Dalla morte di Chadwick Boseman possiamo imparare come parlare di personaggi famosi e malattie

30 agosto 2020


 

La morte di Chadwick Boseman, annunciata ieri mattina dall'ufficio stampa dell'attore, è stata per tutti un fulmine a ciel sereno. E questo per diversi motivi. Perché l'attore di Black Panther sembrava perfettamente in salute. Perché era estremamente giovane. Perché ci siamo accorti che il nostro modo di raccontare i personaggi famosi che combattono contro una malattia può e deve cambiare. 


5 cose che possiamo imparare dalla morte di Chadwick Boseman

Il dettaglio che ha sconvolto tutti è stata la rivelazione che Chadwick Boseman avesse il cancro dal 2016. Questo vuol dire che il film che lo ha reso celebre in tutto il mondo, Black Panther, è stato girato tra una seduta e l'altra di chemioterapia. E così gli ultimi film degli Avangers, City of Crime e Da 5 Bloods (l'ultima pellicola di Spike Lee). Come è possibile?
Come è stato possibile mantenere il segreto per 4 lunghi anni? Perché nessuno di noi, che di ogni personaggio famoso sappiamo vita morte e miracoli, si è accorto che quest'uomo stesse così male?
Perché la malattia è una cosa strana e colpisce ognuno di noi in modo diverso. Così la morte di Chadwick Boseman, oltre a lasciare un vuoto indelebile nel mondo del cinema e nei cuori dei fan e degli amici e familiari, può insegnarci almeno su come parlare di malattie e personaggi famosi



1. I personaggi famosi si ammalano

Sì dai, questo lo sappiamo. Spesso sentiamo della malattia di un attore o un cantante e ne restiamo colpiti lo stesso, però. Vediamo queste creature sovrannaturali, come dei dell'Olimpo contemporaneo, intoccate e intoccabili dalle miserie di noi comuni mortali. E invece eccoli lì, sono esseri umani come noi. Chadwick Boseman aveva il cancro al colon, come mia zia. A pensarci è pazzesco. 



2. La malattia non conosce soldi né posizione sociale

Chi di voi ricorda la diagnosi di fibromialgia di Lady Gaga? Io la ricordo bene, non solo perché è la mia stessa malattia cronica e vederla rappresentata nel suo documentario è stato doloroso e catartico. Ricordo anche, con estremo disgusto, di cosa si parlasse sui giornali e perfino sui gruppi e sui forum di malati cronici. Eh ma lei è ricca, ha tutti i soldi e i medici a sua disposizione, mica come noi. E quindi? La malattia è malattia e non guarda in faccia nessuno. Se è una malattia incurabile, non troverai una cura neanche se sei Lady Gaga. E se il tuo cancro, invece di regredire, peggiora, non ti basteranno la fama e i soldi di Chadwick Boseman. Il dolore è dolore, la malattia è malattia, la morte è morte. L'empatia è sempre più rara. 



3. Puoi essere malato e lavorare con la stessa costanza e perofessionalità dei tuoi colleghi

Forse è il caso di ripeterlo: Chadwick Boseman ha girato Black Panther con il cancro. La malattia non gli ha impedito di essere un grande artista, un esempio per milioni di giovani e meno giovani. Non gli ha impedito di andare a trovare i bambini malati terminali, vestito da supereroe come i suoi colleghi, per portare un po' di gioia in quei reparti bui. 



4. La malattia assume facce diverse

Non è stato solo il lavoro a occupare questi 4 anni di vita di Chadwick Boseman, mentre combatteva il cancro. Era sempre presente alle conferenze stampa, sempre pronto a partecipare agli eventi di beneficenza. E non posso sottolineare abbastanza questa cosa: era sempre tra gli uomini meglio vestiti ad ogni premiazione o evento. Io non me lo scorderò mai, Chadwick Boseman in Versace al Met Gala 2018. Guardate questa foto e ditemi se quest'uomo vi sembra un malato terminale. Eppure lo è. Dovremmo imparare che non sempre quello che si vede è la verità.



5. Questo non vuol dire che i malati siano eroi

L'ho già scritto in altre occasioni: la retorica del malato guerriero è dolorosa e orribile. E lo so, l'ho usata anch'io in questo post. Perché è così insita nella nostra cultura da rendere quasi impossibile lasciarla andare. Un malato non è un eroe, anche se è Black Panther. Un uomo malato è un uomo malato, è un paziente, è una persona che soffre. Un'altra vittima del dolore e della malattia che lascerà un vuoto incolmabile nella cultura pop afroamericana e non solo. 
Rest in Power, King!



Nell'estate della pandemia, abbiamo scoperto come viaggiare in maniera autentica

24 agosto 2020


 Che tipo di viaggiatori siamo? Lo abbiamo scoperto in questa estate 2020, l'estate della pandemia. Quella che ha diviso definitivamente il mondo in due: quelli che sanno accettare il cambiamento e quelli che non ne sono in grado. 


Durante una pandemia, o ti adatti o muori

Non letteralmente, eh. Ma chi non si adatta muore lentamente, soprattutto in periodo di crisi. Muoiono le imprese, le aziende, i posti di lavoro di chi non sa sfruttare le innumerevoli risorse del web per reinventarsi. Muore il rispetto per gli altri, se non impariamo a cambiare le nostre abitudini per garantire la sicurezza sanitaria di tutti. Moriamo un po' anche noi, se siamo convinti che la vita continuerà esattamente identica alla scorsa estate, se pensiamo di poter tornare indietro nel tempo e fare le nostre solite ferie, nel solito posto, nel solito modo. Muore la nostra voglia di viaggiare e di vivere, se non impariamo a farlo in maniera diversa. 


I viaggiatori dell'estate 2020

Si sono suddivisi esattamente a metà i viaggiatori, e i più in generale i vacanzieri, in questa estate 2020
  • Quelli che hanno voluto fare le stesse identiche cose dell'estate 2019.
  • Quelli che hanno compreso e attuato la necessità di cambiamento. 
E indovinate chi sono quelli più intelligenti e che porteranno avanti la specie? Modestamente. 
La questione è estremamente complessa ma allo stesso tempo molto più semplice di quanto si pensi. A Gennaio 2020, con la comparsa del nuovo Coronavirus in Cina e poi in tutto il mondo, la società è cambiata. Inevitabilmente. Abbiamo vissuto e stiamo vivendo ancora un trauma collettivo le cui conseguenze saranno con noi chissà per quanto tempo. Forse per sempre. 
Abbiamo cambiato il nostro modo di lavorare, il nostro modo di rapportarci con gli altri, il nostro modo di uscire di casa, il nostro modo di vivere. Ma qualcuno pensava che non fosse necessario cambiare il proprio modo di viaggiare
Queste persone sono quelle che proprio non ce l'hanno fatta, quest'anno, a saltare le due settimane di villeggiatura nello stesso posto di villeggiatura in cui hanno trascorso le ultime 30 estati della loro vita. Oppure quelle che cavolo, io me ne vado a Ibiza, sono 3 anni che risparmio per andare a Ibiza e quindi ci vado. Sono quelli che ogni anno scelgono il proprio resort a gennaio e chi se ne frega se nel mezzo c'è una pandemia, a luglio saranno in quel resort. Sono le persone la cui vita è talmente arida, rigida, contraria al cambiamento che proprio non riescono a immaginarla un'estate senza mojito e balli latinoamericani. Oppure sono quelli che programmano ogni minuto della loro giornata e non sono capaci di "seguire la corrente". Sono quelli che ci hanno riportato a un numero di casi che supera il migliaio, ragà. Altro che migranti. Quelli che ci hanno riportato il Coronavirus sono i dittatori delle vacanze. Che gentaglia. 


Un nuovo modo di vivere l'estate

Queste persone hanno perso un'occasione. Certo, si sono fatte la loro villeggiatura sulla spiaggia di Gallipoli con gli amici di sempre. Hanno ballato al Billionaire al grido di "Non ce n'è coviddi" saltellando sui ritmi sempre uguali di cantanti latini che quest'anno avevano altro da fare che sfornare un tormentone estivo 2020 e hanno riciclato quello vecchio. Ma mica se ne accorgono, questi qui. Sono quelli che hanno passato 5 giorni a Pag e hanno solo ed esclusivamente bevuto e ballato e passato ogni notte in un letto diverso, che se ci pensi lo potevano fare anche a casa loro. Sono quelli convinti di essersi goduti l'estate 2020, invece hanno replicato quella dell'anno scorso. E dell'anno prima. E di quello prima. Non hanno imparato, non sono cresciuti, non hanno sfruttato il trauma per evolversi
E come ci si evolve, in tempo di pandemia? Accettando il cambiamento. Accettando che sì, l'estate 2020 è diversa dalle altre ma può essere anche migliore. Più autentica. 
Avrebbero potuto svegliarsi una mattina e fare una ricerca veloce su Google maps per trovare le spiagge meno affollate, che magari sono bellissime ma loro mica lo sanno. Avrebbero potuto scoprire una regione italiana che non conoscono, invece di tornare sempre sullo stesso lido della Sardegna o della Riviera Romagnola. Che so, scoprire le montagne del Trentino o i boschi dell'Abruzzo "dove stare distanti è naturale", come dice il terribile, terribile spot radiofonico della Regione. Ma insomma, avete capito. Avrebbero potuto esplorare gli scorci dietro casa e fare un pic nic a basso costo e bassissimo pericolo di assembramenti, invece di andare in discoteca come ogni santissimo sabato delle loro vite da quando avevano 15 anni. Avrebbero potuto seguire il vento, il meteo, il cuore nello scegliere ogni giorno un posto nuovo da esplorare. Invece no. Stessa spiaggia, stesso mare, stesso cocktail annacquato che li fa sentire importanti. Siamo viaggiatori nati, scrivono sul post di instagram nel solito lido, con uno spritz in mano e lo smartphone nell'altra. Viaggiatori nati? Vabbè. 

 

5 modi per viaggiare in maniera più autentica

Se sei un viaggiatore nato, di quelli che ha passato tutto agosto nella stessa discoteca in cui ha festeggiato i 18 anni (e oggi ne hai tipo 35), non aver paura. Puoi imparare a viaggiare in un modo nuovo. Puoi diventare un viaggiatore autentico, veramente, anche se quest'estate 2020 era l'occasione perfetta e l'hai sprecata. C'è ancora settembre, se non moriamo tutti. 
Ecco 5 modi per viaggiare in maniera più autentica:
  1. Scegli un motore di ricerca di viaggi e seleziona il parametro "vicino a me" o "a meno di due ore da me". Magari non ti serve neanche una struttura in cui passare la notte, ma scommetto che scoprirai angoli che non conosci proprio dietro casa. 
  2. Iscriviti a tutti i gruppi facebook di organizzazione eventi della tua regione. Vuoi vedere che nessuno organizza un cinema all'aperto, un pic nic con distanziamento sociale, una passeggiata nella natura?
  3. Fai l'aperitivo nei posti meno cool. Davvero. Vuoi uno spritz annacquato, servito senza mascherina mentre decine di concittadini che non tolleri sudano a pochi millimetri da te? Allora vai sul solito lido, che te lo dico a fare. Ma se vuoi vino buono, poca gente, atmosfera, cerca i locali nascosti. Nei vicoletti del centro storico o in un paesello sperduto in montagna
  4. Mangia qualcosa di tipico, ovunque tu sia. Te lo dico da malata cronica piena di intolleranze alimentari e capricciosa cronica che no-ti-prego-il-sugo-mi-fa-impressione: è impossibile che tu non trovi qualcosa di tipico che rientri nei tuoi gusti. Non ordinare la cotoletta nella taverna in montagna, dai, prova la polenta. E se proprio non ce la fai, almeno bevi un vino della zona!
  5. Non programmare tutto. Questo puoi farlo sempre e ovunque, in Italia o all'estero, per un weekend o una vacanza di un mese. Lasciati trasportare dalla corrente. Segui l'istinto, lui sa un sacco di cose che non ci stanno, nella guida Lonely Planet. E se hai voglia di stenderti su un prato e pisolare tutto il pomeriggio, strappa l'itinerario di musei minuto per minuto e pisola. Mica viene la polizia dei viaggiatori a controllare se hai fatto tutto-ma-proprio-tutto ciò che prevedono le guide. Stai sereno. 

"Fino a quando la mia stella brillerà", il libro di Liliana Segre per ragazzi

20 agosto 2020

 

Nella mia famiglia ci sono tantissime insegnanti di ogni materia, ordine e grado. Quindi, periodicamente, mi trovo a discutere con mia madre o con mia suocera, con una zia o con un'altra, su quale sia il modo migliore per affrontare certi argomenti. Tipo come spiegare l'olocausto ai ragazzi?


L'olocausto spiegato ai ragazzi

Dicevo, io non sono un'insegnante ma sono circondata da insegnanti. Ho studiato didattica all'università e soprattutto sono un'osservatrice. Mi guardo intorno continuamente, leggo, studio, guardo film e documentari, osservo il comportamento di chi mi sta intorno. E se c'è una cosa che mi spaventa è il razzismo che sta di nuovo prendendo piede nel nostro paese. O forse è sempre stato lì, ma io non me ne accorgevo. Adesso ci faccio caso e ne ho paura. Ho paura di cosa potremmo diventare se ci lasciamo trascinare nel vortice di populismo e fake news che attraversa l'Italia ogni giorno. 
D'altra parte però, ho anche fiducia. Come potrei non avere fiducia nei giovani italiani, con tutte le donne (e un paio di uomini) della mia famiglia ad educarli?
So però che alcuni argomenti sono più difficili di altri da affrontare, soprattutto se nei media e in famiglia se ne parla in certi termini. E come spiegare il razzismo? Forse con un racconto vero, scritto in prima persona da qualcuno che lo ha vissuto sulla propria pelle. Una pelle che, per assurdo, è proprio uguale alla mia. 
Sto parlando del libro per ragazzi di Liliana Segre, scritto a quattro mani con Daniela Palumbo, "Fino a quando la mia stella brillerà". 
Il libro è del 2015 e io l'ho appena letto, gratuitamente, su Amazon Prime Reading




"Fino a quando la mia stella brillerà" trama

Con una grande delicatezza, Daniela Palumbo raccoglie la testimonianza di Liliana Segre sull'olocausto. Sì, la stessa che la Senatrice a vita racconta nelle scuole. E io sono certa che sentirla dalla sua viva voce sia un'emozione incredibile, ma qualora non fosse possibile, leggere il libro è un ottimo metodo per spiegare l'olocausto ai ragazzi
Senza entrare nei dettagli più macabri, il racconto non sfugge dalla verità e dall'orrore dell'olocausto. Ma non solo. Non si tratta solo di un libro sull'olocausto (quanti ne sono stati scritti?). 
"Fino a quando la mia stella brillerà" è un racconto di amore e di indifferenza. Mi sono salvata perché sono stata amata, scrive Liliana Segre nel suo libro, e le crediamo perché ci racconta la storia della sua famiglia. Conosciamo i nonni, l'amato padre, la madre di Liliana che lei non ha mai conosciuto ma la cui presenza è viva nella casa d'infanzia e nel libro. Conosciamo i Giusti, tutti coloro che in un modo o in un altro hanno fatto sì che Liliana tornasse viva da Auschwitz. Sono altri prigionieri e lontani parenti, soldati che lottano contro il nazifascismo e amici di famiglia. Semplicemente Giusti, incapaci di guardare dall'altra parte mentre oltre 15 milioni di innocenti vengono eliminati dalla faccia della Terra. 

Il razzismo e l'indifferenza

Ecco l'altro grande tema di "Fino a quando la mia stella brillerà". L'indifferenza, Liliana Segre lo ha scritto e detto più volte, fa più male di qualsiasi violenza. Perché alla violenza ci si può ribellare, all'indifferenza no. 
"Stück... ci chiamavano così, facendo seguire a questa parola i numeri tatuati sul braccio. In tedesco significa "pezzo". Non eravamo più uomini. Ad Auschwitz diventammo... pezzi".

Questa frase del libro per ragazzi è il sunto di tutta l'esperienza del razzismo. Non persone, ma pezzi. Non uomini, ma oggetti, da usare finché servono e poi buttare via. 

E non è così anche oggi? Quanti calciatori di colore sono osannati dagli italiani per la loro (presunta) superiorità fisica? E quanti medici sottovalutati? Perché il razzista non si fida a mettere il proprio corpo in mano a un "diverso". Il pallone invece sì. 

Allora ecco come spiegare l'olocausto ai ragazzi, come spiegare il razzismo ai giovani italiani che hanno sentito troppe cattiverie in questi ultimi mesi e anni per esserne immuni. Insegnati, genitori, educatori di tutti i tipi: fateli leggere. Leggete insieme a loro un libro per ragazzi sull'olocausto, una storia vera di diversità e integrazione, un saggio sull'inesattezza biologica della definizione di razza

Non i romanzi, di romanzi e libri sull'olocausto ne sono stati scritti tantissimi (alcuni anche dalla stessa Daniela Palumbo), ma è importante che siano veri. Ancor di più se la voce, il viso, le parole di chi ha vissuto quella storia sono familiari. Come la voce, il viso e le parole di Liliana Segre

5 motivi per guardare il film interattivo di Unbreakable Kimmy Schmidt su Netflix

13 agosto 2020


Non ci aspettavamo un Unbreakable Kimmy Schmidt 5 e sembrava che non ci fosse alcun motivo per continuare la serie comedy di Tina Fey e Robert Carlock conclusasi lo scorso anno. Eppure là dove noi spettatori non vedevamo nuove possibilità, Netflix ha esplorato il nuovo modello di storytelling del film interattivo. Il risultato è... in pieno stile Kimmy Schmidt. E onestamente, ne avevamo bisogno. 


Kimmy vs. il Reverendo: la trama e la struttura del film interattivo

Dopo il successo di Bandersnatch, il film interattivo della serie Black Mirror, sembra che Netflix si sia appassionato a questo tipo di storytelling. Anzi, gli spettatori si sono appassionati all'idea di un prodotto di intrattenimento del tipo choose-your-own-adventure
Le similitudini con Bandersnatch, però, finiscono qui. Unbreakable Kimmy Schmidt non è mai stata considerata una serie tv di Netflix dal successo planetario: la sceneggiatura e i personaggi sopra le righe la rendono poco appetibile al pubblico mainstream. Ma è proprio il suo substrato di nonsense a dare a questa serie la struttura perfetta per un film interattivo.
Alla fine della quarta stagione, avevamo lasciato Kimmy finalmente ben inserita nel mondo reale (beh... più o meno) e in odor di successo mondiale grazie al suo libro per ragazzi. Il film Kimmy vs. Il Reverendo riprende qualche anno dopo. La nostra ragazza-talpa preferita è sempre una svampita ingenua e dal cuore d'oro, ma ha finalmente incontrato l'amore vero. Si tratta di Frederick, un delizioso Daniel Radcliffe (ve ne parlerò più avanti), 12° in linea di successione al trono d'Inghilterra. Tre giorni prima del matrimonio, Kimmy scopre in una tasca segreta del suo zainetto Jenny un libro che non aveva mai visto (proprio del tipo choose-your-own-adventure) e scopre così che ci sono o ci sono state altre donne prigioniere del Reverendo oltre alle quattro inquiline del bunker di Durnsville. Comincia così un'avventura che la porterà a tentare di salvare le ragazze intrappolate. 
Ad accompagnare Kimmy, i personaggi che i fan hanno imparato ad amare: l'egocentrico Titus, la snob Jaqueline, la completamente folle Lillian e le tre ex-prigioniere Cyndee, Gretchen e Donna Maria. E, ovviamente, il Reverendo. 

Allo spettatore vengono proposte scelte via via più complesse che portano alla risoluzione della storia. Si va dalla scelta dell'abito da sposa di Kimmy all'ardua sentenza con cui uccidere o risparmiare il Reverendo. A differenza di quanto ci si possa aspettare da un film interattivo, però, qui la scelta giusta è solo una. Solo un percorso porta al lieto fine, e non sempre la scelta che sembra più azzeccata è quella corretta. Ogni volta uno dei personaggi compare sullo schermo ad avvisare lo spettatore: hai scelto male, torna indietro. E così le numerose gag e scene al limite dell'assurdo si ripetono finché non si giunge all'inevitabile happy ending. 


5 motivi per guardare il film interattivo di Kimmy Schmidt

Se ogni volta che lo spettatore sbaglia una scelta deve tornare indietro, vuol dire che l'idea del film interattivo non ha funzionato, giusto? Sbagliato. Con Unbreakable Kimmy Schmidt il risultato è divertente e ben riuscito, grazie alla sceneggiatura impeccabilmente nonsense e ai personaggi costruiti con maestria. Ecco 5 motivi per guardare Unbreakable Kimmy Schmidt: Kimmy vs. Il Reverendo.
  1. Daniel Radcliffe. Sì lo so, sembra pazzesco metterlo al primo posto: in fondo, è una guest star. Ma il pubblico che lo ha seguito nella sua carriera post-Harry Potter sa che questo posto è meritato. Dopo aver smesso i panni del mago più famoso del mondo, Daniel Radcliffe ha intrapreso quasi solo progetti indipendenti e dalle premesse assurde e ha realizzato film nonsense ma spettacolari. Titoli come Swiss Army Man e Guns Akimbo hanno reso celebre la sua vena comica. Con tempi ed espressioni sempre sul pezzo, è perfetto nel ruolo del futuro marito di Kimmy Schmidt: una parodia del principe Harry e della sua relazione con Meghan Markle
  2. I personaggi. Come abbiamo già detto, non tutti hanno apprezzato Unbreakable Kimmy Schmidt e, nonostante le numerose candidature a premi prestigiosi, la serie tv di Netflix non ha mai raggiunto una popolarità assoluta come altri prodotti del colosso dello streaming. Vi siete chiesti perché? Perché non ci sono personaggi "normali". Il grande pubblico non ha un eroe classico (uomo, bianco, cristiano, eterosessuale) in cui identificarsi e questo manda in pappa il cervello di moltissimi spettatori. Che testoline vuote, eh? 
  3. Inclusività e nonsense. Questo punto si ricollega direttamente a quello precedente. I personaggi e le storyline di Unbreakable Kimmy Schmidt sono assurdi. Oppure no? Oppure siamo così disabituati a vedere la sensibilità in un uomo etero che Dong Nguyen ci sembra irreale? Oppure non tolleriamo che una vecchietta pazza come Lillian sia una rivoluzionaria e non una Karen? Oppure pensiamo al mondo dei nativi americani in maniera talmente stereotipata che Jaqueline e la sua famiglia ci sconvolgono? Certamente un mix delle due cose. Realtà e assurdità. 
  4. La scrittura di Tina Fey. Il lavoro della comica e sceneggiatrice è talmente sopraffino che aver creato un mondo complesso e strambo come quello di Unbreakable Kimmy Schmidt sembra facile. Ma non lo è. Proprio per tutti i motivi di cui sopra. Tina Fey (insieme al co-sceneggiatore Robert Carlock) ha creato un caleidoscopio di umanità talmente variegata che possiamo anche perdonarla per la mancanza di inclusività in 30 Rock. Che dite?
  5. Lo storytelling del film interattivo. Grazie a questa sceneggiatura calibrata sulla follia, la struttura di Kimmy vs. Il Reverendo funziona alla perfezione. Funziona perché conosciamo la serie tv e sappiamo che ognuno di questi personaggi potrebbe fare letteralmente qualsiasi scelta fuori dalle righe. Funziona perché, nonostante sia la scelta sbagliata, scovare ogni scena nascosta tra le pieghe del film è una deliziosa caccia al tesoro. In quelle che in un film tradizionale sarebbero "scene tagliate" scopriamo battute ininfluenti che fanno morire dal ridere, riferimenti alla cultura pop e quella satira politica e sociale camuffata da assurdità che tanto amiamo in Unbreakable Kimmy Schmidt.

Essere Kimmy Schmidt in tempo di pandemia

Nonostante sia stato scritto in tempi non sospetti (e sia arrivato in Italia con un notevole ritardo proprio a causa della pandemia e della difficoltà a tradurre un prodotto così complesso), il film di Kimmy Schmidt è esattamente quello che ci serviva in questa estate segnata dal Coronavirus. Mentre i casi tornano a risalire, temiamo un nuovo lockdown e non sappiamo cosa fare delle nostre ferie, ci serve proprio una Kimmy Schmidt
Un personaggio femminile che ha una forza raramente vista in una protagonista di una serie tv: la forza della gentilezza, ma mai sdolcinata. Kimmy ha vissuto un trauma che la segnerà per il resto della vita, eppure si rialza. Sceglie sempre (piccolo spoiler che vi aiuterà nel proseguire con il film interattivo) di essere gentile, a qualsiasi costo. Anche con il suo aggressore. Anche con i suoi amici egocentrici e dalle pretese assurde. Anche con la sua famiglia che l'ha abbandonata nel momento del bisogno. Attenzione: Kimmy non è un modello da seguire. Una donna che viene molestata, aggredita o ferita in qualsiasi modo ha tutto il diritto di cancellare dalla propria vita chi le ha fatto del male. Però è un segnale di un modo di affrontare le cose che potrebbe servirci durante e dopo la pandemia. Possiamo affrontare il mondo con maggiore empatia, con maggiore innocenza, con maggior genuino stupore per le cose belle della vita nonostante ci sia piombata addosso una tragedia. Come fa Kimmy

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