L’Ascesa di Skywalker è uscito e ha chiuso la trilogia sequel di Star Wars e contemporaneamente l’intera saga (ma siamo sicuri? boh). Ci ha regalato anni di teorie ed è riuscito, alla fine, a sorprenderci in quasi due ore e mezza dal ritmo incessante e un po’ troppo accelerato. Ma vediamo com’è andata.

Partiamo da una recensione di The Rise of Skywalker del tutto priva di spoiler: questo film finale è la conclusione perfetta di Star Wars (ma Star Wars non è certo finito, ci penserà Disney + a ricordarcelo costantemente). Lo è perché mette insieme tutti gli ingredienti principali di Star Wars e lo fa in una maniera caotica, frenetica, sempre col piede sull’acceleratore, con poco tempo per riflettere e poco spazio per accogliere rivelazioni e colpi di scena.

Perché Star Wars L’Ascesa di Skywalker è il capitolo conclusivo perfetto (nonostante i suoi problemi)

Ma in fondo cos’è Star Wars, se non questo? La saga che ha appassionato il mondo negli ultimi 42 anni altro non è che una favola ambientata nello spazio, una lotta del bene contro il male che si consuma da millenni senza uno schema ben preciso. Ecco il tassello principale, quello fondante di tutto Star Wars, quello che i fan agguerritissimi sembrano dimenticare troppo spesso: la non-progettualità. Star Wars nasce fin dai suoi albori come progetto in itinere, zio George (Lucas) prende una favola che più popolare non si può e ci mette in mezzo astronavi e pianeti. Il resto è storia della cultura pop, che dopo oltre 40 anni vive ancora nell’immaginario di grandi e piccini, appesa alle mura del soggiorno (del mio, almeno), in forma di spade laser di plastica e astronavi della Lego. Ed è bellissima. Emozionante, coinvolgente, divertente.

Sbagliato è, però, dare a Star Wars un ruolo diverso da quello che ha: è la favola che ci raccontiamo prima di andare a dormire, popolata da eroi e antieroi, cattivi che poi cattivi non sono e astronavi che viaggiano alla velocità della luce. Una favola deve essere semplice, per antonomasia, e prevedere a un certo livello la sospensione dell’incredulità, e questo Star Wars lo fa in maniera impeccabile ed elevandosi, con questa nuova trilogia, a uno storytelling moderno e più complesso, ma pur sempre fondato su quei valori cardine.

Canone? Quale canone?

Inutile appellarsi al canone, laddove il canone è stato rimaneggiato letteralmente da chiunque tra gli anni ’80 e ’90 e con beneplacito del suo autore. Proprio George Lucas, con la sua mancanza di progettualità e la sua volontà di aprire la saga a chiunque, ha dato vita al primo fandom ante litteram, ha creato la comunità creativa di Star Wars che è fatta da spettatori-autori, tutti eguali di fronte al capostipite (sempre zio George) e tutti folli, creativi e privi di progettualità come lui. Il canone in Star Wars è estremamente complesso, nonostante la Disney abbia provato a sistemarlo. Salvo poi attingere a quelle idee folli e non-sense ogniqualvolta ne abbia bisogno.

Questo accade ne L’Ascesa di Skywalker, che da quell’universo espanso rinnegato prende a piene mani idee, personaggi e soluzioni narrative che potrebbero sembrare insensate a chi ha visto solo i film. Ma Star Wars è un mondo fatto anche di fumetti, di libri, di romanzetti illustrati scritti da chissà chi e questo è il suo potere immaginifico e inesauribile. Così ogni soluzione che J. J. Abrams ha applicato al Capitolo IX ha una spiegazione. Assurda, folle, nonsense. Come tutto Star Wars. E per questo perfetta.

In conclusione, com’è L’ascesa di Skywalker?

A parte gli alquanto evidenti problemi di montaggio e le problematiche legate alla produzione di questa trilogia sequel (non dimentichiamo che il regista del Capitolo IX avrebbe dovuto essere Colin Trevorrow e J. J. Abrams ha assunto il ruolo solo in seguito; che una delle attrici protagoniste è venuta a mancare esattamente a metà trilogia; che uno dei protagonisti ha imposto condizioni impossibili per poter lavorare a questi sequel e sì, sto parlando di te, Harrison Ford), il film funziona. Emoziona, sorprende, accontenta i fan senza essere prevedibile. Insomma, è uno Star Wars che più Star Wars non si può.

ATTENZIONE SPOILER DA QUESTO PUNTO IN POI!

 

 

Cosa ha funzionato nella trama di Star Wars – L’ascesa di Skywalker

La trama di Star Wars Episodio IX ha un problema principale: è TROPPA. Il tentativo di concludere degnamente non solo la trilogia sequel ma l’intera saga di Guerre Stellari, sistemando contemporaneamente ciò che i fan (i fan ignoranti, lasciatemelo dire) non avevano apprezzato nel film precedente, era un’impresa titanica.

J. J. Abrams e Chris Terrio, suo co-sceneggiatore, ci provano ma è inevitabile che qualcosina scivoli via tra le dita. Abrams, già autore e regista di Episodio VII – Il Risveglio della Forza, cerca di recuperare quella sensazione di nostalgia che tanto aveva funzionato in quel film, e nel farlo forza un po’ la mano. Così ci ritroviamo con un Poe che da adorabile mascalzone dal cuore d’oro è diventato la copia esatta di Han Solo (ce la mette tutta Oscar Isaac, ma i battibecchi con Rey e le rispostacce a C-3PO sono troppo evidentemente dei richiami al personaggio di Harrison Ford per risultare credibili). Decisamente migliorato Finn, che riassume qui il ruolo da comprimario degno di questo nome perso ne Gli Ultimi Jedi. Finalmente convincente anche Daisy Ridley, che dona alla sua Rey la potenza e la lotta interiore che servivano a questo personaggio.

Il potere di Kylo Ren (e di Adam Driver)

Ma a brillare su tutto, e a salvare il film e tutta la trilogia sequel, è Adam Driver. Perfetto in ogni ruolo, e lo ha dimostrato quest’anno con quattro film del tutto diversi, uno dei quali già in odore di Oscar, il suo Kylo Ren/Ben Solo ascende definitivamente all’olimpo dei personaggi cinematografici ben scritti. E considerate che non era facile, dovendosi confrontare con mostri sacri del panorama villain Hollywoodiano come Darth Vader e L’Imperatore. Eppure Ben Solo è il personaggio meglio riuscito di questa trilogia, senza dubbio grazie all’interpretazione di Adam Driver ma anche alla scelta illuminata di Abrams e di Rian Johnson: renderlo un villain imperfetto, una creatura a metà, un’anima tormentata che solo nella sua controparte trova una vera ragione d’esistere. In questo senso il compimento della Reylo (l’accoppiata Rey/Kylo che i più lungimiranti di noi vedevano già all’orizzonte in Episodio VII) è il culmine naturale della storia.

Cosa non ha funzionato in Star Wars – L’Ascesa di Skywalker

Non funziona il ritmo, troppo concitato e troppo frenetico, che ammassa informazioni e plot points uno sopra l’altro soprattutto nella prima parte del film. Non funziona il ruolo di Leia Organa, e questo c’era da aspettarselo. Con la dipartita di Carrie Fisher e plotoni di fan pronti all’esecuzione in pubblica piazza se avesse osato cambiare attrice o ricrearla in CGI, J. J. Abrams non ha potuto far altro che riutilizzare minutaggio tagliato dall’Episodio VII. Le scene in cui compare la Principessa/Generale Leia risultano quindi un’accozzaglia di frasi generiche e situazioni forzate e l’unico vero gesto sensato per la trama avviene da sotto un lenzuolo. Non si poteva fare altrimenti. A sopperire alla sua mancanza, torna a sorpresa Harrison Ford, in un cameo veramente carino e inaspettato che sancisce la conversione completa di Ben Solo.

I nuovi personaggi

Non ha funzionato l’inserimento dei nuovi personaggi – troppi, per il capitolo conclusivo di una saga. Attori del calibro di Keri Russell e Richard E. Grant sono stati ridotti a comparse, i Cavalieri di Ren avrebbero anche potuto non esserci, il nuovo droide D-O è quasi inesistente. Interessante solo Jannah, un personaggio che sicuramente ci regalerà altre avventure in un film stand-alone, in una serie tv su Disney +, in una nuova serie a fumetti o chissà cos’altro. Criminalmente relegati a comparse Rose e il Generale Hux, che pure aveva un potenziale comico altissimo.

E infine come non parlare del personaggio più atteso di questo film? Palpatine domina L’Ascesa di Skywalker grazie a qualche vaga spiegazione su come sia rimasto in vita per tre generazioni, a una parentela un po’ forzata con Rey e al carisma inesauribile di Ian McDarmind (e al doppiaggio impeccabile di Francesco Vairano, non dimentichiamolo!). E se qualche fan ha arricciato il naso alla sua ricomparsa, va ricordato che le resurrezioni, o per meglio dire le non-morti, sono frequenti in Star Wars e che innumerevoli libri e fumetti sono lì in libreria pronti a spiegarci cosa sia successo e come.

Il finale di Rise of Skywalker

Ci siamo chiesti per mesi chi fosse lo Skywalker del titolo e abbiamo scoperto che sono tutti, o nessuno. Sul finale del film, Rey e Kylo Ren/Ben Solo (in una scena deliziosa che mostra tutto il potenziale comico di Adam Driver, andatevi a guardare la sua filmografia!) rivelano la loro potenza come diade nella forza. Un potere forte come la vita stessa, dice Palpatine, e così sarà effettivamente. All’interno del film Rey uccide e poi riporta in vita Kylo Ren e sul finale lui riporta in vita lei. Con un bacio che, per quanto breve, è già nell’iconografia della saga. E con un sorriso che ci mostra chi sarebbe stato, Ben Solo, se non fosse stato Kylo Ren. Però lo è stato, ed è appena uscita una miniserie a fumetti per raccontarcene i dettagli, e un personaggio così non può sopravvivere, non in Star Wars. A sopravvivere è Rey, Rey Skywalker come si auto-nomina nell’ultima scena dell’ultimo film di questa saga. Rey è tutti i Jedi ed è anche, seppure non venga esplicitamente confermato, Ben Solo, perché la sua forza vitale scorre adesso in lei. La diade nella forza si è ricongiunta in un unico corpo, che lega per sempre la dinastia degli Skywalker a quella dei Palpatine e che porta finalmente il tanto agognato Equilibrio nella Forza.

Almeno fino al prossimo film.