Sfilata Dior a Lecce: che problemi hanno gli italiani con la moda e il turismo?

23 luglio 2020


Sembrerebbe scontato: se una maison di rilevanza internazionale come Christian Dior sceglie il tuo paese e la tua città per presentare la propria collezione cruise, non puoi che esserne felice. Vero? Beh, non tanto. 



Sfilata Dior a Lecce, cosa è successo?

Come spesso accade, è successo che gli italiani non hanno ben chiaro il concetto di promozione turistica e culturale. Lo abbiamo visto appena pochi giorni fa con querelle Chiara Ferragni agli Uffizi vs. snobisti della domenica. Succede che l'arte e la cultura vengano considerati elitari, destinati a una cerchia ristretta di intellettuali (che magari non sanno neanche come si scrive, Uffizi) e che la moda sia sempre la figliastra venuta male nel mondo dell'arte. Eppure è quella che, solo in Italia, fattura più di tanti altri settori economici e che ha reso il nostro paese un faro nel mondo intero. Allora perché siamo sempre così restii ad aprirle le porte? 
Perché ancora oggi chi si occupa di moda, di giornalismo di moda, e ancor di più di fashion blogging (i vituperati influencer) vengono considerati dei pigroni che non sanno fare altro nella vita che scattare selfie? Eppure Chiara Ferragni ha portato agli Uffizi un aumento di ingressi, soprattutto dalla fascia più giovane dei suoi follower, che in tempo di pandemia e restrizioni non era pensabile. Eppure ieri e oggi il mondo parla di Lecce, quella piccola perla barocca che, sul tacco dello stivale, viene così spesso dimenticata dai programmi di promozione turistica
Accade che la sfilata di Dior a Lecce, così come l'anno scorso quella di Dolce e Gabbana alla Valle dei Templi di Agrigento, sia quasi un fastidio, un eccesso di glamour e di sfarzo che stride con la vita lenta e pigra delle nostre meravigliose città del Sud. Ma come vogliamo che le nostre bellezze vengano valorizzate e conosciute, come vogliamo rendere veramente l'Italia quel paese a vocazione turistica che con ogni diritto dovrebbe essere, se non lasciamo che nel mondo si parli di noi?
Chiara Ferragni agli Uffizi è apparsa come un sacrilegio, una macchiolina in grado solo di sporcare quell'immagine perfetta che abbiamo dell'arte e della cultura italiana. Talmente perfetta che deve essere preservata a tutti i costi, chiusa dentro i musei vuoti e prerogativa di quella famosa elite che chissà, forse non c'è neanche mai stata agli Uffizi. E lo stesso è accaduto ieri con la sfilata di Dior a Lecce: quante volte avete sentito un pugliese vantarsi della pizzica, delle luminarie, di quelle tradizioni che sono nate in secoli e secoli e si sono stratificate con l'aggiungersi di nuove dominazioni e nuove contaminazioni di popoli nel nostro splendido Sud? Vi sareste mai aspettati, proprio dai Leccesi, delle lamentele quando queste sono d'ispirazione a una sfilata di moda?


Orgoglio vs. preservazione: una contraddizione in termini

Qualsiasi italiano saprà dirvi quanto il Sud sia orgoglioso di sé stesso, a volte fino all'esagerazione. Non facciamo che parlare dei nostri siti UNESCO, che vantarci dello splendore ineguagliato del Regno delle due Sicilie, che raccontare a chiunque voglia ascoltarci quanto si mangi bene in Sicilia, e quanto sia bello il mare della Puglia, e che i Napoletani sono un'altra cosa, signora mia, che glielo dico a fare? Però se qualcuno si interessa a valorizzare ed esportare i nostri prodotti, i nostri valori e il nostro patrimonio, dimostriamo una gelosia morbosa. 
La sfilata di Dior a Lecce è stata una deliziosa lettera d'amore di Maria Grazia Chiuri, la direttrice artistica della maison che è nata in Puglia e che ieri era emozionata come al suo debutto, ma non solo. Mentre le modelle sfilavano con i fazzoletti in testa, con la pizzica in sottofondo, frasi femministe si accendevano in mezzo alle luminarie e corsetti di cuoio facevano capolino tra gli abiti tradizionali. Come a dire "Ehi, amiamo e preserviamo la nostra tradizione ma guardiamo anche avanti, a un'emancipazione della donna che sembra ancora assurdamente lontana. Impariamo a coniugare il passato alla luce del presente e, perché no, del futuro". Un messaggio che Dior ha lanciato in maniera potente, attraverso la collezione come sempre sublime di Maria Grazia Chiuri
Ma oggi nessuno sta parlando di questo: si parla di appropriazione culturale (ma non la elogiamo da anni quando si parla di Dolce e Gabbana?), di sfruttamento delle tradizioni a scopo commerciale (e che male ci sarebbe?), perfino di uno sfarzo irrispettoso rispetto alla pandemia che stiamo ancora vivendo
Capito? Mentre in tv guardiamo spot improbabili, con slogan vetusti e a volte grammaticalmente scorretti, che parlano di ogni regione allo stesso modo (il sole, il mare, il buon cibo, che novità) una maison francese si prende la briga di scegliere Lecce, la nostra Lecce, i nostri costumi e le nostre tradizioni. E noi ci lamentiamo. Perché facciamo un po' schifo, sia come patrioti che come cittadini del mondo. E non potremo vincere mai, finché i cittadini, le istituzioni e i politici non sapranno essere i primi ad amare la propria terra, ma veramente, e a trasferire questo amore in maniera positiva e costruttiva. 


Milano Digital Fashion Week: il futuro in 5 sfilate di moda uomo (e non solo)

20 luglio 2020


La moda uomo 2020-21 e le collezioni resort degli stilisti italiani si sono svolte quest'anno in versione digitale, così come le sfilate dell'haute couture, nel completo rispetto del distanziamento sociale. E mentre ci chiediamo quale sarà il futuro della moda in un mondo sempre più tecnologico, possiamo cominciare a sbirciare i trend per la prossima stagione. 

5 sfilate di moda uomo (e non solo) alla Milano Digital Fashion Week

Ad accogliere le collezioni della prossima stagione di moda uomo e le linee resort è stata la piattaforma digitale di Camera Moda, creata appositamente per raccogliere fashion film, look book e comunicati stampa delle case di moda che solitamente partecipano alla Settimana della Moda di Milano. Un modo nuovo di raccontare mood e collezioni, di ispirare la moda che verrà e anticipare i trend, a metà strada tra riflessione sul periodo buio della pandemia e sguardo speranzoso verso il futuro. Vediamo insieme alcune delle collezioni presentate alla Milano Digital Fashion Week

1. Salvatore Ferragamo tra passato e presente
Il fashion film "Shaping a Dream" presentato sulla piattaforma di Camera Moda, per Ferragamo, è un modo per ripercorrere i passi di una delle maison più celebri del made in Italy. La storia del marchio viene raccontata attraverso immagini dei pezzi più iconici della moda uomo e donna firmata Ferragamo e allo stesso tempo si apre al futuro con un modo nuovo di raccontare la tradizione. 



2. La collezione resort 2021 di Ermanno Scervino
Ha scelto di raccontare direttamente il futuro alla Milano Digital Fashion Week, Ermanno Scervino. Il brand toscano immerge le figure eteree, tipiche delle sue sfilate, in un'atmosfera mediterranea che ricorda la freschezza dell'estate. Il buio della pandemia è alle spalle, davanti a noi jeans, pizzo sangallo e la purezza del bianco a illuminare ogni cosa in un dialogo continuo tra moda maschile e femminile



3. La moda digitale di SUNNEI Canvas
Riprende il progetto di riqualificazione urbana Bianco SUNNEI, questa collezione di moda uomo e donna presentata per la prossima primavera estate. Il virtuale e il reale interagiscono su una piattaforma in 3D, dove ogni capo indossato da un avatar può essere modificato e personalizzato partendo dai pezzi basici del brand. Canvas, appunto, tele bianche su cui imprimere il proprio stile personale in una moda sempre più digitalizzata e sempre più unica. 



4. Maschile vs. Femminile per San Andrès Milano
Who would you like to be? Chi ti piacerebbe essere? ci chiede Andrès Caballero con la sua collezione resort 2021. Il mood gioca con il tema del doppio e con la fluidità del maschile e del femminile: il fashion film presenta abiti genderless, che sottolineano differenze e uguaglianze tra i look e romantici dettagli dal gusto primaverile e fiabesco. 



5. La dolce vita di Eleventy
Nella collezione di moda uomo primavera estate 2021, il marchio recupera l'essenza dell'Italia anni '60. Uno spirito vacanziero, rilassato e senza fronzoli riveste l'intera collezione con toni chiari e neutri, linee pulite e texture prettamente estive. Per un uomo che ama muoversi con stile anche nelle situazioni più informali e allo stesso tempo richiamare la classe inimitabile del made in Italy più autentico. 




Si ringraziano: Camera Nazionale della Moda Italiana, Ermanno Scervino Press Office, Studio Maddalena Torricelli, Ferragamo Press Office, Maximilian Linz, Sunnei Press Office.

"365 giorni, tutti i giorni per essere felice": il libro da leggere in questa estate 2020

13 luglio 2020


Come si fa ad essere felici? Devi essertelo chiesto anche tu, una volta o l'altra. Magari proprio durante questi mesi di follia e di isolamento, di straniamento e di una nuova normalità che di normale sembra non avere nulla. Se lo è chiesto anche Sabina Petrazzuolo, blogger di Uptowngirl.it, ricercatrice di sole e autrice di "365 giorni, tutti i giorni per essere felice".


Il libro da leggere in questa estate 2020

Puoi leggerlo in qualsiasi momento, in effetti, ma questo potrebbe essere il periodo ideale per dedicarti a questo libro - manuale della felicità. "365 giorni, tutti i giorni per essere felice" nasce come un taccuino in cui l'autrice e il lettore dialogano continuamente, individuando i rituali, i piccoli gesti e i pensieri positivi per coltivare la felicità quotidiana
Cos'è la felicità? Secondo Sabina Petrazzuolo, è la capacità di trovare gioia nelle piccole cose di ogni giorno. Per questo i 365 giorni possono iniziare in qualsiasi momento: non devi aspettare Capodanno o Settembre per iniziare la tua ricerca della felicità
Essere felici è una scelta quotidiana, quella di ammirare il mondo gustandone il cambiamento continuo. Così il libro suddivide i 365 giorni dell'anno in 5 stagioni (sì 5, non 4, perché il periodo delle festività natalizie è un po' una stagione a sé) e puoi partire da qualunque di esse per andare anche tu alla ricerca del sole. 

Come si fa ad essere felici?

365 giorni non fornisce una risposta univoca a questa domanda, ma un percorso per arrivare a scoprire cos'è la felicità per te. Come una pianta da coltivare sul terrazzo, il pensiero positivo si nutre di piccoli gesti quotidiani e costanti. 
Nel libro troverai esercizi di mindfulness e ricette per riempire la tua cucina dei profumi di stagione, attività da svolgere all'aperto per ritrovare il tuo contatto con la natura e momenti di introspezione in cui chiederti, e risponderti onestamente, cos'è la felicità per te. Perché come si può essere felici, se non si sa cosa si desidera? Parti da lì, da quello che vorresti e da quello che manca nella tua vita, e segui i rituali e gli esercizi di Sabina Petrazzuolo per coltivare le tue gioie quotidiane e rendere i 365 giorni dell'anno pieni di vita. Ogni stagione è legata a profumi, colori, sapori, attività che ti permetteranno di goderne il meglio, senza aspettare un altro anno o un altro mese o un altro traguardo per cominciare a prenderti cura della tua felicità




Perché 365 giorni è il libro da leggere per superare la pandemia

Perché stiamo uscendo (e non siamo neanche sicuri di esserne del tutto fuori) da un vero e proprio trauma collettivo. Siamo stanchi. Siamo demotivati, abbiamo perso tanto, abbiamo avuto paura, abbiamo investito le nostre energie in un carico di stress emotivo, professionale e personale che sembrava schiacciarci. Ma come da ogni trauma, possiamo scegliere se uscirne migliori o peggiori. Sconfitti o vincitori. 365 giorni non è un libro di auto aiuto come tanti, ma un vero taccuino carico di esperienze di vita vissuta, in cui l'autrice racconta le sue perdite e le sue sconfitte e cosa ha imparato a fare per trasformarle in vittorie. Si tratta di gesti quotidiani, facili da applicare alla vita di tutti i giorni e da modellare sulle nostre personali sconfitte e sul nostro personale desiderio di vittorie.
Leonard Cohen diceva "C'è una crepa in ogni cosa, ed è da lì che entra la luce". Questo 2020 è stato una crepa nella vita di molti di noi: impariamo a fare entrare la luce. Impariamo la felicità.




"365 giorni, tutti i giorni per essere felice" è disponibile su Amazon in versione cartacea e gratuitamente su Kindle Unlimited.
Si ringrazia Sabina Petrazzuolo per il gentile omaggio.

Cosa significa Haute Couture nel 2020: è la fine delle sfilate di moda?

10 luglio 2020

Frame dal fashion film di Matteo Garrone per Dior Haute Couture


La Fédération de la Haute Couture et de la mode di Parigi ha fatto una scelta ben precisa per la presentazione delle collezioni 2020: la pandemia da Coronavirus e il conseguente distanziamento sociale rischiavano di distruggere la fashion week, che si è quindi spostata interamente sul digitale. Ma cosa significa questo per la haute couture e per la moda in generale? Il tempo delle sfilate è finito?


Cosa significa Haute Couture nel 2020?

In un mondo così eternamente in cambiamento, lo tsunami del Coronavirus non poteva che abbattere anche il sistema moda, che ha dovuto inventare nuovi vocabolari e strumenti per raccontarsi. Questo è tanto più importante nel mondo della Haute Couture, là dove ogni abito è un'opera d'arte e ogni singolo pezzo della collezione vale innumerevoli ore di lavoro (e svariate migliaia di euro). 
Come raccontarsi in modo nuovo, come vivere il sogno dell'alta moda parigina attraverso uno schermo? La Fédération de la Haute Couture et de la mode di Parigi, che stabilisce i criteri secondo i quali una griffe e una collezione possano entrare nel patinato mondo della haute couture, ha scelto il total digital. La consueta fashion week di Parigi si è svolta, nella sua edizione di luglio, in versione distanziamento sociale e di fatto... non si è svolta. 
Il calendario della Haute Couture Week ha infatti permesso ad ogni maison di caricare sul sito ufficiale un mini fashion film di pochi minuti e in quasi nessuno di essi abbiamo visto gli abiti veri e propri. Alla domanda cosa significa Haute Couture?, in un momento in cui toccare con mano la preziosità e la maestria di tessuti impalpabili e lavorazioni artigianali non è possibile, i creativi hanno risposto con fashion film che ne evocano l'assoluta unicità

Un look Giambattista Valli Haute Couture 2020



Da Schiaparelli a Elie Saab a Dior: l'haute couture per immagini

Un'opera scultorea di Iris Van Herpen indossata dall'attrice (celebre per Game of Thrones) Carice Van Houten; un fashion film che lega le texture della natura e dell'universo a quelle degli abiti regali di Elie Saab; tre outfit raccontati da Mika per rappresentare il cambiamento al tempo della pandemia secondo Viktor & Rolf. Ogni mini film non ha il compito di illustrare la collezione haute couture ma più che altro il concetto filosofico che l'ha ispirata, sia esso un modo per affrontare tempi turbolenti o un rifugio nella natura là dove la società perde le proprie certezze. O ancora un mondo fantasy in cui gli abiti sono parte integrante di un vero e proprio film d'autore: è il fashion film di Matteo Garrone per Christian Dior, girato nell'atmosfera onirica del Giardino di Ninfa a Roma. Schiaparelli preferisce invece concentrarsi sul dietro le quinte. Immagini della pandemia, della nostra "nuove normalità" alla quale è così difficile abituarsi si fondono con gli schizzi di una nuova collezione haute couture, una fuga dalla bruttezza dei tempi del Coronavirus che saranno però di ispirazione per creare bellezza.
In fondo cosa è sempre stata, l'alta moda, se non la trasformazione dell'attualità in opera d'arte? Con la pandemia in corso, ciò significa che l'haute couture sublima il suo rapporto con l'arte, la musica, la letteratura, in un racconto che mescola le tecniche espressive e le rende un unico sogno nel quale rifugiarci in attesa di tempi migliori. 

Un frame dal fashion film di Matteo Garrone per Christian Dior


Un bozzetto Schiaparelli Haute Couture 2020


Outfit dal fashion film Viktor & Rolf Haute Couture 2020 
Un frame dal fashion film di Elie Saab 


Carice Van Houten nel fashion film di Iris Van Herpen 


Questa è la fine delle sfilate di moda per come le conosciamo?

Io non credo. Se il fashion film e il digitale sono la nuova frontiera della comunicazione di moda, le sfilate vere e proprie continueranno ad esistere. Perché disegnare abiti non è solo un'arte, è anche un commercio. Lo sanno bene Chanel e Giambattista Valli, che nonostante il nuovo metodo espressivo cercano di mantenere l'attenzione sui modelli. Rassicuranti, in pieno stile Chanel, quelli presentati per l'haute couture della maison di Coco: i tailleurini e il tweed, le maxi tasche e le preziose applicazioni floreali continuano a farla da padrone nella griffe che ancora non ha trovato la sua nuova rotta dopo la morte del Kaiser Karl Lagerfeld. Ma che continua a rappresentare la moda parigina a un livello talmente iconico da risultare irresistibile, anche in questa veste un po' agée.
Le nuvole di tulle colorato avvolgono le modelle anche in questa collezione haute couture 2020 per Giambattista Valli, capace di creare in pochi anni uno stile distintivo che raramente si modifica ma riesce comunque a non deludere. Questa volta, con buona pace degli odiatori di mascherine, il tulle copre anche il volto delle modelle. Perché sognare si può, ma bisogna anche raccontare il presente. 

Un abito Giambattista Valli Haute Couture 2020


Un look Chanel Haute Couture 2020

Gucci sceglie una modella con sindrome di Down: ma la moda resta un inferno se hai una malattia cronica

4 luglio 2020


La notizia del momento è questa: Gucci e la modella con sindrome di Down. Si tratta di una mossa di marketing, di vera apertura verso una moda inclusiva o cosa?


Perché Gucci ha scelto una modella con sindrome di Down?

La risposta potrebbe essere più complicata del previsto. Certo è che di questi tempi il limite tra l'inclusività e il perbenismo si fa sempre più labile.Vogliamo che l'unicità di ogni individuo sia valorizzata e rispettata, giusto? Sì, ma è difficile non pensare che la campagna Gucci beauty con protagonista Ellie Goldstein non sia stata pensata solamente per far parlare di sé. In fondo Alessandro Michele ha sempre fatto questo, da quando si trova a capo della griffe fiorentina: creare scandalo, lanciare messaggi forti, fare in modo che si crei un dibattito intorno ad ogni scelta marchiata Gucci. E se da un lato gli insulti alla modella con sindrome di Down sono beceri e disgustosi, dall'altro il dibattito si è effettivamente acceso. Non puoi cambiare ciò che non riconosci: riconoscendo che una modella con sindrome di Down non sia mai stata considerata canonicamente bella e quindi adatta a una campagna pubblicitaria glamour (nonostante Ellie Goldstein avesse già lavorato per Nike e Vodafone, la risonanza di Gucci nel mondo delle modelle è su tutto un altro livello), creiamo i presupposti per parlarne. Per porci dei dubbi e magari trovare delle risposte. 
La faccenda è complicata e sfaccettata. La discriminazione di un disabile è sempre sbagliata, ma d'altra parte il lavoro della modella è fare da vetrina a un prodotto e permettere di venderlo valorizzandolo nel modo migliore. Una modella deve, per definizione, essere di una bellezza il più possibile convenzionale in modo da valorizzare ma non oscurare l'abito o il prodotto che indossa, vero protagonista della sfilata o della campagna pubblicitaria. Sappiamo che Alessandro Michele non l'hai mai pensata così, però. Le sfilate Gucci, da quando lui ne è direttore artistico, sono state degli spettacoli a volte grotteschi, a volte bellissimi, a volte di una bruttezza affascinante e quasi mistica, in cui gli abiti sono effettivamente passati in secondo piano. 
In definitiva sì, il fatto che Gucci abbia scelto una modella con sindrome di Down per la sua campagna beauty è perfettamente in linea con il brand. Ma non rappresenta di per sé un passo avanti nel sistema moda, che continua a rimanere un inferno per chi soffre di una malattia cronica.





Le lente aperture della moda verso la disabilità

Da anni vediamo nel mondo della moda dei piccoli e lenti spiragli di apertura, delle deviazioni da quella bellezza canonica in cui i corpi sono vetrine per gli abiti. Di stagione in stagione, sulle passerelle e sui manifesti pubblicitari abbiamo visto comparire modelle più "normali", almeno in apparenza. C'è Winnie Harlow (al centro), bellezza mozzafiato affetta da vitiligine che si è resa portavoce di una normalizzazione del diverso. Ci sono Diandra Forrest (in alto a sinistra) e Ruby Vizcarra (in basso a sinistra), che rappresentano l'eterea bellezza albina contrapposta alla dittatura dei corpi abbronzati e delle pelli perfette. Melanie Gaydos (in basso a destra) e Jillian Mercado (in alto a destra) hanno lavorato per importanti griffe della moda nonostante siano affette rispettivamente da displasia ectodermica e distrofia muscolare. 
Cominciate a intravedere un pattern nella scelta di queste modelle con malattie croniche? Eccolo: un corpo malato, "diverso" è accettato e valorizzato solo qualora la sua diversità sia evidente, estetica, marketizzabile. Certo, direte, la moda è un mezzo visivo. Abiti, accessori, scarpe, prodotti beauty si vendono con sfilate e campagne pubblicitarie, immagini social che diventano virali e spot in cui i corpi che li indossano li valorizzino. Giusto. 




Dove si collocano le malattie invisibili nel fashion system?

Da nessuna parte. Proprio nessuna. Se sei una malata cronica invisibile, al 99% non avrai alcuna voglia di fare la modella. Ma lo sai che vite conducono, le modelle? Viaggi, jet-lag, orari impossibili, ritmi di lavoro insostenibili, un esercizio fisico continuo e diete che probabilmente cozzano con le 5-6 medicine che devi prendere ogni giorno per mantenerti in condizioni decenti. Ammettilo: se soffri di fibromialgia, di sindrome da fatica cronica e di altre malattie invisibili, non è la vita che fa per te. E va benissimo. Ognuno di noi ha il proprio percorso nel mondo. 
Sai qual è il problema, però? Che sei una persona così, se hai una disabilità invisibile, che influisce su ogni aspetto della tua vita ma non è glamourizzabile in nessun modo, il mondo della moda non ti vuole da nessuna parte. Né in passerella né dietro le quinte. 
Ci hai mai fatto caso? Con alcune notevolissime eccezioni, i giornalisti di moda sono bellissimi e sembrano non avere un difetto. Hai visto Il Diavolo Veste Prada? Fattelo dire da una che nel fashion system ha bazzicato quel tanto che basta per esserne disgustata: Il Diavolo Veste Prada non è un'eccezione, non è un'esagerazione, è la regola di ciò che accade nel mondo della moda. Sarà difficile entrare nella redazione di un magazine glamour se hai la pancetta dovuta al morbo di Crohn. Non potrai lavorare nell'ufficio stampa di una griffe, se hai la scoliosi e non riesci a mantenere una postura perfetta. E non farmi neanche cominciare con le occhiatacce che ti arrivano quando sei in fila per entrare a una sfilata alla fashion week e magari sei sudata e dolorante, perché soffri di fibromialgia e il tuo corpo non regge i ritmi incessanti delle settimane della moda
Non importa quanto tu sia brava nel tuo lavoro, che articoli interessanti e profondi tu scriva, con quali copy geniali riesca a risolvere una campagna di advertising che sembrava non funzionare. Il mondo della moda non le vuole vedere, la tua pancetta e le tue scarpe ortopediche e i peli superflui e i brufoli. Neanche se il tuo lavoro non è fare la modella e, in teoria, vai alle sfilate per scriverne, non per farti guardare. A un certo punto, stanchi di veder sbucare i tuoi capelli bianchi perché quel giorno proprio non ce l'hai fatta ad andare dal parrucchiere, smetteranno di volerti in prima fila. Poi smetteranno di invitarti del tutto. E poi si riempiranno la bocca e le tasche con la moda inclusiva

5 cose che abbiamo imparato da Becoming di Michelle Obama su Netflix

1 luglio 2020


Mentre in America infuriano le manifestazioni Black Lives Matter, cosa possiamo fare noi, ognuno nella propria individualità, per diventare più consapevoli della questione razziale? Per esempio, guardare Becoming, il documentario su Michelle Obama disponibile su Netflix. Ecco perché.



La recensione di Becoming, Michelle Obama su Netflix

Il documentario su Michelle Obama segue la ex First Lady durante il tour per la promozione del suo omonimo libro autobiografico. In "Becoming. La mia storia" scopriamo i lati nascosti di Michelle, il suo rapporto con il marito, cosa vuol dire vivere alla Casa Bianca per 8 anni ed essere sotto l'occhio scrutatore di tutto il mondo. Il tutto essendo una donna di colore. Questo è uno dei punti focali del documentario di Netflix: l'esperienza di essere donna, di colore e sposata con l'uomo più potente del mondo. 
Nel corso del documentario, Michelle Obama racconta aneddoti della vita nella Casa Bianca, il suo incontro con Barack, la sua esperienza di bambina e poi di giovane donna afroamericana negli Stati Uniti. Ne viene fuori il ritratto di un personaggio carismatico, capace di attrarre a sé persone altrettanto forti e determinate, eppure umano come mai avremmo immaginato. Michelle Obama è gelosa delle attenzioni che sua madre riserva al fratello; ospita alla Casa Bianca le amichette delle sue figlie per un pigiama party; sente il peso di essere costantemente giudicata per le proprie scelte e il proprio aspetto estetico. Insomma, Michelle è una di noi




5 cose che abbiamo imparato da Michelle Obama guardando Becoming 

Una delle caratteristiche principali di Michelle Obama, che traspare dal documentario di Netflix così come dall'omonimo libro "Becoming. La mia storia" è il suo talento come storyteller. Lo stesso Barack, dietro le quinte di una delle tappe del tour lo dice chiaramente: Michelle è bravissima a raccontare storie. E ad ascoltarle, anche. Ispira e si lascia ispirare, creando un dialogo continuo con il pubblico che fa nascere nuovi spunti di riflessione su questioni sociali e individuali. Ecco 5 cose che abbiamo imparato dal documentario Netflix:

  • Essere donna è molto difficile. Michelle Obama racconta la sua posizione di First Lady da un punto di vista estremamente comprensibile: quello di una donna che, in quanto tale, sarà sempre giudicata per il suo aspetto, le sue scelte, perfino gli abiti che indossa. 
  • Essere madre è molto difficile. Anche se sei la First Lady degli Stati Uniti, sì, dovrai trovarti a scegliere tra inseguire la tua carriera o badare alla famiglia. Una scelta che agli uomini non viene mai imposta. 
  • Sei tu a decidere il tuo valore come persona. Nel confrontarsi con giovani donne americane, bianche e di colore, Michelle Obama dice chiaramente che non possiamo aspettare che la società ci veda per quello che siamo. Dobbiamo prenderci la nostra fetta di spazio nel mondo. Pretendere che la nostra voce venga ascoltata.  
  • Un rapporto di coppia funziona solo se gli individui funzionano. Barack e Michelle Obama hanno fatto terapia di coppia, e la ex First Lady lo racconta liberamente. Perché un matrimonio, anche con il Presidente degli USA, è un continuo compromesso tra crescita individuale e crescita di coppia. 
  • La vita è un continuo cambiamento. Becoming, divenire, è il titolo della biografia e del documentario di Michelle Obama. E la vita è una continua trasformazione, spiega Michelle. "Ci racconti come è stato tornare alla vita di prima dopo la Casa Bianca", le chiede una ragazzina durante un incontro. E Michelle quasi scoppia a ridere. Non è tornata alla vita di prima, non potrà tornarci mai più: ne sta costruendo una nuova, ed è tutta in divenire. 

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