Una maison di rilevanza internazionale come Christian Dior sceglie il tuo paese e la tua città per presentare la propria collezione cruise. Non puoi che esserne felice, vero? Beh, con la sfilata Dior a Lecce non è successo. 

 

Sfilata Dior a Lecce, cosa è successo?

Come spesso accade, è successo che gli italiani non hanno ben chiaro il concetto di promozione turistica e culturale. Lo abbiamo visto appena pochi giorni fa con querelle Chiara Ferragni agli Uffizi vs. snobisti della domenica. Succede che l’arte e la cultura vengano considerati elitari, destinati a una cerchia ristretta di intellettuali e che la moda sia sempre la figliastra venuta male nel mondo dell’arte. Eppure è quella che, solo in Italia, fattura più di tanti altri settori economici e che ha reso il nostro paese un faro nel mondo intero. Allora perché siamo sempre così restii ad aprirle le porte? 

Perché le persone che lavorano nella moda, nel giornalismo di moda, e ancor di più nel fashion blogging sono i pigroni che non sanno fare altro nella vita che scattare selfie? Eppure Chiara Ferragni ha portato agli Uffizi un aumento di ingressi, soprattutto dalla fascia più giovane dei suoi follower. Il che in tempo di pandemia e restrizioni non era pensabile. Eppure ieri e oggi il mondo parla di Lecce. Quella piccola perla barocca che, sul tacco dello stivale, viene così spesso dimenticata dai programmi di promozione turistica

Qual è il problema?

Accade che la sfilata di Dior a Lecce, così come l’anno scorso quella di Dolce e Gabbana alla Valle dei Templi di Agrigento, sia quasi un fastidio. Un eccesso di glamour e di sfarzo che stride con la vita lenta e pigra delle nostre meravigliose città del Sud. Ma come vogliamo che le nostre bellezze vengano valorizzate e conosciute? Come vogliamo rendere veramente l’Italia quel paese a vocazione turistica che con ogni diritto dovrebbe essere? Come, se non lasciamo che nel mondo si parli di noi?

Chiara Ferragni agli Uffizi è apparsa come un sacrilegio, una macchiolina in grado solo di sporcare quell’immagine perfetta che abbiamo dell’arte e della cultura italiana. Talmente perfetta che deve essere preservata a tutti i costi. Cchiusa dentro i musei vuoti e prerogativa di quella famosa elite che chissà, forse non c’è neanche mai stata agli Uffizi. E lo stesso è accaduto ieri con la sfilata di Dior a Lecce. Quante volte avete sentito un pugliese vantarsi della pizzica, delle luminarie, di quelle tradizioni che sono nate in secoli e secoli e si sono stratificate con l’aggiungersi di nuove dominazioni e nuove contaminazioni di popoli nel nostro splendido Sud? Vi sareste mai aspettati, proprio dai Leccesi, delle lamentele quando queste sono d’ispirazione a una sfilata di moda?

Orgoglio vs. preservazione: una contraddizione in termini

Qualsiasi italiano saprà dirvi quanto il Sud sia orgoglioso di sé stesso, a volte fino all’esagerazione. Non facciamo che parlare dei nostri siti UNESCO, che vantarci dello splendore ineguagliato del Regno delle due Sicilie. Raccontiamo a chiunque voglia ascoltarci quanto si mangi bene in Sicilia, e quanto sia bello il mare della Puglia, e che i Napoletani sono un’altra cosa, signora mia, che glielo dico a fare? Però se qualcuno si interessa a valorizzare ed esportare i nostri prodotti, i nostri valori e il nostro patrimonio, dimostriamo una gelosia morbosa. 

La sfilata di Dior a Lecce è stata una deliziosa lettera d’amore di Maria Grazia Chiuri. La direttrice artistica della maison è nata in Puglia e ieri era emozionata come al suo debutto. Mentre le modelle sfilavano con i fazzoletti in testa, con la pizzica in sottofondo, frasi femministe si accendevano in mezzo alle luminarie e corsetti di cuoio facevano capolino tra gli abiti tradizionali. Come a dire

Ehi, amiamo e preserviamo la nostra tradizione ma guardiamo anche avanti, a un’emancipazione della donna che sembra ancora assurdamente lontana. Impariamo a coniugare il passato alla luce del presente e, perché no, del futuro“.

Un messaggio che Dior ha lanciato in maniera potente, attraverso la collezione come sempre sublime di Maria Grazia Chiuri

La sfilata Dior a Lecce è stata un sacrilegio?

Oggi nessuno sta parlando di questo. Si parla di appropriazione culturale (ma non la elogiamo da anni quando si parla di Dolce e Gabbana?). Di sfruttamento delle tradizioni a scopo commerciale (e che male ci sarebbe?). Si è detto perfino che quello sfarzo fosse irrispettoso rispetto alla pandemia che stiamo ancora vivendo

Capito? Mentre in tv guardiamo spot improbabili, con slogan vetusti e a volte grammaticalmente scorretti, che parlano di ogni regione allo stesso modo (il sole, il mare, il buon cibo, che novità) una maison francese si prende la briga di scegliere Lecce, la nostra Lecce, i nostri costumi e le nostre tradizioni. E noi ci lamentiamo. Perché facciamo un po’ schifo, sia come patrioti che come cittadini del mondo. E non potremo vincere mai, finché i cittadini, le istituzioni e i politici non sapranno essere i primi ad amare la propria terra, ma veramente, e a trasferire questo amore in maniera positiva e costruttiva.