"Febbre" di Jonathan Bazzi è su Amazon Prime: 5 motivi per leggerlo

12 settembre 2020


 

Febbre a 37 per giorni, per settimane. Paura, stanchezza, rabbia, impotenza. No, non si parla del Covid 19, non stavolta, ma di "Febbre" di Jonathan Bazzi. Uno dei migliori esordi letterari degli ultimi anni, candidato al Premio Strega e oggi disponibile gratis su Amazon Prime Reading. 


"Febbre" di Jonathan Bazzi, trama

"Febbre" è un libro che ha conquistato istantaneamente tutti. Malati e non, amanti della lettura e non. E mica è un caso se il suo scrittore è diventato un personaggio pubblico in pochissimo tempo. Da Rozzano alla fama in qualche mese. Ma qual è la trama di questo libro autobiografico?
Jonathan ha 31 anni, un fidanzato con cui convive, un piccolo appartamento in centro, un lavoro da insegnante di yoga e la febbre a 37 o poco più. All'improvviso arriva, la febbre, e non passa. La ricerca della malattia, la scoperta dell'HIV, l'impotenza di fronte a un virus minuscolo quanto insidioso, la consapevolezza della malattia cronica, non più letale ma che ti cambia la vita, si intrecciano con le storie dell'infanzia. Jonathan cresce a Rozzano, vive nelle case popolari, in una famiglia disfunzionale che nella periferia di Milano somiglia molto alla normalità.
Nel racconto "Rozzangeles" è prigione e famiglia, è paura e vita, è casa ed è il ring sul quale Jonathan comincia a battersi per scappare dallo squallore. 
A Rozzano non sapevo cosa facevo: d'istinto seguivo le vene d'oro nella miniera, le cose più belle. Giocavo da solo, leggevo - la mia resistenza. Facendolo ho iniziato a spostarmi, ero altrove anche quando ancora non sembrava lo fossi.

Questa è una delle ultime frasi di "Febbre" e riassume perfettamente lo spirito di questo libro. Cercare la luce là dove non c'è, la fuga nella miseria, la forza nella vergogna. 



5 motivi per leggere "Febbre" su Amazon Prime Reading

1. Perché è gratis. Diciamolo subito, via il dente via il dolore. Leggere un candidato allo Strega gratuitamente è una manna dal cielo e noi che abbiamo una lista di libri da leggere lunga fino alla fine del mondo siamo grati di questi piccoli escamotage. Grazie per i libri di seconda mano, grazie per gli ebook gratuiti, grazie per i gruppi di scambio su Facebook. 

2. Perché racconta la malattia come non l'abbiamo mai letta. La trama di "Febbre" è una discesa agli inferi che a un certo punto farà male, soprattutto a chi soffre di una malattia cronica. Lo sappiamo, cosa ha provato Jonathan Bazzi in quei giorni di febbre a 37, di dolori sparsi e di una stanchezza cronica che lo portava a pensare "Ok, oggi morirò". Lo sappiamo, ma come sempre leggerlo sulla carta fa più male. 

3. Perché è terapeutico. Il dolore salva, anche quello emotivo, lo sapevate? Il dolore è una spia che qualcosa non va in noi, e questo noi malati cronici tendiamo a dimenticarlo. Lo proviamo così spesso che boh, ormai è lì, è la nostra normalità. Invece un bel pugno (metaforico) sullo stomaco ogni tanto ci vuole. Per ricordarci che siamo vivi, che siamo qui, che non siamo soli. Migliaia, milioni di persone al mondo provano lo stesso dolore, o uno molto simile. E anche loro sono vive, sono qui, non sono sole. Ce la possiamo fare. 

4. Perché abbatte lo stigma dell'HIV senza nascondersi. In "Febbre" Jonathan Bazzi racconta l'HIV senza barriere, senza filtri e senza stereotipi. No, non è più quella condanna a morte che era qualche decennio fa ma sì, è ancora una cosa che ti cambia la vita, il corpo, il modo di muoverti dentro il tempo che ti resta, anche se non sai quanto sarà. 

5. Perché contiene il più bel passaggio sul legame tra malattie fisiche e malattie mentali che abbia mai letto. 
Sono convinto che ci sia davvero un legame tra emozioni e salute ma, se anche fosse vero che il male del corpo ha origine dalla psiche, non ha senso pensare di poter percorrere a ritroso il nesso causale, sviluppando stati emotivi diversi al posto di quelli disfunzionali per ottenere la guarigione. Una volta che il problema s'è fatto carne diventa affare della medicina, diventa faccenda da chemioterapia, bisturi, antiretrovirali. Il resto è una scommessa buona per chi non è malato davvero, intrattenimento per chi non ha niente da perdere. 

Grazie, Jonathan, grazie per "Febbre" e grazie per questo paragrafo. La prossima volta risponderò così a chi mi dice che è tutto nella mia testa, c'è sempre un fattore psicologico. Mi sembra una risposta più adeguata dell' ESTIC***I? che mi verrebbe voglia di urlare. 



Perché fare marketing non è reato: il caso della nuova modella Gucci

4 settembre 2020

 


Ci risiamo: dopo la storia di Ellie Goldstein, la nuova modella Gucci fa ancora scalpore. Da settimane non si parla (e non si sparla) d'altro che di Armine Harutyunyan, la modella armena scelta da Alessandro Michele & co. Ma perché si discute ancora e ancora e ancora di questa ragazza?


Tutto è marketing, baby!

Della povera Armine (che povera non è: fa la modella per Gucci!) si è detta la qualsiasi. Che sia brutta, che sia bella, che sia una delle donne più belle del pianeta Terra o un'aliena proveniente da chissà dove. Una cosa però è chiara a tutti: è tutto marketing
Eh. Tutto marketing. La gente lo scrive sui social network come fosse un insulto. Ma non lo avete capito, che è tutto marketing? è una frase che ho letto almeno 10 volte nell'ultima settimana. Sì, lo abbiamo capito. Non avevamo mica bisogno di te, l'intellettuale che la sa sempre più lunga degli altri. Quello/a che mica si fa fregare, no, lui/lei lo ha capito che è tutto marketing
Beh sai che ti dico, intellettuale dei social network da strapazzo? Tutto è marketing, baby! Anche quello che faccio io, quando decido di pubblicare un post o un altro su facebook, è marketing. Anche la tua frasetta sprezzante sul fatto che è tutto marketing, sveglia!, anche quello è marketing. Nell'era in cui siamo tutti in vendita (per lavoro, per popolarità, per puro ego) ogni nostra mossa, volontariamente o involontariamente, aiuta a farci pubblicità. E non venire a dirmi che non è così, che tu te ne freghi dei like e dei cuoricini. Perché se così fosse, i tuoi pensierini arguti li scriveresti su un diario e non su un social network accessibile a chiunque. Vero?
Ora pensa. Se tu, che di mestiere fai il carpentiere/l'infermiera/la maestra elementare/l'idraulico usi il marketing ogni giorno... perché fare marketing dovrebbe essere una cosa negativa per un'azienda dal fatturato miliardario? No pensaci, poi voglio la risposta. 



Cos'è il marketing?

"Il complesso delle tecniche intese a porre merci e servizi a disposizione del consumatore e dell'utente in un dato mercato nel tempo, luogo e modo più adatti, ai costi più bassi per il consumatore e nello stesso tempo remunerativi per l'impresa".

Questa è la definizione di marketing da vocabolario, eh. In due parole: fare marketing vuol dire aumentare le possibilità di vendita di un prodotto. Ora, capiamoci, il marketing si può fare in mille modi e ultimamente, come tutte le cose del mondo, è sempre più orientato al digital. 

Più si parla della nuova modella Gucci, più Gucci vende. Capito come? Il 31 agosto 2020 Armine Harutyunyan è stata la parola più cercata su Google in Italia. La più cercata in assoluto. Cioè, gli italiani hanno imparato a scrivere Harutyunyan pur di vedere le foto della nuova modella Gucci

Hai idea di che impatto possa avere tutto ciò sull'azienda Gucci? Lo sai che significa essere al primo posto sulle ricerche Google mentre nel mondo c'è una pandemia e il sistema moda (come tutti gli altri) è in piena crisi? Significa che il reparto marketing di Gucci funziona come un orologio svizzero. Punto. Eh sì, perché fare marketing è una scienza che unisce economia, psicologia, copywriting, studio dei social network. Il signor responsabile-marketing-di-Gucci sapeva perfettamente cosa faceva, quando ha presentato al mondo Armine Harutyunyan come nuovo volto della griffe. Non gli serviva l'intellettualoide di twitter a dirgli che ehi, questo è marketing. Lo sapeva già. Lo fa per mestiere. Un sacco di persone fanno marketing per mestiere e sono quelle che indirizzano, più o meno inconsciamente, la scelta del tuo shampoo e quella del tuo voto alle elezioni regionali. Hai capito, intellettualoide di twitter? C'è uno, da qualche parte nel mondo, che è pagato per decidere di cosa parlerai domani. E tu lo accontenti sempre. Ci sono tantissime persone pagate per decidere di cosa parlerai domani, me compresa. 






Fare marketing non è reato

Ora io te l'ho buttata lì, intellettualoide di twitter, ma non prenderla sul personale. Fare marketing non è un reato. Non vogliamo impiantarti un microchip nel cervello per convincerti a comprare un prodotto invece di un altro (a quello ci penserà Elon Musk, dice che già ha tuttecose pronte). 
Facciamo il nostro lavoro: presentare le caratteristiche di un brand nella maniera più positiva, inclusiva e provocatoria possibile. Eh sì. Dobbiamo creare un dibattito intorno all'azienda che ci paga. Così ti diciamo: questa è la nuova modella di Gucci. E lo sappiamo, che se sarà magra alta e bionda griderai alla standardizzazione dei corpi; se sarà disabile dirai che siamo bravi buoni e belli però boh, io avrei scelto una normale; se sarà una ragazza con il nasone e le sopracciglia folte dirai che eri meglio tu. Però comunque parlerai di Gucci. E Gucci venderà. E questo è quello che Gucci vuole, così ci pagherà di più. Capito?

Il marketing non è reato, ma neanche un lasciapassare

Tutto è marketing baby, te lo dico di nuovo: tutto è marketing. Sai cosa non è marketing? Sai cosa nessun copywriter né responsabile della comunicazione potrà mai decidere per te? La tua reazione. 
Gucci prende una nuova modella, la mette in uno scatto glamour, la sceglie appositamente per la sua diversità. Lo sa che scatenerà una serie di reazioni. Ma la reazione schifata, quella di scrivere che Armine è brutta, che è un ce**o, che non te la sco***esti neanche morto, è tua. Sei tu che lo hai pensato, sei tu che lo hai scritto.
Sei tu che ritieni accettabile insultare una persona in maniera così meschina, misogina, schifosa e che nulla ha a che vedere con il suo lavoro (almeno, che io sappia il contratto di modella per Gucci non ti obbliga ad avere rapporti sessuali con tutti gli utenti di twitter e facebook. Se mi sbaglio, fatemi sapere). Sei tu che fai schifo. Non dare la colpa al marketing. 



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