Le serie tv come Sex Education salveranno i Millennials?

31 gennaio 2020


Non chiamateli teen drama, perché sono molto di più: con le serie tv targate Netflix (e non solo) degli ultimi anni, ci stiamo avvicinando alla salvezza. Da cosa? Da quell'atavica confusione mentale, sentimentale e relazionale che ha caratterizzato la nostra generazione. 



La ri-educazione sentimentale dei Millennials

Ai nostri genitori serie tv come Sex Education o The Politician non interessano. Non le capiscono, le relegano a quel mondo incomprensibile chiamato adolescenza, si voltano dall'altra parte spesso borbottando "Eh ma ora stiamo esagerando, però!". Per i nostri fratelli minori sono pane quotidiano: la fluidità sessuale, la sperimentazione continua, la ricerca di sé, la sospensione di giudizi ed etichette è normale per la maggior parte dei ragazzi nati appena qualche anno dopo di noi (grazie al Cielo!). 
Allora a chi si rivolgono veramente questi telefilm? O meglio, a chi servono davvero? A noi. Sì, noi cosiddetti Millennials, noi venti-trentenni rimasti a metà fra gli insegnamenti del patriarcato e il loro totale rifiuto. A noi che siamo cresciuti con Dawson's Creek (è sempre colpa di Dawson's Creek, ve l'ho detto). A noi che abbiamo scoperto la femminilità e la libertà con quel gioiello del maschilismo che è Sex and the City e sì, sogniamo ancora una vita alla Carrie Bradshaw ma allo stesso tempo ci rendiamo conto di quanti pregiudizi e di quanto sessismo aleggiassero ancora in quella serie "rivoluzionaria". A noi che amiamo How I Met Your Mother, lo amiamo davvero, e però a volte ci sentiamo così colpevoli quando Ted e Barney ripetono le loro battute maschiliste e ci viene da ridere. 
Nessuno ha bisogno di una ri-educazione sentimentale più di noi, a metà strada tra i ruoli precostruiti uomo/donna e volontà di liberazione, di accettazione, di affrancamento dagli stessi. Noi una sex education, un'educazione sessuale, non l'abbiamo mai ricevuta. Per chiedere ai nostri genitori è un po' tardi, e poi come risponderebbero? Vi vedo sudare freddo al solo pensiero. Ed ecco che arriva in nostro soccorso Netflix con le sue serie adolescenziali ma non troppo, pronte a colmare quell'assenza dolorosa di spiegazioni, di racconto, di inclusione che ha caratterizzato la nostra generazione e di cui sentiamo il disperato bisogno. 


Sex Education e le altre: le serie teen che sono più mature di noi

La serie tv originale Netflix, ambientata in un paesino britannico fuori dal tempo, risponde a quelle domande che abbiamo sempre avuto paura di porci. Quelle sulla disabilità e l'attrazione, sull'orientamento sessuale, ma anche sull'amore e le relazioni, sul femminismo e sulle molestie. Tutto ciò che avremmo dovuto imparare a 16 anni e nessuno ci ha mai spiegato. Sembra lontanissimo, quel primo bacio omosessuale che Dawson's Creek trasmise in chiaro nel 2001. Anni luce ci separano da Gossip Girl e The O.C., che raccontavano gli amori adolescenziali con tutti i loro drammi, la loro grottesca serietà e gli outfit da ricconi che l'ultimo posto in cui andrebbero sfoggiati è proprio il liceo. 
Ecco che entrano in gioco le serie tv come Sex Education, in cui i sentimenti sono reali e il sesso è raccontato nella sua sporca, divertente, tragicomica verità. L'ambientazione volutamente ambigua ci aiuta a dimenticare che il cast della serie tv dovrebbe avere 16 anni o poco più e ci permette di guardare storie d'amore, d'amicizia e di sesso attraverso lo sguardo innocente, confuso e molto molto realistico di ragazzi qualunque. Quei ragazzi che un tempo eravamo noi, quando non c'era alcun modello a cui aggrapparsi e le cose le dovevamo scoprire da soli. 
Ma non si tratta solo di Sex Education: The Politician ed Euphoria, The End of the F***ing World e Atypical sono solo alcuni esempi di serie tv che si sono prese l'incarico della nostra educazione sentimentale. In silenzio le osserviamo timidamente, ci poniamo domande, troviamo risposte o almeno chiavi di lettura. In silenzio. Perché sono teen drama, serie tv da ragazzini eh, mica le guardiamo davvero.


Altaroma 2020: 6 immagini di donne guerriere dalle sfilate romane

27 gennaio 2020


Terminata ieri, l'edizione di Altaroma 2020 ha portato in passerella una moda femminile fatta di donne forti, guerriere, capaci di superare qualsiasi ostacolo. Sono state protagoniste delle sfilate di moda donna di numerosi stilisti emergenti e non, sempre avvolte da un'aura di potere e delicatezza, femminilità e femminismo che ha rivestito l'intera edizione. 

6 immagini di donne guerriere dalle sfilate di Altaroma

1. Le guerriere romane di Sabrina Persechino
Rigore geometrico e ispirazioni warrior fanno da sfondo a Tellenae, la collezione primavera estate 2020 dell'Atelier Persechino. Dal nome della misteriosa città romana arrivano suggestioni che parlano di soldatesse iperfemminili, ingabbiate in armature che fabbri e carpentieri hanno realizzato per la sfilata. Ogni outfit è in perfetto equilibrio tra femminilità e potere, forza e delicatezza, sottolineate anche dalla palette di colori sbiaditi e romantici che ricordano una Roma di soldatesse e guerriere. 





2. La leggenda giapponese di Antonio Martino
Lo stilista salernitano sceglie la leggenda di Tanabata per creare il suo esercito di donne guerriere e innamorate. Tanabata vuol dire "settima notte" e si riferisce alla storia di due amanti giapponesi che, separati dalla Via Lattea, si possono incontrare solo una volta l'anno il settimo giorno del settimo mese. Così sulla passerella di Altaroma sfila la potenza dell'amore che, forte come la guerra, va difeso da donne tenaci e determinate. Gli abiti per il prossimo autunno inverno mescolano così linee ispirate ai samurai e volumi che ricordano un'armatura, ma resi morbidi e femminili da tessuti leggeri e lavorazioni plissé. 




3. Il safari di Italo Marseglia
La sfilata di Altaroma curata dal giovane stilista porta in passerella donne guerriere dal carattere selvaggio, quasi animalesco. A suggerire stampe, patchwork e design sono gli animali che popolano la fantasia di Marseglia, in una sorta di safari allucinato e sensuale. Filiformi come giraffe, forti come leonesse, aggressive come tigri, le donne in passerella si muovono ferali e letali, pronte a difendere le proprie idee, la propria femminilità e il proprio stile. Attenzione a non provocarle!





4. La ricerca (in)formale di Jing Yu
Altaroma prende stilisti emergenti da ogni parte del mondo, ma con radici nello stile italiano, per dare loro una piattaforma in cui esprimere le proprie idee. Così hanno fatto le due artiste fondatrici del brand, giovani designer formate tra Roma e Londra, che delle loro molteplici identità culturali hanno fatto una lotta tra tradizione e innovazione. Le loro donne sono guerriere che lottano per la ricerca della poesia nel mondo metropolitano: tra completi sartoriali e asimmetrie, la guerra tra formale e informale si svolge a colpi di ago e filo. 





5. Ordinario e straordinario in passerella per Morfosis
Quella che le donne della prossima stagione combattono sulla passerella di Morfosis è una guerra filosofica: una ricerca di senso, di straordinarietà nell'ordinarietà del quotidiano, di rottura nello schema, di imperfezione all'interno di un mondo sempre più omologato. Le armi di queste donne guerriere sono letteralmente cappa e spada, in un gioco di rimandi estetici che inserisce mantelli, protezioni fatte di raso e maglie che somigliano a un'armatura in un contesto contemporaneo. 





6. Le guerriere dark di Sylvio Giardina
Il siciliano cresciuto a Parigi racconta una donna guerriera dall'animo dark, che ha abbandonato la luce per immergersi nella propria oscurità senza paura. Una linea haute couture che sfila ad Altaroma cercando di rompere gli schemi, di immettere echi del passato nel presente, di raccontare donne forti, diverse, assolutamente non ordinarie. Per farlo, Giardina trasforma la sfilata in show interattivo, con movimenti apparentemente casuali che mostrano la fluidità di capi disegnati sul corpo. Una seconda pelle o, se vogliamo, un'armatura d'alta moda per proteggersi dal lato oscuro. 




Si ringraziano gli uffici stampa di Altaroma e Barbara Manto & Partners per i cortesi inviti e le foto di sfilata.

Cosa significa femminismo nella moda? Risponde Maria Grazia Chiuri, dalla sfilata Dior Haute Couture 2020

22 gennaio 2020


Moda e femminismo sono due concetti estranei? Eh no, cara, se la pensi così ti invito a studiare cosa significa femminismo. A scoprire perché nasce il femminismo, a leggere saggi e guardare ted talks sul tema. Ad essere femminista


Moda e femminismo per Maria Grazia Chiuri

Nell'attuale edizione della Paris Haute Couture Week, Maria Grazia Chiuri ha colpito ancora. Con le sue linee perfette che accarezzano la silhouette e gli abiti d'alta moda che sembrano fatti di nuvole (invece sono metri di seta e di tulle), come fa da sempre, ma soprattutto con la sua testa. 
Pioniera di un nuovo mecenatismo femminista, la stilista romana chiama attorno a sé scrittrici, artiste, donne di cultura e donne di spettacolo, ma anche studentesse indiane che, in una terra in cui l'arte (anche quella del ricamo) è terreno prevalentemente maschile, creano le opere d'arte che circondano la passerella. La magia avviene al Museo Rodin di Parigi, durante la settimana dell'Haute Couture 2020, e se qualcuno si aspettava luccichii e borsette prive di significato ha dovuto ricredersi. 
Ad accogliere gli ospiti alla sfilata Dior sono enormi drappeggi su cui campeggiano gli interrogativi di intellettuali (uomini e donne) che Maria Grazia Chiuri chiama ad ispirare il suo percorso artistico. What if Women Ruled the World? Would God be Female?* sono solo alcune delle domande che la stilista, e la donna Dior, si pongono nel 2020.







Il potere divino delle donne

Le domande esplicitano il processo ideologico e creativo dell'haute couture di domani, ma i segni dell'amore di Maria Grazia Chiuri per le donne sono sempre stati evidenti. Fin da quando disegnava in coppia con Pierpaolo Piccioli per Valentino, la stilista ha raccontato, immaginato e glorificato il potere divino delle donne, non a caso qui paragonate a Dio stesso. E l'opera d'arte che accompagna la sfilata, firmata dall'artista americana Judy Chicago, non è in fondo un utero, grembo materno dal quale nasce la forza creativa femminile? 





La collezione Haute Couture Dior 2020

Se la sfilata Dior è stata una (ennesima) dichiarazione ideologica da parte della direttrice creativa del brand, non possiamo esimerci dall'analizzarne l'estetica per capirla a fondo. La donna, il suo potere divino e al tempo stesso la sua umana natura, sono esaltati da abiti da sera ispirati alle dee greche. Domina il peplo, presente su moltissimi modelli a fasciare le spalle e la vita in abiti a colonna, lievi ball gown e completi maschili. La seta e il tulle si ricoprono di frange, di fili d'oro, di una luce che si accende sulle sfide e le difficoltà di essere una donna, oggi. 
L'idea di Maria Grazia Chiuri su moda e femminismo è sempre stata chiara: gli abiti sono un mezzo di comunicazione potentissimo e oggi, grazie ai social network e alle sfilate live su Instagram, la vezzosità dell'alta moda può e deve mandare messaggi significativi. In fondo i due concetti non si annullano a vicenda. Femminista e femminile si può, si deve essere. Il femminismo di oggi non può che essere totalmente inclusivo, e nella sua totale inclusività comprendere tutto e tutti. Anche le "Cattive Femministe", come si autodefinisce la scrittrice e attivista Roxane Gay di cui vi consiglio questo Ted Talk





Le cattive femministe

Cosa vuol dire essere femminista e cosa vuol dire essere una cattiva femminista? Ci hanno insegnato che femminista vuol dire mascolina, insensibile, trascurata, odiatrice degli uomini. E che se amiamo il rosa, se leggiamo Cosmopolitan, se guardiamo le commedie romantiche, se fantastichiamo su un uomo perfetto e inesistente, siamo delle cattive femministe
Forse lo siamo. Io, voi, Roxane Gay e Maria Grazia Chiuri. Se apprezzare la bellezza, esaltare il corpo femminile in qualsiasi forma, amare le donne e pensare che debbano essere libere di essere, fare, indossare, creare, dire, pensare, vuol dire essere delle cattive femministe... lo siamo. 







Foto da Dior.com
*E se le donne governassero il mondo? Dio sarebbe femmina?

Spiegare i social network ai bambini: fallo con un libro!

20 gennaio 2020


Sempre più complesso, il nostro mondo interconnesso presenta nuove sfide ai genitori, che si trovano di fronte a questioni fino ad ora mai affrontate. Come spiegare i social network ai bambini? Come proteggere la loro privacy su internet? Come insegnare ai più piccoli un uso consapevole degli strumenti che hanno a disposizione, senza derubarli del piacere della scoperta? Ha provato a rispondere Benedetta Frezzotti, che da anni si occupa di illustrazioni, applicazioni ed editoria per bambini, con il libro "Le mie Stories" edito da Edizioni Piuma



"Le mie Stories": genitori, bambini e social network

Questo libro per bambini, illustrato dalla stessa Benedetta Frezzotti, racconta la storia del piccolo Daniele e di una rivelazione che sconvolgerà i suoi genitori. "Da grande farò l'Instagrammer" scrive Daniele in un tema, lasciando esterrefatti la maestra, la mamma e il papà. Cosa fare quando tuo figlio dice una frase del genere? Come spiegare i social network ai bambini, come funzionano, i pericoli che rappresentano, senza tagliarli fuori da quel mondo virtuale che inevitabilmente farà parte della loro vita?
I genitori di Daniele trovano una soluzione nel raccontare al piccolo la storia della fotografia, nell'aiutarlo a coltivare questa passione, nell'insegnare a lui e ai suoi amici il valore dell'impegno in qualsiasi mestiere, compreso l'Instagrammer. I bambini (Daniele e il suo gruppo multiculturale di amichetti Su, Vani e Doriano) imparano settimana dopo settimana, pagina dopo pagina, che per raggiungere qualsiasi obiettivo ci vogliono impegno, passione e regole. I genitori fissano paletti sull'età minima per l'iscrizione ai social network e intanto insegnano ai bambini importanti lezioni sul valore dell'immagine, sulle fake news, sull'immigrazione, perfino sulle molestie, sempre attraverso il filtro puro e naturale non di Instagram ma della mente creativa e ricettiva dei più piccoli. 

Spiegare i social network ai bambini e non solo

Leggere "Le mie Stories" è sorprendentemente utile anche per i genitori e per gli adulti in generale. Grazie alla deliziosa collaborazione con Edizioni Piuma, ho avuto l'occasione di scoprire questo libro dalle illustrazioni accattivanti, che sa insegnare molto sul nostro rapporto con i social network anche agli adulti. Attraverso lo sguardo innocente di Daniele scopriamo le insidie del raccontare una storia a metà, dell'invadere la privacy altrui con foto troppo intime, del raccontare bugie sui social. E con Daniele, e con questo libro per bambini, ci ricordiamo anche del perché sia nato Instagram, e i social in generale: per connetterci, per unire chi ha la stessa passione, per raccontare le nostre storie da una prospettiva unica e per questo mai assoluta. "Giuri solennemente [...]di essere consapevole che quando inquadri qualcosa per fotografarla stai lasciando fuori tutto il resto e che quindi una foto è solo parte di una storia, la parte che tu hai scelto di raccontare?" chiede la mamma, quando Daniele riceve finalmente la sua prima fotocamera. Daniele ha giurato. E noi?

Il libro "Le mie Stories" di Benedetta Frezzotti, edito da Edizioni Piuma, contiene QR Code da inquadrare per scoprire curiosità su internet (sempre insieme ad un adulto) in merito alla storia della fotografia e ai social. Lo trovate su tutti gli store online e in libreria.

5 motivi per cui Dawson's Creek ci ha rovinato la vita

13 gennaio 2020


Dawson's Creek andava in onda per la prima volta in chiaro (su Italia 1) il 13 Gennaio 2000. Esattamente 20 anni fa. Tenetela a mente, questa data: vi servirà la prossima volta in cui lo psicologo vi chiederà "Quando sono cominciati i problemi?"

Perché Dawson's Creek ci ha rovinato la vita?

Chiariamo una cosa: noi bambini degli anni '90 Dawson's Creek non avremmo proprio dovuto vederlo. Non quando avevamo 8-10 anni. Invece lo abbiamo fatto. Chi perché aveva una sorella maggiore con cui guardarlo, chi perché dopo i cartoni animati di Italia 1 lasciava la tv accesa, chi perché era già vagamente disturbato a quella tenera età. Insomma, lo abbiamo visto, Dawson's Creek. E ci ha rovinato la vita per sempre: ecco 5 motivi per ringraziare l'autore Kevin Williamson e tutto il cast della serie nelle nostre sedute di psicoterapia. 

1. Perché ci ha insegnato il gusto del melodramma

Dawson's Creek ci ha trascinato, puntata dopo puntata, in un abisso di cuori infranti e tragedie familiari, quindicenni in crisi esistenziale e tematiche a tinte forti. Tutte concentrate nella minuscola cittadina di Capeside. E guardare i personaggi della serie tv sprofondare di giorno in giorno nel buio di esistenze maledette ci ha convinti che senza almeno 3-4 liti a puntata un telefilm fosse da buttare. Se oggi tolleriamo senza batter ciglio i tradimenti e le decapitazioni del Trono di Spade, la colpa è di Dawson's Creek


2. Perché ci ha dato aspettative troppo alte sui liceali

Avevamo 8 anni, noi povere stelline classe '92, quando ammiravamo Dawson sperticarsi in analisi socio-psicologiche di E.T. e Joey affrontare questioni esistenziali che neanche se avesse avuto sulle spalle il peso del mondo intero, quando Pacey sfoggiava frasi da rimorchio irresistibili e Jen e Jack si interrogavano sul senso della vita. Poi siamo arrivati al liceo e ci siamo accorti che i nostri coetanei al massimo citavano I Cavalieri dello Zodiaco, altro che Spielberg. Che delusione. 


3. Perché ci ha dato una visione completamente distorta dell'amore

Dawson's Creek ha creato il cliché dei triangoli amorosi nelle serie tv adolescenziali (e non solo). Dawson, Joey e Pacey: è tutta colpa loro se nel ventennio a venire non c'è stato un solo telefilm privo di questa fastidiosa forma geometrica a tre punte, da scalfire a colpi di gare nautiche e balli della scuola. Ed è colpa loro se, sia che fossimo fan della coppia Dawson e Joey, sia che fossimo accaniti sostenitori di Joey e Pacey, la nostra visione dell'amore è stata per anni distorta. L'amore non è amore se non ti fa soffrire come un dannato, questo ci ha insegnato Dawson's Creek. I risultati di questa massima li conoscono i nostri ex, i nostri psicologi e forse le nostre mamme. Un danno irreparabile che nessuna storia d'amore sana e felice potrà mai cancellare. 


4. Perché ci ha insegnato devastanti regole della moda anni '90

Sì, era il 2000 quando Dawson's Creek è arrivato in chiaro in Italia, ma i suoi personaggi sono quanto di più anni '90 sia mai uscito dagli schermi delle nostre tv. Altro che Friends. Le salopette di jeans e i prendisole a fiori, le bandane e i bucket hat ce li ha trasmessi Dawson's Creek. E io non so se potrò mai perdonare questa cosa. 


5. Perché ci ha regalato le canzoni strappalacrime che ascoltiamo ancora oggi

Diciamoci la verità: in questi 20 anni la musica pop ha prodotto tantissimi successi, dalle ballate romantiche ai brani strappalacrime, ma a noi figli di Dawson's Creek la cosa non interessa. Se abbiamo voglia di un bel pianto, ci affidiamo ancora a "Say goodnight, non goodbye", se cerchiamo un brano giocoso mettiamo "Kiss me", e di tanto in tanto ci ritroviamo sotto la doccia a canticchiare Anouanouei. Lo fate anche voi, non mentite. 



Insomma, Dawson's Creek è la serie tv che ci ha rovinato la vita. Così terribilmente inverosimile, melodrammatica, con quei dialoghi stupendi infarciti di termini che un quindicenne reale non avrebbe mai pronunciato, la comitiva in cui tutti sono innamorati di tutti e si spezzano il cuore a vicenda ma restano amici fino all'età adulta. Come avremmo potuto diventare degli adulti sani, con vite normali, relazioni stabili e meno di una ventina di crisi esistenziali al mese, dopo aver visto Dawson's Creek? Eppure lo amiamo, sempre. E riguardiamo le repliche ogni volta che le passano in tv, sempre. Tifando per Dawson ogni santissima volta*.



*Quest'ultima frase rispecchia il solo pensiero dell'autrice, che sa di essere in minoranza ma è pronta a difendere Dawson-Leery-primo-amore-della-sua-vita da qualsiasi accusa. Fight me. 

Maglioni colorati geometrici: come indossarli nell'inverno 2020

7 gennaio 2020


Dai film di Wes Anderson alla moda inverno 2020, passando per il guardaroba di mamme, zie e perfino nonne: i maglioni colorati e geometrici sono tornati alla ribalta con la loro morbidezza avvolgente, la versatilità che permette di indossarli ovunque e uno stile un po' retro' che fa impazzire tutti. 


I maglioni del 2020 sono colorati e geometrici

Sulle passerelle di mezzo mondo sono tornati loro, gli odiati maglioni a collo alto in lana tanto castigati quanto comodi (quanto è bello poter lasciare a casa la sciarpa quando devi andare in giro con i mezzi, la borsa, le buste della spesa...?) ma non sono stati gli unici. 
Le tendenze autunno inverno 2020 vedono il ritorno di maglioni colorati e geometrici, a righe e a rombi da collegiale, in tonalità fluo o stampe astratte, che pescano a piene mani dall'arte ma anche dalla moda anni '60 e dal cinema d'autore. Amatissimi anche i maglioni in cashmere, la cui morbidezza avvolge e fa sentire al sicuro in questi tempi bui in cui perfino la moda deve assumersi il compito di tranquillizzarci.

Come si indossano cardigan e maglioni 2020?

I maglioni a collo alto in lana escono dalla comfort zone degli uffici e si indossano sotto minidress di pizzo o abbinati a pantaloni a vita alta. Come insegna Zara, maglioni femminili oversize sono di gran tendenza nel 2020, ma occhio alle proporzioni: abbinali a pantaloni skinny o a una gonna lunga ma di un tessuto leggero. Il cashmere fa sempre brava ragazza, ma diventa più moderno in look tono su tono nel classic blue di stagione, come quello Max Mara. Intramontabili le righe, in un mix and match di fantasie come sulla passerella di Stella Jean oppure in stile anni '90 (Benetton docet). Scelgono l'astrattismo di Mondrian griffe come Louis Vuitton e Antonio Marras, per una moda inverno 2020 dallo stile intellettual-chic. Non ti resta che tuffarti nei saldi invernali e scegliere i tuoi maglioni: colorati e geometrici, mi raccomando!

Maglione a collo alto effetto patchwork Alberta Ferretti

Maglione a quadrettoni Anteprima

Maglione a righe anni '90 Benetton

Maglione a collo alto + abito bustier Dior

Maglione colorato geometrico stile Mondrian Louis Vuitton

Maxi maglione colorato a quadri Antonio Marras

In cashmere classic blue Max Mara

Maxi cardigan con motivo a zig zag Missoni

Maglione a righe Stella Jean

Maglione a collo alto bicolore Zara

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