Dove-quando-come vedere gli attori al Festival di Venezia (ovvero come ci si sente quando si incontra una star)

16 settembre 2019

Adam Driver e Laura Dern arrivano al Palazzo del Casinò per la conferenza stampa

Di parlare del Festival del Cinema di Venezia, io non mi stancherò mai. Perché è veramente un evento speciale, che esula da qualsiasi altro evento possa mettere in contatto noi comuni mortali poracci (leggi blogger e giornalisti freelance, ma non solo) tra di noi e con quella sorta di creature sovrannaturali chiamate star. E quindi, dato che me lo avete chiesto, ecco dove, quando e come vedere gli attori al Festival di Venezia. Così sarete pronti per la prossima edizione ;)

Brad Pitt incontra i fan sul red carpet del Palazzo del Cinema



Dove-quando-come vedere gli attori al Festival di Venezia: 5 situazioni perfette per il vip watcing

Partiamo dal concetto che al Festival di Venezia può andare chiunque. Davvero. Stampa e professionisti del settore hanno proiezioni e percorsi dedicati, ma anche gli studenti di cinema e i semplici appassionati possono acquistare biglietti per le singole proiezioni al pubblico o abbonamenti per l'intero Festival. Sono i cosiddetti pass verdi, che non vi permetteranno di entrare ad ogni proiezione, ma di muovervi liberamente per il Lido sì. E magari incontrare qualche star. Ecco 5 situazioni perfette per vedere i vostri attori preferiti

1. Alle proiezioni ufficiali. Tutti i film, soprattutto quelli in concorso al Festival del Cinema di Venezia, vengono proiettati la mattina in anteprima per la stampa e il pomeriggio/sera per il pubblico. In queste proiezioni serali è presente il cast, quindi sono i momenti ideali per trovarvi nella stessa stanza, per dire, con Johnny Depp. Occhio però alle prenotazioni: costicchiano e finiscono in un lampo. 
2. Sul Red Carpet. La mattina prima e dopo le conferenze stampa, il pomeriggio prima e dopo l'assegnazione dei Leoni alla Carriera e la sera prima delle proiezioni ufficiali, le star passano dal red carpet davanti al Palazzo del Cinema. E spesso si fermano, rilasciano autografi, scattano selfie con i fan. Perfino Adam Driver alias il-più-sociopatico-attore-che-odia-la-folla quest'anno si è fermato ben due volte. Il problema? Le star vere e proprie arrivano non prima delle 19.00, e per accaparrarsi un posto in prima fila i fan si accampano davanti al red carpet dalle 6 del mattino. Ci vuole una volontà di ferro, una scorta d'acqua e possibilmente un ombrello contro sole e pioggia, entrambi sempre violenti a Venezia. 
3. In Sala Conferenze Stampa. Nella sala vera e propria entrano solo giornalisti e addetti ai lavori (quest'anno la selezione è stata più dura dell'anno scorso, per dire), ma nell'edificio del Palazzo del Casinò può entrare anche chi ha il pass verde. E accamparsi (è una parola che leggerete spesso in questo post) in attesa di vedere gli attori che entrano o escono dalla sala. E guardare la conferenza dai maxi schermi, intanto. A volte stai lì per ore e gli attori neanche si fermano (sto guardando te, Scarlett Johansson), a volte puoi chiacchierarci amabilmente. Come con Stellan Skarsgård, che ha dichiarato a un gruppo di fan sfegatate di farsi bastare i figli che ha già, perché non ha intenzione di farne altri. Best moment del Festival 2019, onestamente. 
4. Ai lati del Palazzo del Casinò. Circondato da transenne, il Palazzo del Casinò è the place to be subito dopo le conferenze stampa e i photocall. Se non piove, gli attori passano a salutare, firmare autografi, chiacchierare con i fan (ciao Timothée Chalamet, quella mini chiacchierata me la ricorderò finché campo). Il problema è che non c'è modo di sapere da quale porta usciranno. Devi avere fortuna. 
5. All'Hotel Excelsior. Luogo di approdo dei vip al Lido, per decenni l'Excelsior è stato meta di pellegrinaggio dei fan che aspettano trepidanti la barca dalla quale scenderà Brad Pitt. Molti, però, non sanno che all'interno dell'hotel stesso (in cui ormai soggiornano solo attori italiani e star di minor prestigio, mentre i big preferiscono dormire lontani dal Lido) si svolgono presentazioni, consegne di premi e conferenze in cui è possibile incontrare attori, registi e celebrities varie. Anche stare di fronte a Terry Gilliam, per dire

Johnny Depp firma autografi sul Red Carpet

Com'è vedere gli attori da vicino per noi comuni mortali

Strano, ragà, che vi devo dire? Vedere dal vivo un attore di cui conosci a memoria la filmografia e ogni sua singola dichiarazione alla stampa (sì, sì, sto parlando di nuovo di Adam Driver) è strano. Accade una sorta di sdoppiamento della personalità altrui. Da un lato c'è la Julie Andrews che è Mary Poppins, è Maria di Tutti insieme appassionatamente, è Victor Victoria, e che nella tua mente non è che un'entità astratta, un personaggio di finzione tanto quanto Mary Poppins, Maria e Victor Victoria. Dall'altro c'è Julie Andrews quella vera, che si trova di fronte a te e si commuove e piange e ride, e le tremano le mani mentre riceve il Leone d'Oro e in quel momento sembra più reale che mai. Ti rendi conto che è una persona vera. 
Ti rendi conto che ogni star che hai idolatrato per anni non è un'entità astratta, è una persona in carne ed ossa, sta camminando e respirando e sorridendo davanti a te e magari ti parla e senti un accenno di emozione, di imbarazzo, di paura del giudizio altrui sul loro lavoro. Perché in fondo, loro sono lì per fare il loro lavoro. Per promuovere il loro lavoro e per vederlo giudicato. E lo sanno, che tu con quella penna o quel tablet in mano stai scrivendo che sono stati bravissimi o che hanno fatto pena, che quello lì e il loro ruolo più riuscito o un completo flop. Lo sanno, come fanno a non pensarci, poveracci?

Julie Andrews in conferenza stampa


Cosa faccio quando vedo un attore al Festival del Cinema di Venezia

L'anno scorso come quest'anno, ragazzi io non ce l'ho fatta. A starmene lì a starnazzare all'apparizione di Johnny Depp. A dire a Timothée Chalamet che ha dei capelli stupendi. A chiedere un autografo di Scarlett Johansson di cui, in fondo, non me ne farei niente. Non giudico chi lo fa, per carità. Il mondo delle star di Hollywood è anche questo. 
Ma in quel momento, circondati da gente che dice loro "Sei bellissimo/a", io credo che gli importi poco di sapere che anch'io li trovi bellissimi. Lo sanno, che sono bellissimi, hanno mille persone intorno che glielo ripetono in continuazione, e probabilmente preferiscono comunque sentirselo dire dalle loro mogli/fidanzate/mariti/fidanzati/compagni/partner. Così io, se ho l'opportunità di parlare con un attore in quei momenti, gli dico se mi è piaciuto il film che ha presentato e perché. E non mi scorderò mai la faccia di Timothée Chalamet quando mi ha chiesto "Davvero hai visto The King? Davvero ti è piaciuto?" e quasi non ci credeva. Perché tutti gli altri erano lì a dirgli che è bellissimo, e il film non lo avevano visto. Che è bellissimo poi l'ho detto anch'io, in privato, alla mia migliore amica. A lui lo dirà la sua fidanzata e penso ne sarà più contento. 

Julie Andrews riceve il Leone d'Oro alla Carriera

Timothée Chalamet scatta un selfie con una fan

Foto di Biennale di Venezia

Come vestirsi in primavera? 5 risposte dalla New York Fashion Week

14 settembre 2019


L'estate sta finendo e già ci si chiede come vestirsi per la prossima primavera. Sì, perché la moda è sempre avanti e nonostante i tentativi di avvicinare le sfilate al momento in cui i capi arriveranno in negozio, la stagionalità anticipata, almeno per il momento, rimane. Così in questi giorni abbiamo visto alle sfilate di New York gli abiti e i look da indossare nella primavera estate 2020


Come vestirsi in primavera? 5 risposte dalla New York Fashion Week



1. Con un maxi dress a fiori

Lo so, lo so: fiori? In primavera? Miranda Priestly ci guarda con disgusto, ma non ce ne frega proprio niente. Perché i fiori ci piacciono, piacciono agli stilisti, piacciono agli influencer, piacciono a noi comuni mortali che li indossiamo pure in inverno. E figurati se ci facciamo scappare i maxi dress tutti roselline, margheritine, fiorellini per la prossima primavera. Eh no. Anche perché, diciamolo, gli abiti lunghi hanno tutta una serie di vantaggi:
- con un solo capo hai fatto tutto il look;
- stanno bene praticamente a tutte;
- possiamo evitare di depilarci le gambe (e vi pare poco?). 

Badgley Mischka

Brock Collection

Marc Jacobs


2. Con un tailleur da donna

Power suit, lo chiamano, perché dona autorità e sicurezza a chiunque lo indossi. Il tailleur da donna della primavera 2020 risolve il problema come vestirsi al lavoro con un sol colpo di bacchetta: è già abbinato, basta cambiare blusa e accessori per creare look totalmente diversi e va bene per il lavoro e per il tempo libero. Inoltre, alle sfilate di New York è apparso in una veste sensuale e iperfemminile. Ci piace. 

Eckhaus Latta

Helmut Lang

Proenza Schouler


3. Con un look sportivo

Sì, ma capiamoci: per look sportivo gli stilisti made in USA non intendono la tuta da ginnastica. Anzi. Il cosiddetto athleisure, la tendenza che vede i capi sportivi indossati nel tempo libero e perfino la sera, raggiunge un nuovo livello per la primavera estate 2020. Seta, raso e tacchi a spillo sono il giusto complemento di jumpsuit, felpe e pantaloni da jogging. Senza dimenticare il cappellino da baseball, non sia mai. 

Rag & Bone

Ambush

Tom Ford


4. Con i ricordi della moda anni '90

Jem e le Holograms stanno tornando tra noi, o almeno così ci fa sapere Jeremy Scott dalla sua sfilata a New York. Giacche dalle spalline esagerate, stampe cartoon, colori fluo e accessori trasparenti in vinile: le nineties bitches vanno sempre di moda, anche nella prossima primavera estate 2020

Gabriela Hearst

Jeremy Scott

The Elder Statesman



5. Con pois, rouches e volant

Quando si pensa a come vestirsi in primavera, oltre ai sopracitati fiori, non possono mancare gli elementi romantici e bon ton. I minidress a pois dal gusto anni '50, le rouches su maniche e scollature, i volant che danno movimento ad ogni passo delle gambe finalmente scoperte. La primavera continua ad essere il tempo dell'amore, almeno secondo la New York Fashion Week. 

Michael Kors Collection

Karen Walker

Monique Lhuillier

Foto da Vogue.com

Terry Gilliam e Achille Lauro a Venezia 76: la strana coppia, insieme per raccontare l'hikikomori in un corto

12 settembre 2019

Jenny de Nucci in una scena di Happy Birthday
Al Festival del Cinema di Venezia succedono le cose più assurde. Succede di chiacchierare amabilmente con Timothée Chalamet e di sedersi alla fermata del vaporetto accanto a Milena Vukotic, di piangere durante una proiezione o dopo, quando ti trovi a pochi metri da Julie Andrews. Succede anche, e questa forse è stata la cosa più inaspettata, di trovare nella stessa stanza Terry Gilliam e Achille Lauro. Due persone che mai avrei associato allo stesso progetto, eppure eccole lì, a raccontarci di Happy Birthday.


Achille Lauro al Festival del Cinema di Venezia



Happy Birthday, il corto sul fenomeno degli hikikomori di Rai Play

Di fatto, che ci facevano il regista mago del postmoderno e il trapper italiano protagonista di polemiche ed elogi alla scorsa edizione di Sanremo a Venezia? Erano lì a raccontare il cortometraggio Happy Birthday, realizzato da Rai Play con la regia del giovane Lorenzo Giovenga. Insieme agli attori protagonisti del corto, Jenny de Nucci e Fortunato Cellino (Gomorra, I Medici), ci hanno spiegato cos'è il fenomeno hikikomori di cui si parla nel breve film presentato al Festival del Cinema di Venezia.


Conferenza stampa di Happy Birthday

La trama di Happy Birthday, corto transmediale

Tutto parte dal compleanno di Sara, una diciottenne che sta vivendo la festa perfetta: una villa tutta per sé, popolata da personaggi stravaganti ed eccentrici, una band che suona le sue canzoni preferite (ed ecco il cameo di Achille Lauro, che canta Midnight Carnival), giocolieri, trampolieri, un bellissimo ragazzo al suo fianco. Ma qualcosa non funziona, e ce ne accorgiamo già dalle prime note di Happy Birthday intonata dalla protagonista nelle vesti di Marylin Monroe. C'è altro, oltre la festa tutta glitter e festoni rosa, oltre i personaggi coloratissimi e surreali che popolano il party. C'è un mondo reale buio, vuoto, che si ferma ai confini delle quattro mura della stanza di Sara.
Scopriamo nei 15 minuti del corto che Sara è una hikikomori, un termine giapponese che indica i giovani che hanno scelto di isolarsi dalla società. E che il bel ragazzo che la accompagna alla festa altri non è che un avatar del padre (interpretato da Fortunato Cerlino), disperatamente alla ricerca di un contatto con la figlia.
Il corto transmediale è stato proiettato al Festival di Venezia nella sezione VR (Realtà Virtuale), ma si può guardare su Rai Play in qualsiasi momento ed è diventato anche una lunga story su instagram e facebook. Per raggiungere più persone possibile e raccontare il fenomeno hikikomori, sempre più diffuso anche in Italia. 


Achille Lauro, Jenny de Nucci, Lorenzo Giovenga e Terry Gilliam sul red carpet


Cosa vuol dire hikikomori?

Coniato in Giappone, questo termine indica i giovani volontariamente reclusi nelle proprie camere, schiavi di un disturbo psicologico che li isola dalla società reale per rifugiarsi nel virtuale. L'hikikomori non è una malattia mentale, non è direttamente legato alla depressione né ad una dipendenza dai social network. Piuttosto, ne è la causa. Schiacciati da pressioni costanti nella scuola, nella vita privata, nelle relazioni con i propri pari, sempre più ragazzi (si stimano oltre 100.000 casi in Italia) trovano nelle mura della propria camera il rifugio da un mondo che li fa sentire costantemente giudicati. La paura di affrontare il reale li spinge a vivere del virtuale, non il contrario. 


Jenny de Nucci in una scena del film

Terry Gilliam, Achille Lauro e il loro coinvolgimento in Happy Birthday

"Io sono la parte meno importante di tutto questo" scherza Terry Gilliam durante la conferenza stampa. E forse lo è, o forse no. L'attore celebre come uno dei membri dei Monty Phyton e oggi regista dell'assurdo (da Parnassus a L'uomo che uccise Don Chisciotte) ha curato la veste grafica di Happy Birthday, disegnando personalmente l'artwork del poster ufficiale. 
Per Achille Lauro, invece, che scopriamo grande amante del cinema da Fellini a Nolan, la partecipazione al film cortometraggio è più tangibile. Durante una delle scene clou lo vediamo intonare Midnight Carnival, sui titoli di coda la struggente C'est la vie. E forse impariamo a guardare oltre l'apparenza di questo artista controverso, oltre gli occhiali luccicanti e gli stravaganti completi di Gucci con cui si presenta al Festival di Venezia, per scoprirne l'animo più sensibile. 
Terry Gilliam e Achille Lauro parlano a lungo del fenomeno dell'hikikomori e dell'importanza di questo cortometraggio, perché genitori e figli possano scoprirne i campanelli d'allarme e agire prima che sia troppo tardi. Prima di dimenticarci del mondo reale, o prima di averne così tanta paura da non volerlo affrontare. "Con internet tutto è già fatto, siamo passivi. Non c’è bisogno di creare. - dice Terry Gilliam È comodo, ma al contempo è anche distruttivo".


Achille Lauro in una scena del film

Terry Gilliam e Achille Lauro sul red carpet

Terry Gilliam sul red carpet

Il poster di Happy Birthday, disegnato da Terry Gilliam

Puoi guardare Happy Birthday gratuitamente sul sito ufficiale di Ray Play.

Cos'è un matrimonio sensoriale? Intervista a Chiara Gori di Matrimonio 5 Sensi

9 settembre 2019


Come alcuni di voi sapranno, sto organizzando il mio matrimonio e in queste settimane il numero di idee, progetti, ispirazioni che mi frullano per la testa cresce in maniera esponenziale. E immagino sia lo stesso per qualsiasi altra futura sposa che, tra la ricerca del vestito e i consigli di amici e familiari, cerca di organizzare un matrimonio unico. Così ho fatto qualche domanda a Chiara Gori, fondatrice di "Matrimonio 5 Sensi", che ha portato l'idea di matrimonio a tema a un livello superiore. 



Cos'è un matrimonio sensoriale? La mia intervista a Chiara Gori


Ciao Chiara! Prima di tutto raccontaci di cosa di occupi e che cos'è un matrimonio sensoriale.

"Matrimonio 5 sensi" è la prima agenzia italiana di organizzazione nozze specializzata in matrimoni sensoriali. Il concept dei matrimoni sensoriali nasce per tutte le coppie che desiderano delle nozze eleganti e sofisticate, ma anche moderne e innovative. Un modo nuovo e in continua evoluzione di concepire il giorno delle nozze per renderle davvero un’esperienza memorabile e coinvolgente per tutti attraverso la stimolazione dei 5 sensi.




Cosa differenzia il tuo lavoro da quello di un classico wedding planner?

A differenza della maggior parte dei wedding planner, che si basa per lo più sulla parte visiva delle nozze, la mission di "Matrimonio 5 sensi" è far vivere alla coppia e ai propri invitati un'esperienza sensoriale immersiva e coinvolgente, lontana dai soliti matrimoni copia-incolla a cui sono abituati.



Come ti è venuta l'idea di avviare questa attività?

L'idea dei matrimoni sensoriali è nata perché dopo ogni matrimonio a cui andavo come invitata, tornavo a casa con una sensazione di non completezza. Era come aver vissuto un evento con grande aspettativa per poi scoprire che era come tanti altri. Un copia-incolla continuo che mi portava a trattare ogni nuovo invito come una “convocazione” ad una giornata stressante e faticosa. Questa sensazione è stata la molla che mi ha fatto dire basta e mi ha fatto prendere la decisione di cambiare le cose ("Sii tu stessa il cambiamento che vuoi vedere nel mondo"- cit). Il mondo attorno a noi cambia ogni giorno eppure il settore dei matrimoni italiani è talmente radicato nelle sue abitudini da evolversi con la rapidità di un bradipo addormentato.


Con quanto anticipo cominci a lavorare a una cerimonia per concordare con gli sposi il perfetto matrimonio sensoriale?

Generalmente un anno prima, ma se si desidera sposarsi o fare il ricevimento in una specifica location molto rinomata allora è bene muoversi ancora prima per non rischiare di trovare la data già occupata.


Un matrimonio sensoriale di cui vai particolarmente orgogliosa?

Sono orgogliosa di tutti i matrimoni su cui metto la mia firma, ma adesso ne stiamo affrontando uno davvero particolare. Stiamo organizzando il matrimonio di una coppia di non vedenti ed è un progetto (nonché una sfida) davvero molto stimolante. Riuscire a renderli partecipi di tutti i dettagli della preparazione non è facile, ma sono fiera di dire che abbiamo trovato delle soluzioni ottimali. Per quanto in Italia la comunità di non vedenti sia cospicua il settore wedding è completamente incurante e impreparato alle loro necessità, onestamente non me lo aspettavo, è stata una scoperta scioccante.


Quali sono le tendenze che proprio non sopporti nel campo del wedding?

Non sopporto il dover sottostare a delle regole antiquate che magari gli sposi mal sopportano solo perché “si è sempre fatto così”. Per quanto riguarda le tendenze preferisco crearle piuttosto che seguirle ciecamente.

Infine, come possono contattarti i lettori interessati a organizzare un matrimonio sensoriale?

Sul mio sito www.matrimonio5sensi.com, oppure alla mail info@matrimonio5sensi.com.



Ringrazio Chiara Gori per averci raccontato di questa nuova idea di matrimonio e vi invito a fare un salto sul suo sito per scoprire il mondo dei matrimoni sensoriali!

La mafia non è più quella di una volta: la rivelazione tragicomica del Festival del Cinema di Venezia

7 settembre 2019


Quando finisce il Festival del Cinema di Venezia, proprio l'ultimo giorno (il giorno di Johnny Depp e di Roger Waters), arriva la rivelazione. Il film che ti chiedi come mai sia in concorso e ti rispondi che non potrebbe essere altrimenti: "La mafia non è più quella di una volta", il docu-film di Franco Maresco dai toni cinici e tragicomici. 




Maresco e il seguito/spin-off di Belluscone

Aveva vinto il premio speciale della giuria Orizzonti nel 2014 con "Belluscone - Una storia siciliana" e quest'anno torna al Lido, stavolta in concorso, con "La mafia non è più quella di una volta". Anche se torna non è proprio la parola esatta, visto che il regista ha disertato il Festival di Venezia e non ha rilasciato la conferenza stampa di rito. Così rimane ancora più impresso il film, perché non abbiamo altro modo di analizzarlo se non riflettendo sul film stesso, sugli scenari tragicomici e grotteschi di una Palermo che "festeggia" il 25° anniversario della scomparsa di Falcone e Borsellino
Si apre proprio così il film in concorso al Festival del Cinema: con le celebrazioni del 2017 a Palermo. Ed è subito chiaro che qualcosa non va. Le navi della legalità, i cori da stadio che inneggiano ai due martiri della mafia, la musica da discoteca che fa da sfondo alla manifestazione stridono in maniera buffa e dolorosa con chi la lotta alla mafia l'ha vissuta e la vive tutt'ora. Letizia Battaglia, fotografa ultraottantenne che ha documentato le stragi degli anni '80 e '90 commenta, delusa "Allora piangevamo, oggi cantano e ballano. Mah". 
E "mah" è proprio il commento spontaneo che ti esce di bocca una volta finita la visione del film: 100 minuti di ritratti grotteschi di una Palermo che esiste davvero, e io ho vissuto in uno dei suoi quartieri più disagiati quando ero una studentessa universitaria, e lo so bene. Conosco gli sguardi a volte indifferenti e a volte apertamente ostili di chi, alle domande di Franco Maresco, risponde "Falcone e Borsellino? Non mi interessano, no comment". O peggio "Sono stati degli eroi? Per chi? Per me no". Conosco il circo di fenomeni da baraccone che gira attorno alle feste di quartiere, quelle in cui si cantano canzoni neomelodiche fino a tarda notte (con buona pace delle studentesse universitarie che vivono nel palazzo accanto) e si inneggia a mariti, padri, fratelli incarcerati. Ospiti dello Stato, li chiamano, mentre scende una lacrimuccia nel ricordare il loro coraggio da criminali fieramente allineati con la mafia.




Ciccio Mira e Letizia Battaglia: le due facce di Palermo

E se da un lato Letizia Battaglia rappresenta la Palermo coraggiosa e indomita, quella che non ci sta a lasciarsi sopraffare da un sistema che sembra impossibile da combattere, dall'altra si staglia la figura tragicomica di Ciccio MiraQuest'ultimo, impresario delle feste di quartiere di cui sopra, già protagonista del precedente film di Maresco "Belluscone", rimane sempre inquadrato in bianco e nero, una scelta di regia ben precisa, rappresentazione di quella Palermo, quella Sicilia e quell'Italia che non sanno andare avanti. Fieramente ignorante, ci regala perle come 
"Lei un millantatore, lo sa?"
"Sì"
"Ma sa che cosa significa?"
"Sì un brillantatore, uno che fa brillare le cose".
E di certo brilla, il suo serraglio di cantanti neomelodici stonati e ragazzini con problemi mentali sfruttati per soldi, di ballerine decrepite e musicisti folk. Tutti fieramente contrari a urlare NO alla mafia, anche durante il concerto del 19 luglio allo ZEN. In uno dei quartieri più malfamati di Palermo si svolge la grande manifestazione organizzata da Ciccio Mira & co., per onorare Falcone e Borsellino. Dicono loro. Eppure si rifiutano di riconoscerne le battaglie. 
"Hanno fatto tante cose, l'illuminazione stradale, i giardinetti, gli asili"
"E la lotta alla mafia, anche"
"No, quella non mi interessa. Non ne so niente io".
E ancora 
"Il Signore li ha voluti chiamare a sé"
"Ma come, Ciccio? Questo lo puoi dire quando uno muore per cause naturali, Falcone e Borsellino sono morti ammazzati. Sta dicendo che il Padreterno era d'accordo con Riina?"
"No comment".
No comment è la frase che si ripete più spesso in questo film, il silenzio omertoso che secondo Ciccio Mira è nel DNA dei palermitani. Ma io a Palermo ho vissuto, sono siciliana, e so che esiste una Sicilia diversa, una Palermo diversa da questo grottesco ritratto che fa ridere nervosamente tutta la platea di giornalisti per poi guardarsi, confusi, all'uscita dalla sala. Questa è la Sicilia? Questa è la mafia? Non lo so, di sicuro "La mafia non è più quella di una volta" ma continua a farci paura, come una volta. 



Guest of Honour: storia di un rapporto padre - figlia al Festival del Cinema di Venezia

5 settembre 2019

David Thewlis in una scena di Guest of Honour

Guest of Honour è l'ultima fatica di Atom Egoyan, il regista canadese di origini armene che indaga un rapporto padre - figlia attraverso i segreti e i sensi di colpa che ne disgregano la famiglia. Un thriller/dramma familiare che si svela poco a poco in un gioco di scatole cinesi, senza però giungere a un finale soddisfacente.

Atom Egoyan in conferenza stampa al Festival del Cinema di Venezia

Trama di "Guest of Honour" in concorso al Festival del Cinema di Venezia

Il film drammatico si svolge su più piani temporali e narrativi che si intrecciano, in un complesso meccanismo psicologico che svela colpe e segreti, misteri e ossessioni di un rapporto padre - figlia. La famiglia è sempre al centro delle sue opere, racconta Atom Egoyan in conferenza stampa a Venezia, una vera ossessione di cui sviscerare le fragilità e i legami autodistruttivi. 
Al centro di Guest of Honour ci sono un padre e una figlia, Jim e Veronica. Lui è un ispettore sanitario, brillantemente interpretato da David Thewlis (il Lupin di Harry Potter e Ares di Wonder Woman), un uomo preciso e abitudinario, perfino comico nello svolgere il suo lavoro soprattutto nelle prime scene del film. La figlia Veronica (l'attrice brasiliana Laysla de Oliveira) è una compositrice e insegnante di musica, completamente assorbita dal lavoro con i suoi ragazzi. 
All'inizio del film Veronica sta organizzando il funerale del padre, ed è parlando di lui con il prete della parrocchia (Luke Wilson) che scopriamo pian piano i misteri di questa famiglia disfunzionale. 

Laysla de Oliveira in una scena di Guest of Honour

Segreti e colpe a incastro

Vuole diventare un thriller ma non ci riesce pienamente, Guest of Honour, che a metà tempo comincia a rivelare oscuri segreti e colpe mai pienamente espiate di entrambi i protagonisti. Mentre Veronica si trova in prigione per abusi sessuali su minori (che non ha mai commesso), il padre cerca le prove per farla scarcerare e lei rifiuta di collaborare, credendo di meritare la sua pena. Lo spettatore si trova così incastrato in un continuo salto temporale tra presente, passato e trapassato, in cui niente è come sembra e ogni personaggio ha motivazioni in qualche modo oscure e segreti inconfessabili. Tra la morte della madre, la linea sottile che separa un flirt con un quindicenne da un abuso, un orribile suicidio le cui ragioni sono sempre rimaste nascoste, scopriamo personaggi tormentati e addolorati, la cui vita apparentemente normale non è che una facciata per nascondere l'instabilità emotiva di una famiglia già da anni distrutta. 
Il rapporto padre - figlia si tinge di colori foschi, con un David Thewlis magistralmente in bilico tra commedia e tragedia con cui è impossibile non empatizzare. Più difficile prendere le parti di Veronica, che fino alla fine rimane un personaggio ambiguo, colpevole e allo stesso tempo vittima di crimini che le hanno rubato l'infanzia e di sensi di colpa laceranti. 


Atom Egoyan al Festival del Cinema di Venezia


Il paradosso dei drammi familiari: i conigli in Guest of Honour

In conferenza stampa al Festival del Cinema di Venezia, Atom Egoyan svela la sua ossessione per la famiglia e i paradossi che si nascondono nei suoi legami, fragili e indissolubili allo stesso tempo. Metafora perfetta, nella trama del film, sono i conigli. "Sono animali da compagnia, ma sono anche deliziosi da mangiare: questo è il paradosso al centro del film". E così, infatti, è Guest of Honour, con il suo sconcertante andirivieni temporale, le sue tinte da thriller e i suoi misteri che, una volta svelati, non risultano soddisfacenti rispetto alle lunghe indagini che ci hanno portati alla loro soluzione. Fa compagnia, ma una volta nel piatto ti fa sentire un po' in colpa. E poi a me non piacciono i conigli. 

Laysla de Oliveira sul red carpet di Venezia

Gli attori e il regista di Guest of Honour a Venezia

David Thewlis in una scena del film

David Thewlis in una scena del film

La mia gallery su Instagram