlia che non è sua ma che desidera ardentemente viva una vita serena, per quella famiglia che non è sua ma alla quale vuole dare un motivo per restare a Hawkins, a casa. La lettera di Hopper nel finale è straziante e poetica, forse un po' melensa ma bellissima (se ve lo steste chiedendo, sì, ho pianto). Sentire il discorso finale di Hopper sopra le immagini della famiglia Byers che si allontana da Hawkins e dai suoi terribili ricordi è il perfetto finale di stagione, sarebbe stato il perfetto finale di serie. Agrodolce, come un altro finale di serie ci aveva promesso di essere e non è stato (sto guardando te, Game of Thrones!), sensato e in linea con la serie tv
Invece no. Arriva la scena post credit, a farci pensare che Hopper sia vivo (come? il mio fidanzato lo ha capito, chiedetelo a lui) e come la quarta stagione di Stranger Things sia già in programma. Torna anche il Demogorgone, nella sua inquietante bellezza, dritto dritto dalla stagione 1 ma con una CGI nettamente superiore. E che dobbiamo fare? Gli anni '80 sono tornati, non ci resta che sperare per il meglio. 


L'arte di Giufà, dalla tradizione siciliana ai libri per bambini

4 luglio 2019


Chi è Giufà? Ce lo chiediamo tutti, noi siciliani che da bambini lo abbiamo sentito nominare così spesso. Ogni volta che combinavamo (intenzionalmente o meno) una marachella, c'era una nonna, una mamma, uno zio, tutti pronti a raccontarci le barzellette di Giufà, emblema di tutti quei bambini birichini ma non maliziosi, eppure a volte straordinariamente furbi, che compaiono nelle storie popolari siciliane. 



Quindi chi è Giufà?

Se lo è chiesto anche Enzo Venezia, che per la casa editrice Edizioni Piuma aveva già illustrato Cappuccetto Blu di Iris Bonetti. Stavolta l'autore si cimenta nell'interpretazione futuristica di un'altra figura popolare, quella del mascalzone siciliano appunto, nel libro L'arte di Giufà che ha scritto e illustrato dopo innumerevoli ricerche. Seppur presente in tantissime storie per bambini, Giufà non è una figura così conosciuta fuori dalla Sicilia e perfino noi isolani un po' cresciutelli sappiamo poco di questa "maschera". Al contrario di altre figure popolari, da Arlecchino ai protagonisti delle fiabe, infatti, il ragazzone non ha una precisa descrizione fisica, ma vive nelle storie per bambini che si tramandano di generazione in generazione. 
Di lui conosciamo alcuni elementi caratteriali, ma neanche troppo definiti: in alcune storie per bambini Giufà è un ragazzino che combina marachelle facendo disperare mamma e papà, in altre è un furbo mascalzone sempre in grado di farla franca. 




L'arte di Giufà, libro illustrato per bambini

Enzo Venezia prova, appunto, a svelarci il mistero di questo ragazzo un po' sempliciotto e un po' furbacchione, con il libro illustrato per bambini (e non solo) L'arte di Giufà. Ogni pagina del volume racconta una storiella di Giufà che i bambini cresciuti, come me, conosceranno già e i bambini veri e propri apprezzeranno per il mix di umorismo e amara ironia. Ogni pagina, e quindi ogni storia, è accompagnata dalle splendide illustrazioni di cui ci eravamo già innamorati in Cappuccetto Blu, sempre edito da Edizioni Piuma. Enzo Venezia gioca con le forme, dando ai personaggi delle storie popolari un aspetto futuristico e un po' caricaturale, anche qui dall'inconfondibile colore blu. 


Perché leggere le storie di Giufà ai bambini?

Ma se questo personaggio è così ambiguo, emblema stesso del tipico monello da strada, perché leggere ai bambini un libro con le sue storie? Perché Giufà fa parte della nostra, di storia, di quella tradizione popolare che per secoli si è tramandata dai genitori ai figli all'ora della buonanotte. Perché ogni racconto di monellerie e furbate può nascondere un insegnamento per i più piccoli: L'arte di Giufà, in fondo, è quella di sopravvivere, sempre, anche nelle situazioni più avverse. Perché conoscere le nostre radici culturali, fin da bambini, può renderci adulti migliori. E perché, senza dubbio, leggere un libro come questo ai bambini farà sorridere anche gli adulti. 
Trovi L'arte di Giufà sul sito ufficiale Edizioni Piuma e nei principali store online.



Si ringrazia Edizioni Piuma per il gentile omaggio.

MoeMoe, 5 motivi per scegliere la moda ecosostenibile di questo brand emergente

2 luglio 2019


Una mamma con una passione per la moda ecosostenibile, per l'arte e per il design: ecco chi c'è dietro MoeMoe, il brand emergente che si sta facendo strada nella moda green con le sue irresistibili t-shirt e canotte in cotone bio

Cosa significa moda ecosostenibile?

Partiamo dal principio: che significa moda ecosostenibile? Si tratta di un nuovo approccio al mondo del fashion, che si basa sui principi dell'etica e, appunto, della sostenibilità. Protezione dell'ambiente, diritti dei lavoratori, minor consumo possibile di acqua sono i capisaldi della moda green, una vera e propria filosofia che tutti dovremmo abbracciare per prenderci cura di noi stessi e del mondo che abitiamo.
Da questo stile di vita nasce MoeMoe, brand ideato da Katerina Zahradnikova. Architetto e mamma, Katerina ha pensato di creare t-shirt e canotte che hanno a cuore il futuro della sua bimba e dell'intero pianeta. 

5 motivi per scegliere le t-shirt green di MoeMoe

1. Perché sono bellissime. Volpi, balene e fenicotteri diventano creature eteree, circondate da sfumature di colore nelle stampe ad acquerello delle maglie MoeMoe. Un incontro delizioso tra natura e arte, che regala un tocco di magia ad ogni look. 



2. Perché sono versatili. Ti sei mai chiesta come abbinare una t-shirt bianca? Letteralmente come vuoi! Non c'è capo più versatile di questo, che nelle tendenze della moda estate 2019 si abbina agli shorts in denim e alla gonna lunga + sneakers, ai pantaloni palazzo e a quelli da jogging. 



3. Perché sono ecosostenibili. Ovviamente. Le t-shirt proposte da MoeMoe (per adesso solo in versione donna, ma arriveranno a breve le linee da uomo e kids) sono realizzate in biocotone e fibre di bambù e hanno ottenuto la certificazione GOTS (Global Organic Textile Standards). 



4. Perché ti avvolgono come in un abbraccio. O almeno, così dice Katerina Zahradnikova, che ha dato vita a MoeMoe proprio per offrire alla sua bambina dei capi rispettosi della sua pelle delicata, della natura e delle sue esigenze di libertà e movimento. 



5. Perché il fenicottero è l'animale dell'estate. E su questo non si discute. THINK PINK!



Scopri tutta la linea su moemoe.it
Photo Courtesy: Ufficio stampa - Claudia Giordano

Immagina di superare la prova costume, anche se vivi in un corpo malato

24 giugno 2019


Non ci riesci, vero? Ti svelo un segreto: non ci riesce nessuno. Non ci riescono le persone in perfetta salute, dal fisico tonico e dai muscoli scolpiti, a sentirsi sicuri la prima volta che mostrano il loro corpo da spiaggia dopo un inverno di pallore e cioccolatini, che tanto sotto strati e strati di maglioncini la pancia non si vede. Come vuoi riuscirci tu?


La prova costume quando soffri di una malattia cronica


O anche due o tre, vogliamo farci mancare qualcosa? Non importa quanto sia invisibile la tua patologia, se sei malata ti vedi malata. Punto. Anche se tutti intorno a te ti dicono che ti vedono ingrassata tu ti vedrai deperita; anche se tutti ti trovano bene ti sentirai uno straccio; anche se sei dimagrita ti sentirai enorme e flaccida. 
E ho scoperto il motivo: non importa cosa vedano gli altri, il tuo corpo e la tua mente lo sanno che sei malata e non ti permettono di dimenticarlo, mai. A meno che...



Immagina di AVERE un corpo, non ESSERE un corpo

Io sono la mente. Lo diceva Rita Levi Montalcini, che qualcosina la sapeva, no? Siamo la mente, non siamo il corpo. Abbiamo un corpo (e meno male, se no come andremmo in giro?). Ma il corpo non ci definisce, si tratta solo della forma dentro cui ci muoviamo. In cui soffriamo, se siamo malati. 
Questa nozione ci aiuta a renderci conto che in fondo la prova costume cos'è? La prova che abbiamo un corpo e possiamo infilarlo in un costume. Notizia shock (Barbara D'Urso insegna): ce l'ho un corpo. E posso infilarlo in un costume, anche in un bikini se mi va. Magari non in quello di due anni fa, in quello non ci entra più. Eh. Ma comunque in un costume. E andare in spiaggia, perfino, e quando voglio togliermi il copricostume, perfino. Ecco come faccio. 

 
 

Come ho superato la prova costume in pochi giorni

Non tornavo in Sicilia da quasi un anno. Non vedevo il mare da quasi un anno. Il mio, di mare, perché è troppo facile a Jesolo, dove non ho praticamente nessuna chance di incontrare qualcuno che conosca. Difficile è a San Leone, a casa, dove so che in qualsiasi spiaggia, in qualsiasi giorno, a qualsiasi ora ci sarà qualcuno che conosco, da salutare sorridente mentre sto mezza nuda in tutta la mia magnifica mollezza, con i rotolini in bella vista e il pallore che abbaglia e i peli che mi sono sfuggiti dietro le ginocchia (ma quanto è difficile beccarli, tutta storta dentro la doccia?). È un'altra storia, andare a mare a casa. In costume. In bikini. 
Infatti il primo giorno ho tenuto la gonna, perché l'acqua era fredda e non avrei comunque fatto il bagno. E il secondo giorno ho tenuto su il vestito, perché c'era troppo vento e lo sappiamo tutti cosa fa il vento alla mia cervicale e alla mia schiena. Fa cose brutte, per chi non lo sapesse. Se siete malati cronici lo sapete, qualsiasi tipo di tempo atmosferico ci fa del male. Amen. 
Il terzo giorno c'era un caldo bestiale, era mezzogiorno, l'acqua era calda e invitante e io mi sono tolta i vestiti. Così, di sabato mattina nella spiaggia più affollata della mia città. Ed è stato in quel momento che mi sono resa conto, con un po' di stupore e un sacco di sollievo, che nessuno mi stava guardando male. Nessuno osservava i rotolini o il pallore o i peli o la pancia gonfia o l'unghia spezzata del mio alluce.
Perché? mi sono chiesta all'improvviso. Cosa succede alle brave genti agrigentine che hanno sempre passato l'estate a osservare e criticare e raccontare e a chiedersi ma mica è ingrassata Giovanna, da quando sta in Veneto? Mica ha dimenticato come si usa un rasoio, Giovanna? Che c'entra la sua malattia con il fatto di non depilarsi le sopracciglia?
Ci ho messo un po' a capire, la mia visita ad Agrigento è quasi finita e la gente di Agrigento non è cambiata. Forse non è mai stata perfida come pensavo, forse sono io che ho cambiato atteggiamento. Forse sono io che ho smesso di osservare nervosamente intorno a me per scrutare ogni occhiata, controllare da quale angolazione si vedesse maggiormente la pancia, se sotto il sole qualcuno brillasse come me o magari anche di più (ci sono sempre i turisti, i turisti tedeschi sono una garanzia se ti senti troppo pallida). Ero io che, cercando ossessivamente chi mi stesse guardando nel mio corpo imperfetto, attiravo gli sguardi su di lui? Ero io a immaginare quegli sguardi, quelle voci, mentre invece ognuno si stava divertendo con gli amici e la famiglia e non pensava affatto ai miei rotolini sulla pancia?

Non lo so. Ma so che quest'anno non mi importa, e per me questo vuol dire superare la prova costume: rendermi conto non è affatto una prova, andare in spiaggia alle mie condizioni e godermi il mio mare. Bello. 


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