Paris Haute Couture - Atelier Versace, Georges Hobeika, Giambattista Valli

10:37:00 Giovanna Errore 0 Comments

Se al pret-a-porter spetta l’ingrato compito di realizzare delle meraviglie adatte alla vita di tutti i giorni (o quasi) l’haute couture è il suo perfetto contraltare, il regno delle infinite possibilità del tutto estraneo ad esigenze e praticità. L’alta moda, come la poesia, non ha nulla a che fare con la realtà. È la proiezione su stoffe e accessori dei più intimi e segreti sogni di cui l’animo umano si nutre. Così può risultare una meravigliosa favola che concretizza i nostri desideri, oppure un inquietante incubo che rappresenta i nostri pensieri più torbidi, le nostre paure e la nostra follia. O ancora, entrambi. È arte pura, che non va spiegata né capita perché ogni donna che osserva, accarezza, indossa un abito lo interpreta a modo proprio come si interpreta una poesia, un dipinto, una melodia. Astrattezza allo stato puro, grazia sognante o inconfessabile follia, irrefrenabile desiderio o passione concreta. Capita così che nell’incantevole Parigi, a distanza di poche ore, sfili la sensualità felina e quasi ossessiva di Donatella Versace e la femminilità innocente ed incantata di Georges Hobeika. La prima di notte, nel buio, presenta i sinuosi abiti seconda-pelle che disegnano il corpo delle modelle, in un sapiente gioco di cut-out e trasparenze che non lascia nulla all’immaginazione, e che a prima vista può essere definito quasi volgare. Quasi, perché a salvarlo dalle critiche è il taglio perfetto, che tra tulle, tessuto e pelle disegna onde e ghirigori degni di un pittore astratto. Capace di rivelare fantasie e ossessioni della mente più contorta. Il secondo, nel pieno del mattino francese mostra i suoi sogni colorati, luminosi, quasi innocenti trasformati in abiti color pastello. Volumi ampi, tessuti vaporosi, sfumature delicate si mescolano alle applicazioni e allo scintillio di una collezione che illumina da sola la Francia ed il mondo intero. Un ingegnere civile capace di intessere desideri ed emozioni, e farli risplendere sulla passerella. E una donna che ha preso in mano l’azienda di famiglia e l’ha resa un inno al glamour. Opposti e complementari.








Quando, a metà febbraio, nella Valle dei Templi fiorisce il primo mandorlo, te lo aspetti, lo sai. Quello spettacolo bianco e rosa che colora la vallata lo vedi da quando sei nata e avviene sempre nello stesso periodo. Eppure, quel primo mandorlo che vedi di sfuggita, passando in auto, ti colpisce al cuore e ti emoziona come se non lo avessi mai visto. Forse devo ammettere di avere l’innamoramento facile, metri e metri di tulle, colori pastello, fiori e piume e ci vuole un attimo a conquistarmi. Da Giambattista Valli ormai mi aspetto questo, quando sta per iniziare una sua sfilata preparo il cuore ad accelerare i battiti. Però è ogni volta un amore nuovo. Comincia con il bianco e il nero, le linee pulite, i pantaloni svasati, le balze ed il tulle che si fa sempre più voluminoso e delicato, passando per gonne di piume e colletti a gorgiera, cappottini couture e applicazioni di fiori. Infine, gli abiti esplodono sulla passerella come nuvole di colore. E volano leggeri trasportando le modelle in un’atmosfera surreale. Ecco, surreale è la parola giusta per descrivere la sua poesia di tulle. Sospesa in un tempo che non c’è, non la si può definire retrò né moderna, perfino romantica è una descrizione inadeguata. È quella haute couture di cui parlavo, che vola alta sulle mode, sulle tendenze, sulle occasioni d’uso e sulle esigenze di chi la indosserà. Rubo le parole ad Oscar Wilde: «The only excuse for making a useless thing is that one admires it intensely. All art is quite useless». Arte pura, per amore dell’arte stessa e di coloro che la ammireranno.






Se al pret-a-porter spetta l’ingrato compito di realizzare delle meraviglie adatte alla vita di tu...

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