
Affrontare le emozioni positive e negative fa parte dell’esperienza umana, anzi direi che è l’essenza stessa dell’esperienza umana. Siamo persone perché proviamo emozioni e proviamo emozioni perché siamo persone. Paura, rabbia, felicità, dolore, allegria, gratitudine, entusiasmo. Tutto lo spettro possibile, con tutta l’intensità possibile. Ma ci sono dei confini che non possiamo valicare se vogliamo convivere: le nostre emozioni non dovrebbero manipolare quelle altrui né prendere il sopravvento. In questo contesto, è importante parlare di trauma dumping in modo onesto e chiaro. Scopriamo il significato di questo termine, come evitarlo e come invece affrontare in modo costruttivo la guarigione dalle nostre ferite.
Trauma dumping significato: cos’è e come lo mettiamo in pratica senza renderci conto
Per capire il significato di trauma dumping facciamo una traduzione letterale. Il termine “trauma” ha lo stesso significato in inglese e in italiano, mentre “dumping” vuol dire letteralmente “scaricare”, come lo utilizzeremmo per un camion di spazzatura. Arrivare in un luogo qualsiasi, che sia di porprietà privata o pubblica, e scaricare lì tutta la spazzatura che hai prodotto in casa tua, ti sembra strano, irrispettoso, illegale, giusto? Bene, lo stesso avviene con la spazzatura metaforica dei nostri traumi e dei nostri problemi.
Insomma, trauma dumping è un termine non clinico che definisce lo scaricare traumi ed esperienze stressanti su altre persone. Avviene nei contesti più disparati: di solito in una conversazione informale con amici, parenti, conoscenti, altre volte e sempre più spesso sui social. Non si tratta di un semplice sfogo o di una ricerca di supporto emotivo, ma di un pattern, non sempre consapevole, che può minare i nostri rapporti umani.
Differenza tra trauma dumping e sfogo emotivo
Uno sfogo sano (in inglese venting) è spesso contrapposto al dumping per un motivo molto semplice. Parlare con gli altri esseri umani è un elemento fondante della nostra umanità. Il supporto, la comprensione, la condivisione di esperienze simili, la messa in campo di possibili soluzioni sono tutti gli strumenti con cui ci siamo evoluti. L’intelligenza emotiva è anche riconoscere cosa non va nella propria vita, dirlo ad alta voce e cercare soluzioni parlando con i propri cari. Ma qual è la differenza tra sfogo e discarica?
| Sfogo costruttivo | Trauma dumping | |
| Intenzione del parlante | Cercare un confronto e un conforto, condividere un problema. | Scaricare la propria pressione su un’altra persona. |
| Dinamica della conversazione (scritta, orale, digitale) | È uno scambio bidirezionale, che lascia spazio a entrambe le persone. | Va spesso in una sola direzione, senza lasciare all’altra persona la possibilità di condividere. |
| Tempismo | Avviene in maniera naturale in una conversazione oppure viene programmato (es. “Ho bisogno di parlarti di una cosa, posso?”). | Arriva quando il parlante ne sente il bisogno, spesso senza preavviso e in situazioni non sempre idonee. |
| Contenuto della conversazione | Il dialogo si svolge in modo naturale, permettendo l’inserimento di esempi e possibili soluzioni. | Il dialogo/monologo è di contenuto unicamente negativo e non ammette l’esistenza di soluzioni. |
| Cura dell’altro | Le persone coinvolte hanno cura l’una dell’altra: segnali verbali e non verbali indicano quando qualcuno ha bisogno di cambiare argomento. | La persona che parla non coglie la stanchezza nell’altra. Continua la conversazione nonostante il disagio o la sofferenza altrui. |
| Ordine degli argomenti | Si affronta un argomento alla volta, cambiando di volta in volta in maniera naturale. | Si affrontano numerosi argomenti diversi in un monologo-fiume che non lascia spazio alla conversazione. |
| Obiettivo | Raggiungere una soluzione, ottenere un allegerimento del carico. | Non raggiungere alcuna soluzione ma avere il permesso di continuare a lamentarsi. |
| Risultato | Rafforza il legame e l’intimità tra le persone. | Rende la dinamica tossica e rischia di rompere il legame. |
| Conseguenze | Entrambe le persone sono soddisfatte, hanno imparato qualcosa, sono creasciute. | La persona parlante mantiene i propri problemi, la persona ascoltante si sente soverchiata. |
Perché si fa trauma dumping?
So cosa stai pensando: Oddio, ho fatto anch’io questa cosa terribile a delle persone che amo! Lo so perché, a meno che tu non sia una persona estremamente matura e risolta, capita di farlo. È un meccanismo naturale, tanto che esiste il concetto di trauma dumping involontario. Succede quando siamo molto su di giri. La rabbia, la paura o la frustrazione ci fanno perdere la bussola e riversiamo su qualcuno tutti i nostri problemi. Genitori, partner, amici e amiche, anche sconosciuti online: purché qualcuno ci ascolti.
Il problema è che in questo caso l’ascolto è solo illusorio. Non stiamo solo facendo male a chi abbiamo di fronte, ma anche a noi. Rifletti sull’ultima volta in cui hai fatto un monologo su qualcosa che ti rattrista, ti spaventa, ti fa arrabbiare. Quella conversazione ti ha dato soddisfazione? Ha avvicinato te e l’altra persona? Ha aiutato a trovare soluzioni, prospettive diverse, uno sguardo più ampio? O alla fine vi sentivate entrambi distrutti, sfiduciati e stanchissimi? Uno sfogo ci può sempre stare, ma il trauma dumping deve avere dei limiti, per il benessere di tutti.
Monopolizzare una persona con un lamento, grande o piccolo che sia
Come ti ho già detto, lamentarsi è naturale e spesso anche utile. Non ci evolveremmo se non notassimo le cose che non funzionano. Ricerche mediche, progressi scientifici e umani, relazioni sane e perfino la sopravvivenza stessa dell’umanità dipendono anche dalle nostre lamentele. Queste ci spingono a trovare soluzioni, a collaborare, a offrire supporto, a inventare qualcosa di nuovo che risolva quel problema. Ma di cosa si lamentano le persone che fanno trauma dumping in maniera continua? Spesso di cose che non si possono risolvere, o che sono già state risolte, o per le quali non stanno neanche realmente cercando una soluzione.
Facciamo un esempio di trauma dumping, e facciamolo su una cosa semplice così ci capiamo meglio. Ho la fibromialgia. Per me moltissime operazioni quotidiane sono molto complicate e dolorose, per esempio fare lo shampoo. Vado nel panico, perché i capelli sono sporchi, ho bisogno di lavarli e mi sento umiliata. Scoppio a pinagere e spiego questa cosa a mio marito, che mi propone un paio di soluzioni. Posso rimandare lo shampoo e sperare che domani starò meglio. Posso andare da un parrucchiere. Oppure posso permettere che lui mi lavi e asciughi i capelli. Tutte e tre le soluzioni hanno delle criticità, ma sono tutte e tre sensate e fattibili. Sceglierò una delle tre e scoprirò solo dopo averla scelta se va bene oppure no.
Di cosa si lamentano le persone che fanno trauma dumping per abitudine?
La mia è una malattia cronica e non curabile quindi sì, capiterà di nuovo che io debba fare lo shampoo e abbia troppo dolore per farlo. Mi sentirò di nuovo umiliata, sconfitta dal mio corpo, mortificata nell’impossibilità di curare la mia igiene. Ma ricorderò quella conversazione, ricorderò le tre soluzioni. Ricorderò quale ho messo in pratica e come è andato l’esperimento e sceglierò di riutilizzare la stessa o provarne un’altra. Magari andrò anche da mio marito e gli chiederò ulteriori consigli o supporto emotivo. Ma non riavremo la stessa conversazione. Ecco, il trauma dumping corrisponde invece nel ripetere ossessivamente la stessa lamentela senza cercare (o senza mettere in atto) le possibili soluzioni.
Se ogni volta in cui devo lavarmi i capelli rifaccio lo stesso discorso con mio marito, ottengo:
- frustrazione per entrambi;
- stanchezza mentale ed emotiva;
- un senso di colpa ingiustificato per lui, che sta cercando di aiutarmi;
- un senso di sconfitta per me, che non trovo soluzioni;
- capelli ancora sporchi.
Sconfitta su tutta la linea, un sacco di fiato e di tempo sprecato e una rabbia che rimane sospesa tra noi. Ecco, questo avviene su una piccolezza come lo shampoo e su enormi questioni che riguardano abusi, diritti negati, problemi di salute, difficoltà sul lavoro, paure sociali e politiche, ossessioni. Ogni volta che scarichiamo tutte queste cose su qualcuno, perdiamo tutti.

È giusto mettere dei confini emotivi con chi si lamenta?
Assolutamente sì. E ti farà sentire uno schifo. Purtroppo entrambe le cose sono vere. La lamentela continua, secondo uno studio della Stanford University, fa male al cervello. Bastano 30 minuti di lamentele ininterrotte per danneggiare l’ippocampo di chi ascolta. Questo a sua volta peggiora i problemi di memoria, rende difficile l’apprendimento e rallenta le funzioni di problem solving. Di fatto, è come se strati di neuroni si disfacessero nel nostro cervello, sia mentre ci lamentiamo sia mentre ascoltiamo qualcun altro fare lo stesso.
Inoltre, si incappa nel rischio di co-ruminazione: tu ti lamenti, io mi lamento, tu ti lamenti in un ciclo infinito che aumenta i livelli di cortisolo (l’ormone dello stress) e fa sentire peggio entrambi. Il trauma dumping può influire sulla salute mentale di chi ascolta, quindi, e anche su quella fisica. Ed è per questo che mettere dei sani confini emotivi è indispensabile. Come fare, quando una persona che ami sta male e ha bisogno di parlare, è tutta un’altra storia.
Come reagire senza ferire l’altra persona?
Ok, qualcuno ti sta raccontando i suoi problemi sul lavoro. Tutto inizia come una normale conversazione, parlate del più e del meno, ma pian piano la tua amica, il tuo partner, tuo fratello inizia a dominare la conversazione. Parla, parla, parla in maniera negativa dei colleghi, dei superiori, del sistema, dei clienti, delle attrezzature, dello stipendio, della politica, del capitalismo e a un certo punto ti sembra di entrare in una spirale senza uscita. Ogni possibile soluzione viene accolta con ulteriori lamentele, dettagli che non comprendi, esempi sempre più specifici e i toni si alzano. Ti senti chiaramente a disagio.
Devi dire stop. Per quanto sia difficile, devi dirlo per la tua salute e anche per quella di chi si sta lamentando (ma non aspettarti che ti ringrazi). Sposta delicatamente l’attenzione su altro, proponi un’attività alternativa, coinvolgi qualcun altro nella conversazione, fai una battuta per stemperare. E se nulla funziona, allontanati. Puoi farlo fisicamente, andando in un’altra stanza, o in modo ancora più facile se la conversazione è online. Chiudi l’app, non rispondere al telefono, silenzia le notifiche. Riprenditi il tuo spazio e i neuroni perduti.
Cosa fare se sei colpevole di trauma dumping
Prima di tutto: respira. Come ti ho detto, capita a tutti. Se è un caso isolato, puoi rimediare subito. Chiedi scusa e reindirizza il discorso su qualcosa che possa interessare all’altra persona. “Scusami, sto monopolizzando la conversazione. Tu invece cosa mi racconti?” è un modo cortese per riaprire la relazione che avevi inavvertitamente chiuso. Il tuo interlocutore o la tua interlocutrice potrà introdurre un nuovo argomento e sentirsi a proprio agio.
Ma come smettere di fare trauma dumping se è una tua abitudine, se diverse persone te lo fanno notare o se semplicemente ti accorgi che le tue conversazioni non funzionano più e vuoi recuperare la salute mentale tua e dei tuoi cari? Ti servono delle soluzioni concrete e magari l’aiuto di un professionista, in base alla gravità del trauma su cui ti stai fissando.
1. Riduci la ruminazione mentale
Si tratta di un processo mentale in cui gli stessi pensieri si ripetono di continuo. Può trattarsi di cose banali, come l’antipatia per quel vicino che fa rumore la sera, o di cose molto più gravi come un vero e proprio trauma, una discriminazione che subisci, un’ingiustizia che sta avvenendo nel mondo (e ce ne sono così tante!). Se identifichi il pattern, hai già fatto un passo avanti. Ti serve un nuovo modo per interromperlo. Canta, balla, leggi, scrivi, fai meditazione o punto croce. Ma non leggere, non parlare e non scrivere su quell’argomento. Puoi banalmente mettere un timer per limitarti.

2. Prova i gruppi di auto-mutuo aiuto
Si tratta di una soluzione interessante al trauma dumping, perché permettono di sfogarti, trovare nuove risorse e soluzioni e smettere di provare isolamento nel tuo problema. Allo stesso tempo, però, hanno regole che evitano il sovraccarico per chi ascolta. Ogni parlante ha un turno di parola specifico e non può monopolizzare la conversazione e ogni ascoltatore può scegliere se, come e quando intervenire.
“Scoprendo che riuscite a identificarvi con le altre,e ad accettarle […]comincerete anche ad accettare quelle caratteristiche e quei sentimenti in voi stesse. Questo è l’inizio dello sviluppo dell’accettazione di sé, che è un requisito assolutamente essenziale per guarire“.
[Robin Norwood – Donne che amano troppo]
3. Rivolgiti a una psicoterapeuta
Il termine trauma dumping può riferirsi a uno stato generale di lamentela continua e non volta alla soluzione dei problemi, ma anche a un trauma vero e proprio. In entrambi i casi, la tua salute mentale sta regredendo e hai bisogno di professionisti in grado di aiutarti. La psicoterapia ti può aiutare a ricostruire il tuo modo di reagire alle cose, grandi e piccole, e allenare la tua intelligenza emotiva anche nelle relazioni con gli altri. Parlare con qualcuno che ti ama non è lo stesso, perché quella persona non ha gli strumenti per aiutarti. E, come hai visto, alla lunga puoi danneggiare entrambi.
