Glamour chiude: come si evolve il giornalismo di moda?

28 novembre 2019


Condé Nast ha annunciato la chiusura di Glamour, la storica rivista di moda e non solo che è arrivata in Italia nel 1992. Cosa vuol dire tutto questo per chi, come me, possiede un master in comunicazione e giornalismo di moda? Chi sogna di lavorare in una rivista deve arrendersi per sempre?




Glamour chiude, proprio adesso

Chi mi conosce bene sa che ho sempre avuto una magica e irresistibile attrazione per le date. Nonostante la mia vita e il mio lavoro siano quanto di più lontano si possa immaginare dai numeri (scusi, prof di matematica del liceo che mi voleva ingegnere!), quei segnetti sul calendario mi hanno sempre affascinata. Fissare un momento nel tempo, rivederlo a distanza di anni e calcolarne la differenza con il presente è uno dei miei passatempi preferiti. Ma sì, forse sono un po' matematica anch'io! E forse per questo ho sempre tenuto un diario e, da quando scrivere a mano mi provoca qualche problema, ho cominciato ad affidare i miei pensieri al web. Per questo guardo ogni giorno, come un'ossessione allo scoccare della mezzanotte, i "ricordi" di instagram e facebook. 
Quest'ultimo, ieri sera, mi ha ricordato che esattamente 6 anni fa ricevevo una telefonata di quelle che capitano una volta nella vita. Mi chiamava la caposervizio attualità di Cosmopolitan Italia, per chiedermi di scrivere un reportage in doppia pagina per il numero di Gennaio 2014. Proprio 6 anni fa, ieri. E proprio ieri veniva annunciata dal CEO di Condé Nast la chiusura di Glamour, diretto competitor di Cosmopolitan in Italia con il quale condivido l'anno di nascita. Come coniugare queste due notizie? Quali congiunzioni astrali collegano il 28 novembre di 6 anni fa con il 28 novembre 2019? Cosa significa tutto questo, per me che scrivo da sempre, da sempre sogno di lavorare per una rivista e da qualche parte ho il prezioso attestato di un master in comunicazione e giornalismo di moda?




Come cambia il giornalismo di moda e non solo

Solo qualche giorno fa mi commuovevo, di nuovo, nel sentire quel passo di Piccole Donne in cui Jo pubblica il suo primo racconto su un giornale. 6 anni fa balbettavo al telefono al pensiero di pubblicare il mio promo reportage. I miei genitori ne hanno comprate almeno 3 copie, quando quel fatidico numero è arrivato in edicola. Conservata gelosamente quanto la mia tesi di laurea e la prima copia del mio primo libro, quella rivista significa tantissimo per me. Perché sì, vedere il proprio nome sulla carta stampata è una sensazione unica. Accarezzare fisicamente quelle pagine, sapere che sono soggette alla caducità del tempo e prima o poi, in fondo alla libreria, finiranno per stropicciarsi o ingiallire, me le rende ancora più preziose. Una sensazione che il giornalismo sul web non può dare, nella sua fredda aura di immortalità, dietro l'insensibile schermo di un pc, di un tablet o di uno smartphone. Oppure sì?
Il mondo cambia, con esso le nostre abitudini e la nostra cultura. Il mondo occidentale si muove sempre più verso il digitale, in ogni settore. Perché la comunicazione non dovrebbe far parte di questo cambiamento? Perché il giornalismo di moda non può spostarsi alla stessa maniera, dalla carta patinata ai pixel? Cambia la grammatica comunicativa, cambia il linguaggio verbale e visivo, cambia il canale per raggiungere il target, cambia anche il target. Ma perché dovrebbe cambiare la potenza del messaggio?




Non disperate, future scrittrici e giornaliste!

Vi vedo già a scapigliarvi e stracciare la laurea in giornalismo, piccole Carrie Bradshaw in erba che sognavano di scrivere su riviste di moda dalla redazione nel più alto grattacielo di Milano (o di qualsiasi altra città). La scrittura e la comunicazione stanno cambiando, c'è una rivoluzione in atto e perfino le tematiche più frivole cominciano (finalmente!) ad ottenere una propria dignità, indissolubilmente legate ai temi di attualità, alla politica, alla cultura e alla società che, da sempre e per sempre, plasmano la moda e ne vengono plasmate. E allora vi chiedo, signore e signori con il vostro taccuino in mano e un'angolazione nuova dalla quale affrontare l'argomento del giorno: perché non cominciate a scrivere? Cosa volete raccontare? Qual è la vostra voce? Può fare la differenza in un mare di voci? Allora scrivete. Che sia sul taccuino di pelle, sulla Moleskine da hipster, su un tablet sgangherato o sul più sofisticato Mac, scrivete. Se avete un messaggio, a qualcuno arriverà. Chiude Glamour, ma ci sono ancora infinite porte aperte nel mondo della comunicazione e del giornalismo. Bisogna solo avere il coraggio di spingere sulla maniglia. 


Giornata contro la violenza sulle donne: 10 cose che ti hanno insegnato e che sono sbagliate

25 novembre 2019


Si celebra oggi 25 novembre la giornata contro la violenza sulle donne. E se sei un essere umano medio e possiedi un account su facebook, twitter, instagram, sei stata inondata da ridicola retorica da quattro soldi, frasi fatte e messaggi ambigui. Del tipo certo, che siamo tutti contro la violenza sulle donne, però sta' a vedere anche come si comportano, le donne. Come ci comportiamo? Facciamo le brave signorine? Ascoltiamo i consigli di mamma e papà? Teniamo sempre un mazzo di chiavi in mano e gli occhi bassi mentre torniamo a casa? 
Nessuno però si pone le domande più importanti: chi ci ha insegnato a comportarci così? Perché? E soprattutto: aveva ragione?

10 cose (sbagliate) che ti hanno insegnato sull'essere donna

1. Devi essere affettuosa con tutti e dare il bacino sulla guancia allo zio. Sbagliato: non devi dare bacini a nessuno che tu non voglia e hai tutto il diritto di tenere alla larga lo zio se ha avuto con te comportamenti ambigui. 

2. Si sa, i maschi maturano più tardi. Sbagliato: ai maschi viene tollerato un comportamento immaturo molto più a lungo che alle femmine. Pretendi da tuo figlio la stessa maturità che richiedi a tua figlia. 

3. Se il tuo compagno di banco ti fa i dispetti, vuol dire che gli piaci. Sbagliato: può anche darsi che tu gli piaccia, ma se ti fa i dispetti è perché la famiglia, la scuola e la società gli hanno insegnato che la prevaricazione è un'arma di conquista. 

4. Non parlare a tuo marito dei problemi in casa quando torna dal lavoro. Sarà stanco, lasciagli un'ora d'aria. Sbagliato: se lavori anche tu, sarai altrettanto stanca e non dovresti occuparti dei problemi in casa da sola. Se non lavori, ti sei occupata dei problemi in casa da sola tutto il giorno. Condivideteli. 

5. Qualunque altra donna si sentirebbe lusingata dalla sua gelosia. Sbagliato: nessuna dovrebbe essere lusingata dalla gelosia e possessività altrui. Se una donna lo è, vuol dire che ha interiorizzato il concetto maschilista secondo il quale l'uomo la possiede e ha paura di perdere il suo "prezioso gioiello". Insegna a entrambi che una donna non è un gioiello. 

6. Certo che un uomo preferisce una ragazza vergine. Chi vorrebbe una macchina usata al posto di una nuova? Sbagliato: non sei un gioiello e neanche un'auto. 

7. Quell'uomo ha sbagliato a ucciderla, sì, ma lei chissà cosa avrà fatto per portarlo all'esasperazione! Sbagliato: qualunque cosa lei abbia fatto, lui l'ha uccisa ed è un assassino. Punto. 

8. Il concetto di femminicidio non ha senso, un assassinio è un assassinio indipendentemente dal genere della vittima. Sbagliato: se una donna viene uccisa nel corso di una rapina, si tratta di un assassinio. Se una donna viene uccisa perché vuole separarsi dal marito; perché ha negato il sesso al fidanzato; perché ha detto ad un amico che non provava sentimenti amorosi verso di lui; perché non ha soddisfatto il ruolo pre-costruito di femmina nei confronti di un maschio, si tratta di femminicidio. 

9. Magari lui ti picchia ogni tanto, però non fa mancare nulla né a te né ai tuoi bambini. Ognuno ha i suoi difetti, non è il caso di mollarlo solo per questo. Sbagliato: sta facendo mancare a te e ai tuoi bambini la serenità e l'amore di una famiglia. Mollalo al volo e denuncialo. 

10. Gli uomini sono tutti uguali. Sbagliato: per fortuna, non lo sono. 

La buona notizia è che puoi dis-imparare tutte le cose sbagliate che ti hanno insegnato sull'essere donna. Educa ogni uomo e ogni donna che incontri al femminismo inclusivo, e forse un giorno non avremo più bisogno di una Giornata contro la violenza sulle donne. 

800 Padova Festival: perché leggere Piccole Donne (ancora e ancora)?

23 novembre 2019


Piccole Donne è stato il primo libro "vero" che abbia mai letto. Così, di botto, dopo Topolino è arrivato sulla mia libreria Piccole Donne. Non so chi lo abbia portato lì né in quale occasione, ma ricordo la copertina gialla di una delle infinite edizioni del romanzo, il profumo della carta così diversa da quella dei fumetti e tanti, tantissimi vestiti di mussola, che allora non sapevo cosa fosse ma mi piaceva tantissimo questa parola. 



Perché leggere ancora Piccole Donne?

L'ho scoperto ieri, alla lettura con commento di Francesca Cavallin, nell'ambito dell'800 Padova Festival. Anzi, l'ho scoperto già qualche minuto prima, in attesa di entrare nella splendida sala del Caffè Pedrocchi, mentre si creava una fila di donne di tutte le età pronte a ri-immergersi nel mondo delle sorelle March. C'era la mamma elegante, in un abito di pizzo verde, che raccontava come mai e poi mai avrebbe fatto attraversare le colonne del Pedrocchi alle sue figlie - che infatti erano riuscite a laurearsi entrambe, senza dubbio grazie alle colonne del Pedrocchi. C'era la meridionale fuorisede, un po' spaesata, che come me sta ancora cercando il suo posto nel mondo quotidiano e artistico di una città in continuo fermento come Padova. C'era la signora con i capelli bianchi, che si lamentava della maleducazione delle persone a cui squillava il cellulare durante la lettura - e aveva ragione. C'era una ragazzina che avrà avuto 14 anni, trascinata lì dalla mamma, che ha filmato tutto l'incontro dal suo smartphone. C'era anche qualche uomo, sì, in netta minoranza ma attento. 
C'erano Piccole Donne di ogni generazione, e c'era Francesca Cavallin pronta a ricordarci cosa è stato questo romanzo nella letteratura dell'800 e nella vita di tutte noi. Perché ri-leggere Piccole Donne, quindi? Perché è un romanzo femminista, anche se si legge molto prima di sapere cosa significhi questo aggettivo. Perché racconta il modo di essere donne, anzi i mille modi di essere donne. Perché ha una prosa estremamente fluida per il periodo ed è un capolavoro di dialoghi, ritratti e scene familiari. Perché è un romanzo di formazione atipico. Perché è un romanzo pedagogico. Anche se, ci racconta Francesca Cavallin, Louisa May Alcott era un maschiaccio come la sua Jo e l'ultima cosa che volesse fare era insegnare alle ragazze come comportarsi. Invece lo ha fatto, e continua a farlo da oltre 150 anni. 



Il movimento femminista in America

Leggendo Piccole Donne insieme all'attrice Francesca Cavallin, è impossibile non parlare di femminismo. Quello pratico, morale, forse meno filosofico del nostro, quello americano. Parlare di queste donne che erano il fulcro della famiglia, vera spina dorsale della società durante la guerra di secessione e non solo. 
Femminista è l'autrice, Louisa May Alcott. Femminista è la signora March, che insegna alle sue figlie i sacrifici da fare in nome della famiglia ma anche il potere dell'autorealizzazione e dell'indipendenza, andando contro alla spasmodica ricerca di marito che è fulcro di molti romanzi dell'800. Femministe sono le Piccole Donne, Meg, Jo, Beth ed Amy. Ognuna a modo proprio. 
Quattro modi diversi di essere donna, che rispecchiano persone diverse ma anche fasi diverse della vita di ognuna. Da piccola, io ero senza dubbio una Meg con una punta di Beth nell'animo. Da adolescente credo di essere stata una Amy un po' superficiale ma dal cuore buono. Solo adesso mi posso identificare con Jo, ma mai pienamente. Dentro ogni donna vivono le Piccole Donne della Alcott, personaggi forti e fragili, femminili ma non vezzose, pratiche ma mai prive di gentilezza. Donne che si trasformano nel corso dell'anno in cui è ambientato il romanzo, da un Natale all'altro, come tutte noi.



La letteratura dell'800 e il mito dell'angelo del focolare

Come Francesca Cavallin ha messo bene in evidenza durante l'evento dell'800 Padova Festival, questo secolo per l'Europa è il momento del romanticismo, per l'America quello del pragmatismo. 
Terra fertile e ancora per molti versi vergine, gli Stati Uniti si discostano dal vecchio continente anche nella figura femminile. I romanzi pedagogici, che qui raccontavano storie patetiche e tragiche, per la letteratura americana sono uno strumento per educare un popolo appena nato. Una generazione di donne e uomini che ha bisogno di valori su cui fondare la propria vita e il futuro del paese. Così i personaggi femminili, in Europa angeli del focolare in attesa del principe azzurro (così gli scrittori volevano immaginarli), sono padroni del proprio destino, scelgono la via della pratica e dell'impegno, del dovere e del lavoro. Anche se non disdegnano la coltivazione di sogni e passioni più piacevoli. 
Impossibile non emozionarsi quando Jo pubblica il suo primo racconto su un giornale; quando Meg legge la "Maria Stuarda" di Schiller con una pronuncia meno precisa ma una passione più travolgente della sua controparte inglese; quando Beth ricorda alle sue sorelle il valore della famiglia: 

"Non è giusto che alcune bambine possano avere tutto ciò che desiderano e altre non abbiano niente", aggiunse la piccola Amy, tirando su con il naso con aria offesa.
"Ma abbiamo il papà e la mamma, e la compagnia una dell'altra", disse Beth compiaciuta dal suo angolo.


A questa frase, dalla sala del Caffè Pedrocchi si leva un sospiro collettivo, e il pensiero è stesso che donne di tutte le età hanno espresso prima e dopo l'incontro: speriamo che le bambine di oggi e domani leggano Piccole Donne. E anche noi, magari, rileggiamolo da adulte. 



Si ringraziano 800 Padova Festival e Sugarpulp per il gentile invito.

Caro meridionale fuorisede...

19 novembre 2019


...come stai? Maluccio mi sa, eh? È di nuovo quel periodo dell'anno, baby. No, non quello in cui si sente il profumo delle caldarroste e le strade cominciano a riempirsi di lucine e il carrello Amazon di regali di NataleÈ il periodo dell'anno in cui, dopo aver cercato come un dannato le offerte di biglietti aerei per mesi, devi arrenderti, telefonare a mamma e papà e dire che no, non ci sarai quest'anno per la Vigilia. Eh lo so, che nonna si offende, che ci posso fare? Eh no, non mi comprate voi il biglietto, che con quello che costa ci pago un mese di affitto!

Il meridionale fuorisede a Natale

Caro meridionale fuorisede, sei uno studente? Oppure un lavoratore precario? Non importa, non c'è bisogno di rispondere: comunque i biglietti aerei per tornare a casa non te li puoi permettere. E non parliamo di treni e autobus, per favore, che la civiltà si ferma appena sopra Napoli e da lì in giù e tutto mare, sole e vento. E strade sterrate, se ci sono. 
E quindi niente, il Natale e il Capodanno li passi nella bellissima città del nord che ti ospita per studio/lavoro. Va bene, no? Stai con gli amici, no? Ma gli amici tuoi milanesi il Natale lo passano con le loro mamme e le loro nonne, che ti guardano con quello sguardo un po' così, del tipo ma che cavolo, i tuoi genitori ti mantengono agli studi e non vai neanche a trovarli per Natale? Eh dai. Mangiati altri due ravioli di cappone, però come figlio fai un po' schifo. Pure come nipote, fratello, cugino, amico. Fai un po' schifo
Orientativamente la situazione, se sei un meridionale che vive al nord, è questa. Gli amici che rimangono al sud, che magari aprono un'attività tutta loro, sono eroi. Loro sì, che ci tengono alla loro famiglia e alla loro terra, mica come te che te ne sei scappato. Per cosa poi? Banalità tipo i mezzi pubblici che funzionano e gli ospedali aperti la domenica in Veneto? E il sole, il mare, il vento, le lasagne di mammà non sono più importanti? Gli amici che si sono trasferiti all'estero sono eroi. Portabandiera dell'eccellenza meridionale in tutto il mondo, loro sono i cervelli in fuga (indipendentemente che lavorino al CERN di Ginevra o al McDonald's alla periferia di Londra). Piccoli esploratori con lo zaino in spalla, hanno affrontato il lungo viaggio con la valigia di cartone (o con quella di Carpisa) per regalare a mamma e papà la gioia di trascorrere le feste con loro. Eroi. 
E tu? Tu che vivi a Firenze, a Padova, a Siena, a Pavia, e non ti fai vedere mai? Che sei andato ad arricchire un padrone di casa di Firenze, di Padova, di Siena, di Pavia, con i soldini faticosamente messi da parte da mamma e papà pagando 600€ di affitto per una stanza nel sottoscala (true story) non fai neanche lo sforzo di tornare a casa a Natale? Sei diventato un polentone che non pensa più alla famiglia, eh? Con tutte le offerte di biglietti aerei che si trovano ogni giorno su www.notizie-sicuramente-vere-non-sono-bufale-no-no-no.com? 




Tornare a casa a Natale, la storia vera

Vaglielo a spiegare, al cugino espatriato, che con i soldi e il tempo che tu impieghi per tornare a casa a Natale, lui fa Palermo-Londra tre volte. Vaglielo a spiegare, al collega milanese che pensa che la metropolitana sia un magico strumento di teletrasporto, che tu impieghi più tempo per arrivare dall'aeroporto a casa che ad atterrare in un altro continente. Spiegaglielo, che vuol dire prendere un autobus Catania - Agrigento il 23 dicembre. Spiegaglielo alla nonna, che per tornare a casa a mangiare la cassata il giorno di Natale devi mettere insieme tutte le bustarelle che ti ha dato dal Natale dell'anno scorso. Spiegaglielo, allo zio che non ha idea di come sia il mondo fuori dal cancello di casa, che i voli low cost sono spesso in overbooking e la notte di Natale rischi di passarla al freddo dell'aeroporto di Orio al Serio, novello Gesù Bambino senza neanche un bue o un asinello a riscaldarti. Spiegaglielo ai tuoi amici che compà ma non ti fai vedere mai da quando sei diventato polentone, spiegaglielo che se prendi il treno trascorrerai 12 ore (nel migliore dei casi) con la schiena incriccata e non ce la farai proprio ad andare al pub del paese e farti raccontare come si vive bene qua, compà, ma a Milano ce l'avete 'sto sole? No
Spiegaglielo, caro meridionale fuorisede. Spiegaglielo per telefono, però, perché anche quest'anno non ce l'hai fatta a prendere i biglietti aerei in offerta



Cosa successe nell'800: un Festival a Padova racconta moda, arte e letteratura

15 novembre 2019


Al via la prossima settimana l'800 Padova Festival, un evento unico per scoprire l'arte, la letteratura, la moda del 1800 attraverso ricostruzioni, reading e incontri che raccontano il secolo lungo. 


800 Padova Festival, cos'è

La seconda edizione di questo festival letterario e culturale animerà il centro di Padova il prossimo weekend: dal 21 al 24 settembre eventi e reading, lectio magistralis con romanzieri, attori, registi, ricostruzioni storiche negli abiti e nel cibo trasporteranno la città nell'atmosfera romantica e misteriosa del 1800
Tra gli ospiti più attesi ci sono Pupi Avanti, Francesca Cavallin, la professoressa Mariateresa Gammone e tanti altri. Il focus dell'evento? Riscoprire questo secolo affascinante attraverso i classici della letteratura, le correnti artistiche, la storia e il costume dell'800. Seppur diffusi in giro per la città, il fulcro degli eventi principali sarà il Caffè Pedrocchi, gioiello ottocentesco di Padova che brilla nel cuore del centro storico. 




Gli eventi da non perdere all'800 Padova Festival

1. La letteratura dell'800
Dracula e Moby Dick, Piccole Donne e Cuore: sono solo alcune delle opere letterarie che accompagneranno il percorso padovano alla scoperta del secolo più prolifico della letteratura italiana ed europea. Il primo giorno sarà tutto dedicato alla balena bianca del romanzo di Melville, mentre Francesca Cavallin, attrice di grande talento, curerà un reading di Piccole Donne. A pochi mesi dall'uscita del nuovo film di Greta Gerwig riscopriremo il valore umano e letterario di questo classico senza tempo. Ancora letteratura ottocentesca con gli incontri sul Dracula di Stoker, Cuore di Edmondo de Amicis e Angelo, Tiranno di Padova, l'opera di Victor Hugo ambientata proprio nella città veneta. 



2. Il cinema italiano
Uno degli eventi più attesi di questo 800 Padova Festival è l'incontro con Pupi Avanti, regista italiano di culto, a cui seguirà la proiezione de "Il Signor Diavolo". Ancora protagonista Francesca Cavallin con la pellicola "The Nest - Il Nido" di Roberto de Feo.



3. Arte e scienza, le scoperte dell'800
Durante l'800 Padova Festival si studia la commedia goliardica, si analizzano le correnti artistiche del secolo, si riflette sull'educazione e sulla criminologia di ieri e di oggi. 
Protagonista anche la scienza, con eventi dedicati all'astronomia al Planetario di Padova e alla teoria dell'evoluzione di Darwin. 



4. Cibo e abiti dell'Ottocento
Chi mi conosce sa che amo l'Ottocento sotto ogni punto di vista, compresi gli splendidi abiti e la moda che le dame sfoggiavano tra palazzi nobiliari e passeggiate in carrozza. Al Caffè Pedrocchi sono previsti brunch, cene e degustazioni di delizie dolciarie che ricreano l'atmosfera ottocentesca, insieme ad un affascinante evento sulla vestizione delle dame e la moda del 1800. Crinoline, sete pregiate e lussuosi velluti saranno gli assoluti protagonisti di momenti magici alla scoperta di un mondo che non c'è più.



Rivivere l'800 in una città dal fascino unico

Padova è senza dubbio una delle più belle città del Veneto, da visitare almeno una volta nella vita. Oltre la movida serale e la vivace atmosfera natalizia c'è una Padova nascosta, quella ottocentesca dai toni gotici, da scoprire durante gli eventi e i tour guidati dell'800 Padova Festival. Ci attendono sottovesti di seta e misteri da svelare, in questo evento unico nel suo genere organizzato da Sugarpulp in collaborazione con l'Assessorato alla Cultura del Comune di Padova, con il Patrocinio della Regione Veneto e della Fondazione Veneto Film Commission. Vi aspetto lì! 



Trovate il programma completo dell'800 Padova Festival sul sito web ufficiale

Foto: Sugarpulp

Cos'è la fibro-fog: uno dei sintomi della fibromialgia che forse non conosci

11 novembre 2019


Chi soffre di fibromialgia sa di cosa sto parlando... o forse no. Perché la cosiddetta fibro-fog o fibro-nebbia è un sintomo strano, continuamente cangiante (e cosa non lo è, nel nostro corpo?) e difficilissimo da spiegare. Proviamoci lo stesso. 


Cos'è la fibro-fog?

Se ti sembra più semplice, possiamo parlare di nebbia del cervello. L'immagine è già un po' più chiara, eh? Si tratta di una disfunzione cognitiva, ben documentata in questa ricerca pubblicata su Arthritis Care & Research, che si accompagna agli altri disturbi e sintomi della fibromialgia. Comprende perdita di memoria, confusione mentale, incapacità di concentrazione, vista alterata senza problemi oculistici, difficoltà a seguire o formulare un discorso. A volte fa anche ridere, tipo quando scendi di casa senza chiavi e senza telefono e devi chiedere ospitalità alla vicina in pigiama! Un episodio caruccio, da raccontare col sorriso mentre si beve uno spritz. Meno divertente, invece, quando ti impedisce di guidare o ti fa perdere in un luogo che conosci benissimo, o ti fa dimenticare di prendere i tuoi farmaci o ti impedisce di concentrarti al lavoro e ti fa licenziare. Sì, quello è meno divertente. Insomma è una cosa complicata che, con la complicità di alcune amiche malate di fibromialgia che mi hanno fornito le loro definizioni, voglio provare a spiegarvi. 




5 modi per spiegare cos'è la fibro-fog

1. La fibro fog è la sensazione di avere nebbia nel cervello. Lo so, questa è la spiegazione più scontata ma per me anche più vera. Infatti uso spesso questa frase per spiegare ai miei cari come mai non riesco a lavorare o a finire il capitolo di un libro o perfino una partita di Mahjong (true story).

2. La fibro fog non ti permette di collegare il corpo col cervello. "Ho la sensazione di sentire fisicamente la presenza del cervello nel cranio, ma come se fosse inutilizzabile". Ok, questa frase (come altre) me l'ha prestata una donna che soffre di fibromialgia e frequenta i miei stessi gruppi e forum. Evocativa, spaventosa e molto, molto reale. 

3. "Ci si sente in una giostra che non ti permette di mettere insieme pensieri, parole e azioni". Esattamente. Come se il mondo girasse troppo in fretta e il tuo cervello non avesse il tempo materiale per trasformare il pensiero in parole comprensibili o in gesti corretti. 

4. Non percepire correttamente gli spazi. Una delle principali manifestazioni della fibro fog è a livello visivo, almeno per me. Provo a infilare il carrello grande nella fila di quelli piccoli al supermercato, perché in quel momento il mio cervello non avverte la dimensione corretta. Salgo e scendo le scale a una lentezza spaventosa perché non capisco la distanza tra uno scalino e l'altro. E, ovviamente, non posso guidare. 

5. "Sentirsi come ovattati". Eccola qui, un'altra definizione molto concreta come quella della nebbia nel cervello. L'ovatta ricopre tutti i sensi, impedendoti di capire cosa succede intorno a te e di seguire un discorso coerente. 



Come evitare la fibro fog e i suoi sintomi

Purtroppo non esistono (al momento) metodi corretti per evitare questo sintomo della fibromialgia o mitigarne gli effetti. Ognuno di noi malati cerca il proprio modo per difendersi dalla fibro fog, più o meno efficace. Per me funziona scrivere, scrivere, scrivere tantissimo. Meno faticoso che parlare a voce, mi permette di mettere in ordine i pensieri che nel cervello si fanno confusi. Ovviamente non guido ed evito situazioni che potrebbero mettere in serio pericolo me e gli altri. Mi circondo di calendari, diari e agendine per tenere tutto sott'occhio. Metto sempre in funzione Google Maps, anche se faccio lo stesso percorso mille volte, per non sbagliare la fermata dell'autobus o della metro. Metto i sottotitoli a film e serie tv, così ho sia l'udito che la vista per aiutarmi nel seguire i dialoghi. Limito le attività mentali come il lavoro alla mattina, quando il mio livello di energie è leggermente più alto. Tengo i farmaci della mia terapia fibromialgica in bella vista (rinunciando all'ordine in cucina) così li vedo e ricordo di prenderli. Cerco di fare sempre i piccoli gesti quotidiani (prendere il caffè, riempire la lavastoviglie, lavare i denti) nello stesso esatto ordine, se no rischio di dimenticarne qualcuno. Preferisco messaggiare che parlare al telefono, così posso rileggere più volte e non perdo pezzi di conversazione. Questi sono solo alcuni esempi, ce ne sarebbero a migliaia e ogni malato cronico ha i propri metodi. 
A voi che ci state accanto chiediamo semplicemente una cosa: abbiate pazienza, e soprattutto ricordateci di prendere le medicine giuste all'orario giusto. Sempre. Se no facciamo un pastrocchio, ragà. 


Il Signore degli Anelli, nuova traduzione: perché tradurre il fantasy è sempre fonte di polemiche

8 novembre 2019


Succede una cosa, quando ti affacci al tuo primo corso di traduzione, in qualsiasi settore e in qualsiasi lingua. Succede che l'insegnante esordisca sempre con la questione del "mondo condiviso". Sì, perché tradurre vuol dire prendere concetti, termini, oggetti, luoghi che appartengono a una lingua e quindi a una cultura e trasferirli a un'altra. Il "mondo condiviso" dai lettori della lingua d'origine non coincide con quello della lingua target, e quindi ogni concetto va ridimensionato sulla base di un altro mondo, di un'altra cultura, infine di un'altra lingua. Tradurre dall'inglese all'italiano, per esempio, non è una questione di corrispondenza tra le parole, ma di adattamento di termini, situazioni e oggetti il cui significato è condiviso dai lettori anglosassoni a termini, situazioni e oggetti il cui significato sia chiaro ai lettori italiani. Un lavoraccio. E quanto può essere maggiormente difficile, questo lavoraccio, se il mondo da tradurre non è né quello della lingua sorgente né quello della lingua target ma un mondo fantasy? Un mondo che, di fatto, non esiste se non nella mente del suo autore?



Perché il fantasy è l'incubo di ogni traduttore editoriale

Lo abbiamo visto accadere in numerose situazioni, l'ultima delle quali è la nuova traduzione de Il Signore degli Anelli. Il romanzo fantasy è un incubo, è l'inferno del traduttore editoriale. Perché il lavoro da svolgere è prendere un mondo (che non esiste, ricordatelo) e tramutarlo in un altro mondo (che non esiste, neanche questo) affinché i lettori di un'altra lingua possano capirlo. 
Facciamo un esempio pratico di traduzione editoriale di un fantasy. Siamo nel 1997, dall'Inghilterra arriva un libro fantasy per ragazzi che si chiama Harry Potter and the Philosopher's Stone,  di un'autrice sconosciuta. Un team di traduttori della casa editrice Salani ha il compito di renderlo fruibile agli undicenni italiani. Fruibile. Prendi la parola Hufflepuff e rendila fruibile agli italiani. Cioè, capite? Una parola che non esiste, che la signora Rowling ha inventato di sana pianta per raccontare una Casa che non esiste all'interno di una Scuola di Magia che non esiste. Traducilo tu, Hufflepuff, se sei capace. Scegli tu se sia meglio Tassorosso o Tassofrasso, ma fallo nel 1997, quando non hai idea di come proseguirà la storia. 
Cambiamo scenario. Siamo nel 1999, i signori della Mondadori decidono di portare in Italia un romanzo fantasy scritto da George R. R. Martin qualche anno prima. Si chiamerà Il Trono di Spade. C'è un personaggio, Hodor, che nella versione inglese ha una particolarità: conosce una sola parola, appunto Hodor, e per questo viene chiamato così. Il traduttore editoriale decide di mantenere il nome anche in italiano. Significherà qualcosa, se l'autore ha deciso di dargli una backstory così strana, lasciamolo così. Nel 2016, prima ancora che la saga letteraria finisca, l'omonima serie tv rivela il vero significato di Hodor, e quel punto la scelta del traduttore di mantenere il nome originale si rivela sbagliata. Ma che ne sapeva, 17 anni fa, di cosa sarebbe successo a un personaggio che non esiste, in un mondo che non esiste, in un libro che deve ancora essere scritto?
Capite, adesso? Come può il traduttore editoriale conoscere i dettagli di un mondo che esiste solo nella mente del suo autore? Come può trasformare in parole comprensibili i nomi di personaggi, creature, luoghi che non esistono? Ve l'ho detto, è un lavoraccio



Il Signore degli Anelli, la nuova traduzione e le polemiche nerd

Diciamoci la verità: siamo nerd e non vediamo l'ora di poter fare polemica sulla prossima notizia del mondo della letteratura, della tv, del cinema e dei fumetti. Viviamo di questo. E quindi quanto siamo stati trepidanti, in attesa della nuova traduzione de Il Signore degli Anelli? L'opera somma del professore Tolkien, la bibbia del fantasy, la saga che ha dato il via a tutte le saghe, ha una nuova edizione, con tanto di nuove copertine e - tremate, tremate, una nuova traduzione
Uscito da meno di 10 giorni, Il Signore degli Anelli in versione 3.0 ha scatenato le reazioni più contrastanti. C'è chi adora la nuova traduzione, apparentemente più fedele alle scelte linguistiche e filologiche di Tolkien e chi dice che no, il professore aveva approvato personalmente la prima traduzione (quella del 1967 firmata da Vittoria Alliata per Atrolabio) e odierebbe questa nuova versione, tradotta da Ottavio Fatica per Bompiani. Chi ha ragione?



Il "mondo condiviso"... dai fan

Ci sono opere che restano per sempre nascoste in un angolino della polverosa libreria di paese e non verranno mai discusse in pubblica piazza. Ci sono opere, come le 3 di cui abbiamo parlato (Il Signore degli Anelli, Harry Potter, Il Trono di Spade) che sono ormai entrate a far parte della cultura del nostro secolo. Una cultura pop, se vogliamo, ma pur sempre cultura. Un giorno queste tre saghe verranno studiate nei corsi di letteratura, di cinema, di sceneggiatura per la tv. Lo sono già, in qualche università pioniera in giro per il mondo. E quindi no, quel mondo fantasy di Hogwarts, di Westeros e della Terra di Mezzo non esistono più soltanto nella mente dei rispettivi autori. Esistono anche nelle nostre menti, fanno parte di quel "mondo condiviso" che non sempre è tangibile ma è comunque parte della nostra esperienza e della nostra cultura. 
Nel nostro mondo, quello di noi fan più o meno accaniti, la Poesia dell'Anello è importante quanto l'Infinito di Leopardi. E l'Infinito di Leopardi mica lo riscrivi. Lo puoi analizzare alla luce di nuove scoperte filologiche e linguistiche, ma non lo puoi riscrivere. E non puoi riscrivere neanche la Poesia dell'Anello, né i nomi dei protagonisti del Signore degli Anelli, perché nella cultura italiana sono già presenti, sono arrivati nel 1967 con dei nomi e quelli restano. Come Hodor resterà Hodor in ogni futura edizione de Il Trono di Spade. Giusto?


Moda inverno 2019-20: come abbinare il maglione oversize?

6 novembre 2019


Pullover, felpe e maglioni oversize sono il must have di stagione per la moda inverno 2019-20. Caldissimi, morbidi e ampi, ci nuoti dentro e ti perdi nell'abbraccio della lana. 


Come abbinare un maglione oversize?

Se la lana è la regina della moda invernale, i volumi over sono i protagonisti di quest'anno. A dominare in passerella e nelle vetrine sono le forme informi: maniche lunghissime, spalline a sbuffo, linee che scivolano sul corpo avvolgendolo in caldissimi strati di lana e non solo. Ma come abbinare i maglioni dalle linee così eccessive? Ecco 10 risposte da grandi griffe e brand low cost. 

10 soluzioni per abbinare i maglioni nella moda inverno 2019-20

1. Pantaloni cargo e cintura in vita. Questa è la proposta di Alberta Ferretti, che ha portato alla Milano Fashion Week una donna raffinata e moderna. Qui il maglione a collo alto è reso più femminile dalle sfumature di grigio e rosa e dalla cintura che sottolinea il punto vita, in aperto contrasto con la mascolinità dei pantaloni cargo bianchi. 


2. Volumi definiti e borchie. Per Balmain la moda è fatta di geometrie, e la collezione autunno inverno 2019-20 non fa eccezione. Il maglione in lana bianco, con spalline oversize e applicazioni, si abbina quindi a una gonna a trapezio e a tacchi vertiginosi. Le scarpe a punta e le borchie accentuano l'effetto geometrico dell'intero look. 


3. Total look in lana neutro. Per tantissimo tempo considerato un colore noioso, il beige in tutte le sue sfumature è tornato prepotentemente di moda qualche stagione fa. Zara ne fa un intero total look, con maglione oversize e pantaloni morbidi in lana. Usa gli accessori per aggiungere qualche tocco di colore et voilà. 


4. Da solo, come minidress. Il maglione maxi diventa un vestito mini, se scegli di indossarlo da solo. Questa è la scelta di MSGM che lo porta in passerella, con una fantasia a scacchi neri e rosa shocking, con solo un paio di calze parigine e anfibi neri. Chicchissimo. 


5. Con la gonna in tartan. La fantasia plaid è sempre amatissima per i look invernali: qui diventa chic, con la gonna midi con bottoni abbinata a un maxi maglione con collo e maniche esagerati e stampa fiammeggiante. Il total look è firmato Monse


6. Contrasti materici. Come sempre Antonio Marras gioca con i materiali e i tessuti più disparati, accostandoli in look inaspettati dal gusto gipsy. Per l'inverno 2019-20, il maglione oversize a quadri multicolor è indossato con un'impalpabile gonna di pizzo e tulle. Pesantezza e leggerezza si incontrano, stravolgendo le proporzioni e le aspettative. 


7. Con la gonna di pelle. Look aggressivo per Alexander Wang, da sempre appassionato di moda grunge. Il suo maxi pullover è sdrucito e tagliato a vivo, e si indossa con una gonna a matita lavorata, rigorosamente nera, e stivali di vernice.


8. In versione poncho. Anche Brunello Cucinelli sceglie la pelle per il suo maglione oversize in stile poncho. La gonna però si fa corta e a trapezio e i toni della terra, ripresi anche dal collant coprente, rendono l'intero look più sobrio. 


9. Con i pantaloni da tuta. L'athleisure fa ormai parte della nostra vita quotidiana: un mix tra capi da palestra e pezzi casual, apparentemente casuale ma in realtà studiatissimo. Lo utilizza Isabel Marant Etoile, la linea più sportiva della stilista francese, che abbina i leggins con banda laterale a un maglione over con zip e poi rende tutto iperfemminile con il tronchetto a punta.


10. Con i pantaloni dal taglio maschile. Chanel coglie la dicotomia tra maschile e femminile e la esalta in questo look per l'inverno 2019. La moda ha smesso di dividere i due generi e i pantaloni con pinces si abbinano al maglione dai volumi oversize. Black and white, ovviamente. 


5 motivi per cui Crazy Ex Girlfriend ti rende una persona migliore

1 novembre 2019


Crazy Ex Girlfriend è giunto alla sua conclusione e la quarta e ultima stagione è arrivata su Netflix, insieme a uno speciale concerto in cui il cast canta dal vivo le più belle canzoni della serie tv. Adesso, dopo aver scoperto come finisce Crazy Ex Girlfriend, possiamo ragione su cosa ci ha insegnato in merito alle malattie mentali, alla vita e all'amore. 


5 cose che ho imparato da Crazy Ex Girlfriend

Iniziata come una serie tv comedy, frivola e paradossale, con meravigliose esibizioni che fanno ironia sul mondo del musical, Crazy Ex Girlfriend si è rivelata di stagione in stagione qualcosa di più. Uno studio sulla malattia mentale, sulla vita, sull'amore, sulle scelte personali e su come prendersi la responsabilità delle proprie. 
Ecco 5 motivi per cui guardare questa serie ti rende una persona migliore


1. La vita non ha un senso narrativo

Lo canta Josh Groban in quella che, una volta arrivata alla fine, rimane la mia canzone di Crazy Ex Girlfriend preferita. La serie tv, ideata da Rachel Bloom che ne è anche protagonista, ha rivoluzionato in questo senso il concetto di sit-com. Così come Bojack Horseman per le serie animate, questo prodotto della CW spezza il ritmo narrativo classico delle serie tv per fare un'incursione, realistica pur tra situazioni assurde e numeri da Broadway, nella vita vera. Che, appunto, non ha un senso narrativo. Le persone non sono personaggi, sono complicate e le loro scelte non sempre hanno un senso. Questo succede ai personaggi di Crazy Ex Girlfriend. Sono reali, sbagliano, provano a tirarsi su, cadono di nuovo, si evolvono con il passare delle stagioni, conoscono sé stessi. Non sempre con un filo logico e narrativo sensato. Proprio come nella vita vera. 



2. Non smettiamo mai di evolverci

Non solo la protagonista Rebecca Bunch (liberamente ispirata alla stessa Rachel Bloom), ma tutti i personaggi della serie tv finiscono in un punto della propria vita completamente diverso da quello della prima stagione. Tutti di età, situazione sentimentale e lavorativa, carattere e attitudini diverse, tutti cambiano, si evolvono e conoscono nuovi aspetti di sé stessi che non credevano possibili. Come finisce Crazy Ex Girlfriend non ve lo dico, non voglio fare spoiler, ma di certo in una maniera che non avremmo mai immaginato dalla prima puntata dello show. E questo è bellissimo, è rassicurante. Per quanto facciamo schifo (sì, tutti facciamo schifo, in un modo o nell'altro), abbiamo sempre un modo per crescere, per evolverci, per diventare persone migliori. A qualsiasi età. 



3. Cosa vuoi fare da grande?

Il finale di Crazy Ex Girlfriend ci insegna che non dobbiamo per forza avere la risposta a questa domanda quando finiamo il liceo. E neanche quando finiamo l'università. Che la risposta può cambiare anche mille volte nella vita di un essere umano, e questo va bene. Questo è bello. C'è chi ha una vocazione chiara e precisa e lavora tutta la vita per raggiungere i propri obiettivi, ma c'è anche chi cambia strada mille volte, segue deviazioni e percorsi tortuosi e solo dopo un'infinità di tentativi raggiunge la risposta giusta alla fatidica domanda "Cosa vuoi fare da grande?"



4. Normalità, disturbi emotivi e malattie mentali

Uno dei temi principali di Crazy Ex Girlfriend è, come dice già il titolo della serie tv, la malattia mentale. Quel "pazza" che viene appiccicato addosso alla protagonista per le sue scelte impulsive e per i suoi comportamenti ossessivi, che prima appare come un motivo di humor e pian piano diventa il vero tema dello show. Dai momenti di introspezione più oscuri (sempre sottolineati da splendide canzoni), alla diagnosi, alla terapia, impariamo i complicati concetti di normalità, disturbi emotivi e malattie mentali. Il disturbo borderline di Rebecca assume un ruolo sempre più importante nella trama della serie, fino a diventare il tema principale dell'ultima stagione. La stessa struttura della serie tv in quattro stagioni è pensata per rappresentare i quattro stadi della perdita e del lutto, culminando proprio alla fine con il quinto - la speranza. Rebecca nega, si arrabbia, cerca una mediazione, si deprime e infine accetta sé stessa. Senza farsi sconti. Comprendendo che soffrire di una malattia mentale può essere la motivazione di alcune sue scelte, ma non la giustificazione del male che ha fatto. Di cui deve prendere atto e fare ammenda. 


5. L'amore non è destino, è consapevolezza

Chi sa come finisce Crazy Ex Girlfriend capirà immediatamente, agli altri lascio lo spazio per godersi pienamente il finale di stagione (un po' stucchevole, ma bellissimo). Il punto focale della serie tv sembra essere dall'inizio la ricerca dell'uomo perfetto, dell'altra metà della mela, dell'OTP (one true pairing) che troppo spesso noi fangirl sognatrici desideriamo per i nostri eroini. Ma pian piano che ci si avvicina al finale della quarta stagione, ci rendiamo conto che il punto non è mai stato Con chi finisce Rebecca? La domanda reale di tutta la serie tv è sempre stata Chi è Rebecca? e in questo finale di serie finalmente lo scopre. Non si tratta del classico grido di autoaffermazione, qui c'è qualcosa di più. Si tratta del viaggio che ogni persona che soffre di una malattia mentale (e non solo) deve compiere per riconoscersi, amarsi, scoprirsi e soltanto dopo, magari, imparare ad amare l'altro. E questo è il più bel motivo per cui dovresti guardare Crazy ex Girlfriend: perché tra un numero di disco music e una parodia di La La Land, forse troverai te stesso. O imparerai, almeno, a cercarti. 


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