L'Ascesa di Skywalker: perché Episodio IX è il film più "Star Wars" di tutti gli Star Wars

20 dicembre 2019


L'Ascesa di Skywalker è uscito e ha chiuso la trilogia sequel di Star Wars e contemporaneamente l'intera saga (ma siamo sicuri? boh). Ci ha regalato anni di teorie ed è riuscito, alla fine, a sorprenderci in quasi due ore e mezza dal ritmo incessante e un po' troppo accelerato. Ma vediamo com'è andata. 


Perché Star Wars L'Ascesa di Skywalker è il capitolo conclusivo perfetto (nonostante i suoi problemi)

Partiamo da una recensione di The Rise of Skywalker del tutto priva di spoiler: questo film finale è la conclusione perfetta di Star Wars (ma Star Wars non è certo finito, ci penserà Disney + a ricordarcelo costantemente). Lo è perché mette insieme tutti gli ingredienti principali di Star Wars e lo fa in una maniera caotica, frenetica, sempre col piede sull'acceleratore, con poco tempo per riflettere e poco spazio per accogliere rivelazioni e colpi di scena. 
Ma in fondo cos'è Star Wars, se non questo? La saga che ha appassionato il mondo negli ultimi 42 anni altro non è che una favola ambientata nello spazio, una lotta del bene contro il male che si consuma da millenni senza uno schema ben preciso. Ecco il tassello principale, quello fondante di tutto Star Wars, quello che i fan agguerritissimi sembrano dimenticare troppo spesso: la non-progettualità. Star Wars nasce fin dai suoi albori come progetto in itinere, zio George (Lucas) prende una favola che più popolare non si può e ci mette in mezzo astronavi e pianeti. Il resto è storia della cultura pop, che dopo oltre 40 anni vive ancora nell'immaginario di grandi e piccini, appesa alle mura del soggiorno (del mio, almeno), in forma di spade laser di plastica e astronavi della Lego. Ed è bellissima. Emozionante, coinvolgente, divertente. Sbagliato è, però, dare a Star Wars un ruolo diverso da quello che ha: è la favola che ci raccontiamo prima di andare a dormire, popolata da eroi e antieroi, cattivi che poi cattivi non sono e astronavi che viaggiano alla velocità della luce. Una favola deve essere semplice, per antonomasia, e prevedere a un certo livello la sospensione dell'incredulità, e questo Star Wars lo fa in maniera impeccabile ed elevandosi, con questa nuova trilogia, a uno storytelling moderno e più complesso, ma pur sempre fondato su quei valori cardine. 
Inutile appellarsi al canone, laddove il canone è stato rimaneggiato letteralmente da chiunque tra gli anni '80 e '90 e con beneplacito del suo autore. Proprio George Lucas, con la sua mancanza di progettualità e la sua volontà di aprire la saga a chiunque, ha dato vita al primo fandom ante litteram, ha creato la comunità creativa di Star Wars che è fatta da spettatori-autori, tutti eguali di fronte al capostipite (sempre zio George) e tutti folli, creativi e privi di progettualità come lui. Il canone in Star Wars è estremamente complesso, nonostante la Disney abbia provato a sistemarlo. Salvo poi attingere a quelle idee folli e non-sense ogniqualvolta ne abbia bisogno. 
Questo accade ne L'Ascesa di Skywalker, che da quell'universo espanso rinnegato prende a piene mani idee, personaggi e soluzioni narrative che potrebbero sembrare insensate a chi ha visto solo i film. Ma Star Wars è un mondo fatto anche di fumetti, di libri, di romanzetti illustrati scritti da chissà chi e questo è il suo potere immaginifico e inesauribile. Così ogni soluzione che J. J. Abrams ha applicato al Capitolo IX ha una spiegazione. Assurda, folle, nonsense. Come tutto Star Wars. E per questo perfetta.
A parte gli alquanto evidenti problemi di montaggio e le problematiche legate alla produzione di questa trilogia sequel (non dimentichiamo che il regista del Capitolo IX avrebbe dovuto essere Colin Trevorrow e J. J. Abrams ha assunto il ruolo solo in seguito; che una delle attrici protagoniste è venuta a mancare esattamente a metà trilogia; che uno dei protagonisti ha imposto condizioni impossibili per poter lavorare a questi sequel e sì, sto parlando di te, Harrison Ford), il film funziona. Emoziona, sorprende, accontenta i fan senza essere prevedibile. Insomma, è uno Star Wars che più Star Wars non si può.


ATTENZIONE SPOILER DA QUESTO PUNTO IN POI!





Cosa ha funzionato nella trama di Star Wars - L'ascesa di Skywalker

La trama di Star Wars Episodio IX ha un problema principale: è TROPPA. Il tentativo di concludere degnamente non solo la trilogia sequel ma l'intera saga di Guerre Stellari, sistemando contemporaneamente ciò che i fan (i fan ignoranti, lasciatemelo dire) non avevano apprezzato nel film precedente, era un'impresa titanica. 
J. J. Abrams e Chris Terrio, suo co-sceneggiatore, ci provano ma è inevitabile che qualcosina scivoli via tra le dita. Abrams, già autore e regista di Episodio VII - Il Risveglio della Forza, cerca di recuperare quella sensazione di nostalgia che tanto aveva funzionato in quel film, e nel farlo forza un po' la mano. Così ci ritroviamo con un Poe che da adorabile mascalzone dal cuore d'oro è diventato la copia esatta di Han Solo (ce la mette tutta Oscar Isaac, ma i battibecchi con Rey e le rispostacce a C-3PO sono troppo evidentemente dei richiami al personaggio di Harrison Ford per risultare credibili). Decisamente migliorato Finn, che riassume qui il ruolo da comprimario degno di questo nome perso ne Gli Ultimi Jedi. Finalmente convincente anche Daisy Ridley, che dona alla sua Rey la potenza e la lotta interiore che servivano a questo personaggio. Ma a brillare su tutto, e a salvare il film e tutta la trilogia sequel, è Adam Driver. Perfetto in ogni ruolo, e lo ha dimostrato quest'anno con quattro film del tutto diversi, uno dei quali già in odore di Oscar, il suo Kylo Ren/Ben Solo ascende definitivamente all'olimpo dei personaggi cinematografici ben scritti. E considerate che non era facile, dovendosi confrontare con mostri sacri del panorama villain Hollywoodiano come Darth Vader e L'Imperatore. Eppure Ben Solo è il personaggio meglio riuscito di questa trilogia, senza dubbio grazie all'interpretazione di Adam Driver ma anche alla scelta illuminata di Abrams e di Rian Johnson: renderlo un villain imperfetto, una creatura a metà, un'anima tormentata che solo nella sua controparte trova una vera ragione d'esistere. In questo senso il compimento della Reylo (l'accoppiata Rey/Kylo che i più lungimiranti di noi vedevano già all'orizzonte in Episodio VII) è il culmine naturale della storia. 





Cosa non ha funzionato in Star Wars - L'Ascesa di Skywalker

Non funziona il ritmo, troppo concitato e troppo frenetico, che ammassa informazioni e plot points uno sopra l'altro soprattutto nella prima parte del film. Non funziona il ruolo di Leia Organa, e questo c'era da aspettarselo. Con la dipartita di Carrie Fisher e plotoni di fan pronti all'esecuzione in pubblica piazza se avesse osato cambiare attrice o ricrearla in CGI, J. J. Abrams non ha potuto far altro che riutilizzare minutaggio tagliato dall'Episodio VII. Le scene in cui compare la Principessa/Generale Leia risultano quindi un'accozzaglia di frasi generiche e situazioni forzate e l'unico vero gesto sensato per la trama avviene da sotto un lenzuolo. Non si poteva fare altrimenti. A sopperire alla sua mancanza, torna a sorpresa Harrison Ford, in un cameo veramente carino e inaspettato che sancisce la conversione completa di Ben Solo
Non ha funzionato l'inserimento dei nuovi personaggi - troppi, per il capitolo conclusivo di una saga. Attori del calibro di Keri Russell e Richard E. Grant sono stati ridotti a comparse, i Cavalieri di Ren avrebbero anche potuto non esserci, il nuovo droide D-O è quasi inesistente. Interessante solo Jannah, un personaggio che sicuramente ci regalerà altre avventure in un film stand-alone, in una serie tv su Disney +, in una nuova serie a fumetti o chissà cos'altro. Criminalmente relegati a comparse Rose e il Generale Hux, che pure aveva un potenziale comico altissimo.
E infine come non parlare del personaggio più atteso di questo film? Palpatine domina L'Ascesa di Skywalker grazie a qualche vaga spiegazione su come sia rimasto in vita per tre generazioni, a una parentela un po' forzata con Rey e al carisma inesauribile di Ian McDarmind (e al doppiaggio impeccabile di Francesco Vairano, non dimentichiamolo!). E se qualche fan ha arricciato il naso alla sua ricomparsa, va ricordato che le resurrezioni, o per meglio dire le non-morti, sono frequenti in Star Wars e che innumerevoli libri e fumetti sono lì in libreria pronti a spiegarci cosa sia successo e come. 





Il finale di Rise of Skywalker

Ci siamo chiesti per mesi chi fosse lo Skywalker del titolo e abbiamo scoperto che sono tutti, o nessuno. Sul finale del film, Rey e Kylo Ren/Ben Solo (in una scena deliziosa che mostra tutto il potenziale comico di Adam Driver, andatevi a guardare la sua filmografia!) rivelano la loro potenza come diade nella forza. Un potere forte come la vita stessa, dice Palpatine, e così sarà effettivamente. All'interno del film Rey uccide e poi riporta in vita Kylo Ren e sul finale lui riporta in vita lei. Con un bacio che, per quanto breve, è già nell'iconografia della saga. E con un sorriso che ci mostra chi sarebbe stato, Ben Solo, se non fosse stato Kylo Ren. Però lo è stato, ed è appena uscita una miniserie a fumetti per raccontarcene i dettagli, e un personaggio così non può sopravvivere, non in Star Wars. A sopravvivere è Rey, Rey Skywalker come si auto-nomina nell'ultima scena dell'ultimo film di questa saga. Rey è tutti i Jedi ed è anche, seppure non venga esplicitamente confermato, Ben Solo, perché la sua forza vitale scorre adesso in lei. La diade nella forza si è ricongiunta in un unico corpo, che lega per sempre la dinastia degli Skywalker a quella dei Palpatine e che porta finalmente il tanto agognato Equilibrio nella Forza
Almeno fino al prossimo film. 



Cosa significa il blu e perché è stato scelto come colore Pantone 2020?

6 dicembre 2019


Pantone ha parlato: anche quest'anno, la società americana che detta legge sui colori ha decretato la tonalità dell'anno che verrà. Il 2020 è classic blue, un colore universale, freddo e profondo, che infonde calma e sicurezza. 


Cosa significa il colore blu?

Simbolo della calma, della tranquillità e dell'equilibrio, questo colore è il preferito della maggior parte della popolazione occidentale. Come mai? Il blu ha la capacità di stabilizzare il battito cardiaco e tenere sotto controllo la pressione, allontanando gli stati di ansia. Non a caso, è molto usato nell'interior design per realizzare camere da letto e angoli relax. Essendo il blu il colore dello spazio, del mare e del cielo, infonde una sensazione di pace e universalità, di purezza e di silenzio. Rappresenta gli spazi sconfinati, fisici e metafisici, e di conseguenza la tendenza all'immaginazione, alla fantasia e all'apertura verso il mondo spirituale. 



Significato del colore blu nelle varie culture

Il sangue blu rappresenta tradizionalmente la nobiltà. Questo perché il pallore della pelle, legato appunto all'aristocrazia, fa intravedere le vene di colore bluastro. Per la cultura cinese è il colore dell'immortalità, della femminilità e della fedeltà. Nel simbolismo cristiano, è il colore della Madonna e quindi per esteso rappresenta la purezza, la castità e la fedeltà. Non a caso, la tradizione vuole che le spose indossino qualcosa di blu proprio per evocarne questi significati. Perfino il fantasy sceglie il blu per indicare queste qualità: in Le Cronache del Ghiaccio e del Fuoco, blu sono gli occhi della guerriera vergine Brienne e gli stendardi di due famiglie il cui valore fondante è l'onore, gli Arryn e i Tully. 
In psicologia, il blu rappresenta l'intelletto, la verità e la serenità emotiva. Anche in questo caso, il suo simbolismo è stato usato da J. K. Rowling per rappresentare la Casa Corvonero, quella dell'intelligenza e della razionalità ma anche della creatività e della tendenza a pensare fuori dagli schemi. 
Blu sono gli abiti dei principi nelle favole, e anche di molte principesse tradizionali Disney (indossano il blu Belle, Elsa, Jasmine). Perché? Perché il blu è un colore raffinato ed elegante, ma anche simbolo della mascolinità e del lavoro. Vestire le principesse di blu, colore tradizionalmente legato agli uomini, è sempre stato un modo per la Disney di dar loro determinazione e volontà anche a livello visivo, liberandole dalla loro gabbia dorata da donzelle in pericolo.



Pietre e fiori blu: significato

Lo zaffiro blu significa fedeltà, buona fortuna e augurio di guarigione. Per questo è una delle pietre preziose da regalare all'amata quando si è in procinto di sposarsi. Tradizionalmente, i gioielli con zaffiri non andrebbero mai indossati dopo una separazione, un divorzio o un tradimento, perché quella fedeltà e quell'unione sono andate perdute. 
Nel linguaggio dei fiori, il blu assume significati dalle sfumature particolari. Rarissimi in natura, i fiori blu rappresentano il cielo sulla terra e raccontano quindi sentimenti immortali, di un'intensità rara. In particolare la rosa blu, inesistente in natura, simboleggia un amore tanto raro da essere quasi inesprimibile. 


Il colore blu nella moda

Ma quindi perché Pantone ha scelto il classic blue come colore del 2020? Sembra che vestire di blu renda felici, come vi avevo già raccontato qualche anno fa. Forse per le sue proprietà calmanti e rilassanti, o forse per la capacità, legata alla cromoterapia, di curare mal di testa, insonnia e stati infiammatori. O forse, semplicemente, perché è un colore rassicurante e allo stesso tempo indefinito. Ci tranquillizza e ci fa anelare allo spazio, al mistero, a ciò che non conosciamo. E, secondo Pantone, ci fa bene. 


L'endometriosi, le donne, il lavoro: perché Carmen di Pietro non è il vero problema

2 dicembre 2019


La notizia è di pochi giorni fa: durante una trasmissione a Radio Globo, la showgirl Carmen di Pietro ha attaccato un'ascoltatrice affetta da endometriosi sostenendo che "Non sei degna di essere donna, se non vai al lavoro quando hai il ciclo". Lo scontro ha scatenato ovviamente una dura polemica e una risposta unanime dalla Fondazione Italiana Endometriosi e da tutte le donne che ne soffrono. Ma andiamo con ordine. 


Carmen di Pietro attacca le donne che soffrono di endometriosi

Partiamo dal principio: che cos'è l'endometriosi? Una patologia che coinvolge il 10-15% delle donne italiane in età fertile. Prevede la presenza del tessuto che normalmente riveste le pareti interne dell'utero (endometrio) all'esterno dell'organo. Può attaccare numerosi tessuti e organi, anche vitali. Le donne che soffrono di endometriosi lamentano forti dolori durante il ciclo, i rapporti sessuali e la minzione, stanchezza cronica e dolore cronico che si acuiscono nei giorni del ciclo. Vi ricorda qualcosa? Sì, i sintomi sono simili alla Sindrome dell'Ovaio Policistico e ad altre malattie croniche, seppure le cause e le conseguenze siano diverse. Si tratta comunque di patologie invalidanti, che possono influire sul benessere fisico, mentale ed emotivo di chi ne soffre e che vanno curate per tutta la vita. 
Ora, la signora Carmen di Pietro chiaramente non ha idea di cosa sia l'endometriosi, o di quante malattie croniche possano provocare dolori invalidanti durante il ciclo. Qualcuno (io non mi permetto, non conoscendola) azzarda che la signora non abbia idea neanche di cosa significhi lavorare. Così il commento che si legge sotto i tantissimi articoli su questa polemica è "Vabbè ma chi se ne frega di cosa pensa lei, quando mai ha lavorato nella vita?". Il problema, però, non è quello che pensa lei. Il problema è che quando Carmen di Pietro attacca chi soffre di endometriosi e non solo, sta esplicitando il pensiero della maggior parte della società. 




Le donne, il lavoro e le malattie croniche

In un mondo in cui anche una gravidanza viene percepita come un "capriccio" della donna lavoratrice e come un motivo per non assumerla (o per licenziarla), le donne che soffrono di una malattia cronica vivono una situazione lavorativa da incubo. 
Sì, perché quando Carmen di Pietro sostiene che l'endometriosi non sia una giusta motivazione per mancare al lavoro, sta dicendo quello che pensano tutti. Tutti i "sani". Compresi i nostri datori di lavoro.
Quando mi è stata diagnosticata per la prima volta la fibromialgia, seguita da numerose altre patologie croniche, ho perso il lavoro dei miei sogni. Era uno stage non pagato, ma era stupendo e io avrei dato qualsiasi cosa per continuare a vivere a Milano e a lavorare in un prestigioso ufficio stampa di moda. Tutto, tranne la mia salute. Così, quando una crisi mi ha costretta a correre in ospedale e perdere un importantissimo evento che si organizzava da settimane (stesso giorno in cui ho avuto la mia diagnosi), sono stata costretta a fare le valigie e tornare da mammà. I miei datori di lavoro sono stati gentili, mi hanno detto "Torna, quando sarai guarita. Ti aspettiamo a braccia aperte!". Quando sarai guarita. Da una malattia cronica incurabile. Ok. 




Dignità negata e sogni infranti

Quando ho fatto la valigia da Milano, ho messo nella tasca più nascosta quel briciolino di dignità che mi era rimasto. Una diagnosi fosca e un calcio nel sedere dal lavoro dei miei sogni, ecco cosa avevo ottenuto nella città che adoravo. Per mesi mi sono isolata dal mondo, ho pianto ininterrottamente e solo dopo un anno di terapia ho avuto il coraggio di rifare la valigia e recuperare quel briciolo di dignità, e utilizzarlo per realizzare il lavoro dei miei sogni secondo le possibilità e i limiti del mio corpo malato. Ho rinunciato al glamour della città e alla (meno glamour) sicurezza di uno stipendio fisso. Ma quante di noi malate croniche possono fare lo stesso? Sono stata fortunata, pur nei tanti sacrifici che ho dovuto fare, ma cosa succede alle donne meno fortunate di me?
Vengono licenziate, additate, sentono i colleghi sbuffare quando prendono un giorno di malattia (ammesso che lo status giuridico della  loro patologia cronica lo consenta), gli amici alzare gli occhi al cielo se si fanno mantenere da qualcuno, sentono Carmen di Pietro berciare sull'essere una vera donna
Perché alla fine tutto quello che sei si riduce a questo: quanto produci, quanto consumi, chi e come possa mantenerti. Del fatto che tu soffra come un cane, che non possa realizzare le tue aspirazioni professionali o personali, non importa proprio a nessuno. 



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