Joker, cosa rappresenta il film tra malattia mentale e studio sociologico

28 ottobre 2019


A quasi un mese dalla sua uscita al cinema (e quasi due dalla sua presentazione al Festival di Venezia 2019), appare chiaro come Joker sia il film dell'anno. E per svariati motivi. 


Il film Joker mette d'accordo pubblico e critica

E non è mica una cosa da poco. I cinecomics sono amatissimi (fin troppo) dal pubblico, ma che vengano acclamati da critici e giornalisti è tutta un'altra storia. Il Joker del 2019 ci riesce, guadagnando il Leone d'Oro come miglior film al Festival di Venezia, il primo posto come film vietato ai minori di maggior successo nella storia del cinema e numerosissime recensioni. 
Tutti ne parlano, tutti lo amano, qualcuno paventa il rischio d'emulazione dietro l'angolo. Una critica debole, che se proprio vogliamo andrebbe fatta ad almeno metà della produzione cinematografica, letteraria e televisiva della storia dell'umanità. Quindi lasciamola da parte. Semmai chiediamoci perché questo personaggio ha tanta presa, perché in un mondo di supereroi amiamo tanto Joker, cosa rappresenta?



Joker e la malattia mentale, il vero fulcro della storia

Tra tutti i villain dei fumetti, il Joker ha sempre avuto un ruolo predominante. L'inquietante maschera del clown violento e vendicativo ha ispirato innumerevoli racconti e versioni sullo schermo, da quelli più fumettosi degli anni '80 e '90 a quello intenso, spaventoso e cupo di Heath Ledger ne Il Cavaliere Oscuro. Todd Phillips e Joaquin Phoenix, splendido interprete del Joker 2019, portano il personaggio a un livello di realismo ancora più marcato, legandolo indissolubilmente a quella follia che è sempre stata parte del suo personaggio ma che qui ne diventa caratteristica totalizzante. 
Joker non è un eroe, non lo è mai stato, ma c'è di più: qui non è neanche propriamente il cattivo. Non ci sono strani esperimenti chimici a trasformarlo, non c'è il supereroe da combattere, non ci sono mostri con cui allearsi. Solo i propri demoni interiori. Arthur Fleck, ovvero Joker, è la vittima sacrificale di una società malata che odia i malati. I disturbi psichiatrici, suoi e della madre Penny, appaiono dolorosamente reali, pervadono l'intero film, al punto che quella risata maniacale risuona in testa per giorni dopo averlo visto. La risata del Joker. Anzi, la risata di Joker, senza l'articolo, perché non è mai chiaro se quello che vediamo al cinema sia realmente il cattivo di Batman o solo il simbolo che lo ha ispirato.
Joker è uno studio sulla malattia mentale, sulla lenta e inarrestabile discesa agli inferi di chi non ha un contatto con la realtà e non ha un ponte per raggiungerla. Adottato e poi abusato da una madre altrettanto disturbata, ignorato dagli assistenti sociali, deriso dai conduttori tv e perfino dai delinquentelli di strada, nulla può salvarlo dal suo baratro. La discesa è ripida, scandita da musica da crooner e lenti passi di danza (in gran parte improvvisati dal geniale Joaquin Phoenix). Ma è reale? Gli omicidi, di volta in volta sempre più efferati, la rivolta, le luci della ribalta come simbolo di un'intera città di derelitti, sono cose accadute veramente o solo nella testa di Joker?



I personaggi come Joker e la società che li circonda

A metà strada tra Taxi Driver e V per Vendetta, il Joker di Todd Phillips diventa simbolo dietro il quale si riunisce tutta la massa di poveri, bistrattati, disperati abitanti di Gotham City. Gli stessi che all'inizio del film lo picchiavano e deridevano. 
Se lo studio psicologico su Joker rimane sempre il fulcro del film, il suo intento sociologico resta più nebuloso. Davvero è possibile che un'intera città si rivolti contro l'alta società di Gotham City dopo un solo gesto violento compiuto da una sola persona? Gesto, tra l'altro, non di particolare impatto o significato sociale: tre lavoratori di Wall Street vengono uccisi da un uomo truccato in metropolitana. Nonostante la sua drammaticità, non dovrebbe essere una notizia così sconvolgente, nella solitamente violenta Gotham. Dei tre uomini non scopriremo mai neanche i nomi. Perché tutta la città si riunisce dietro questo triplice omicidio e innalza ad eroe il suo fautore? Il film non lo chiarisce mai, volutamente. 
E interpretare la trama a livello sociologico sembra aver diviso la critica, questo sì. Si tratta di un generico quanto banale messaggio uniamoci-tutti-contro-la-casta, di una critica contro la facilità con cui le masse scivolano nella violenza, di uno studio sociale sull'eterna dicotomia ricchi vs. poveri o cosa? Forse nessuna di queste cose. Forse è solo un'altra fantasia di Arthur Fleck, come il voler credere a tutti i costi che la bella vicina di casa lo veda come un eroe e non come un uomo pericoloso da tenere alla larga dalla sua bambina. 



Perché Joker è cattivo?

Attenzione signori: qui Joker non è il cattivo classico dei fumetti ma è, innegabilmente e senza dubbio alcuno, un cattivo. E se qualche spettatore ha interpretato questo film come una consacrazione ad eroe del derelitto che si vendica contro la società che lo ha sempre bistratto, mi dispiace ma credo si sbagli. 
Joker è cattivo, è un serial killer. Joker è la genesi di un assassino, il fallimento di una società che non sa trattare i malati di mente e li porta a due soluzioni: l'isolamento o la violenza. Il film non esalta, non glorifica, non giustifica gli omicidi e l'efferata violenza di Arthur Fleck. Ne spiega la genesi. Ci mette in guardia. La parte peggiore di avere una malattia mentale è che la gente si aspetta che tu finga di non averla. E così sprofondi nel baratro, nella violenza, nella disperazione. Joker non è una storia di rivalsa, è una storia di disperato dolore. Ed è per questo che lo amiamo. Perché ci sentiamo simili a lui, in qualche modo tutti vittime, e cerchiamo di giustificare il nostro essere carnefici. Perché siamo tutti più simili a Joker che a Batman, come scrive intelligentemente Claudia Catalli su Wired.  


5 regole della moda autunno inverno che devi dimenticare

24 ottobre 2019


Che la moda non ha regole lo abbiamo già detto, vero? Che il blu e il nero stanno benissimo insieme così come le gonne di tulle con le sneakers, pure. Non ci resta che dis-imparare altre 5 regole della moda che non valgono più per l'autunno inverno 2019-20.


5 regole della moda che devi dimenticare


1. I fiori in primavera

O meglio, sì, i fiori in primavera vanno benissimo, ma anche in autunno! Su quali puntare? Sulle rose, possibilmente rosse. Il colore intenso e passionale si lega benissimo alle atmosfere autunnali e il romanticismo intrinseco in questo fiore permette di portare un po' d'amore nei tristi completi che indossiamo di solito in inverno. 


Maglione con dettagli floreali Dries Van Noten

Maxi dress stampa fiori Vivetta



2. Leggins e tute solo in palestra

"I pantaloni della tuta sono un segno di sconfitta. Avete perso il controllo della vostra vita se uscite con la tuta". Lo diceva Karl Lagerfeld, pace all'anima sua. Ma si sbagliava. La moda autunno inverno 2019-20 ci dimostra che comode e stilose si può. Scusa zio Karl, se preferiamo un paio di comodissimi pantaloni da jogging ai jeans skinny che ci impediscono di respirare. Scusa. 


Tuta in acetato Palm Angels

Dettaglio pantaloni da tuta Louis Vuitton




3. Abbasso i collant!

Arrivano le mezze stagioni e ogni esemplare di maschio eterosessuale ci tiene a farci una raccomandazione in particolare (ma per il nostro bene, eh): smettiamola di indossare i collant. I collant sono brutti, poco femminili, anti-sesso. Peccato che, sorpresa sorpresa, quando una donna decide cosa indossare non lo fa soltanto per attrarre lo sguardo del maschio predatore. E quindi noi i collant li mettiamo. Neri, coloratissimi e, orrore degli orrori, perfino color carne. Voltati dall'altra parte, maschio eterosessuale, non vorremmo mai ferirti con un pericolosissimo indumento in nylon!


Total look con collant neri Alexander Wang

Abitino con collant in tinta Kate Spade New York


4. Il tailleur solo in ufficio

 Sì, il tailleur di una volta, forse. La moda autunno inverno 2019-20 ci regala completi pantalone-blazer così fighi che relegarli alle quattro mura dell'ufficio è un delitto. Giacche lunghe abbinate a pantaloni aderenti o gonne a matita, possibilmente in fantasie maschili, si abbinano a sneakers e t-shirt stampate nel tempo libero, a top di seta e tacchi killer per la sera. 


Tailleur in denim House of Holland

Tailleur a stampa check I'M Isola Marras


5. La gonna a pieghe è solo per le sciure

Non più, baby. La gonna a pieghe di lunghezza midi diventa rock: per l'autunno inverno si porta in pelle total black e si indossa con maglioni oversize, felpe pop e tronchetti dal tacco squadrato. Nonna Chicca a chi?

Gonna a pieghe in pelle rossa Marni

Gonna a pieghe in pelle nera Zara

Serie tv da vedere: The Politician è tanto assurda da risultare irresistibile

16 ottobre 2019


Se dall'autore di Glee, Pose e American Crime Story abbiamo imparato qualcosa è che la parola "troppo" non esiste. Almeno non a Murphylandia, il regno rosa confetto di Ryan Murphy in cui tutto è eccessivo, niente è in equilibrio, le trame sono assurde e i personaggi inverosimili. Eppure irresistibili. 




Perché The Politician è tra le serie tv da vedere in questo autunno

Netflix sembra puntare a questa stagione televisiva e cinematografica con grandissima convinzione. Oltre ai film d'autore presentati al Festival del Cinema di Venezia, arriva la seconda stagione dell'altrettanto assurda Insatiable, arrivano la terza stagione di Big Mouth e di The Crown, inizia (speriamo col botto) il finale di BoJack Horseman. Ma è con The Politician, e l'incredibile e blindatissimo contratto che lega Ryan Murphy a Netflix per i prossimi 5 anni, che la piattaforma ha cominciato a guadagnarsi una posizione di tutto rispetto nella stagione d'oro della tv. 
The Politician è Gossip Girl che incontra Pose che incontra Glee, e il risultato è un teen drama dal gusto barocco. Visivamente Wes Anderson, tematicamente Sex Education, i riferimenti alle serie tv targate Ryan Murphy e ai pilastri della tv e del cinema dei primi anni 2000 si sprecano. Si confondono. E confondono lo spettatore in un tripudio di lustrini e zucchero filato nel quale è difficile districarsi. 




Le ossessioni di Ryan Murphy e dei suoi personaggi

I personaggi di Ryan Murphy sono sempre ossessionati da qualcosa. Dal successo in Glee, dalle ballroom battles in Pose, dal potere in The Politician. Il protagonista Payton Hobart si lascia amare per il suo essere vulnerabile e fondamentalmente una brava persona, ma non si iscrive completamente nel club dei buoni. Nessuno lo è veramente. La madre (una Gwyneth Paltrow che sembra ricatapultata nei panni di Margot Tenenbaum) troppo ossessionata dallfelicità per inseguirla davvero; il padre troppo impegnato a mantenere le apparenze per rendersi conto che i suoi figli progettano il suo omicidio; la fidanzata che, con l'obiettivo di diventare first lady, dimentica lungo la via il suo amore per Payton. E gli amici, quell'assurdo serraglio di personaggi impeccabilmente vestiti e cinicamente pronti a tutto per la politica. Non si salva nessuno. C'è la nonna che avvelena la nipotina per ottenere pranzi e viaggi gratis; il fidanzato pronto a uccidere per riavere la sua ragazza; la ragazzina viziata, tanto accecata dall'ipocrisia della sua famiglia da inscenare il suo stesso rapimento. 
Tutti personaggi a loro modo odiosi, intollerabili, eppure estremamente affascinanti. Perché nella loro assurda corsa al potere rivediamo lo specchio della politica attuale (tanto in USA quanto in Italia) e anche, per quanto ci dispiaccia ammetterlo, lo specchio di noi stessi. E sono sempre i personaggi peggiori a farci vedere chi siamo davvero. 




La fluidità sessuale: non siamo i nostri genitori

Il sesso non ha nulla a che vedere con la lealtà. Non siamo i nostri genitori. Così dice Alice a Payton nell'ultima puntata della prima stagione. E se il tradimento è un argomento delicato, su cui ognuno ha la propria opinione, sulla seconda parte possiamo essere tutti d'accordo: non siamo i nostri genitori
Ryan Murphy ce lo ricorda continuamente, non sono mettendo a confronto una generazione e l'altra (padri, madri e figli sono il nucleo centrale di numerose sottotrame) ma anche mostrando la serenità con cui la cosiddetta Generazione Z affronta la fluidità sessuale e l'assenza di etichette. Con Pose Ryan Murphy aveva stravolto la storia della tv LGBT, mettendo per la prima volta attrici transessuali nel ruolo di - pensate un po' - personaggi transessuali. Qui valica ancora il confine. Di Skye viene esplicitamente dichiarata l'identità gender non-binary (non si riconosce nel genere femminile né in quello maschile), ma gli altri personaggi di The Politician lasciano le loro preferenze sessuali ambigue. Astrid e Payton, McAfee e River (l'unico personaggio interamente positivo, che paradossalmente permette di affrontare temi delicati come il suicidio adolescenziale e l'accesso incontrollato alle armi in America) hanno un orientamento sessuale fluido. Ma l'esempio più lampante è quello di James. Interpretato da Theo Germaine, un giovane attore transessuale, la sua identità sessuale non viene mai nominata all'interno della serie tv. Intenzionalmente. Ryan Murphy ha deciso che nulla importa, nell'era della fluidità, se non la storia. E il fatto che James sia transessuale non ha nulla a che vedere con la storia, quindi viene tralasciato. Chissà se un giorno la smetteremo anche noi, di chiederci davanti allo schermo "Ma quello è maschio o femmina? Sembrerebbe un maschio, ma ha il sedere da femmina!" e ci concentreremo sulla storia. Chissà.



The Politician, come finisce?

Nella migliore tradizione di Murphylandia, la trama barocca (come ama definirla lui) della sua serie tv si complica e si intreccia all'infinito negli ultimi minuti della prima stagione. E si conclude con l'apertura di una nuova campagna elettorale, premessa di un The Politician 2 già in lavorazione. Ryan Murphy non ha alcuna intenzione di lasciare i suoi personaggi ai loro abitini bon ton e alle loro canzoni strappalacrime. E neanche Netflix. E neanche noi. 



Decidere cosa postare sui social: gestire lo storytelling della tua malattia cronica

8 ottobre 2019


Decidere cosa postare sui social è sempre un piccolo grande dilemma: ormai parte integrante della nostra vita, internet non rappresenta un mondo separato da quello reale, ma piuttosto una continuazione delle nostre vite quotidiane. E quindi cosa postare, cosa no, quanto raccontare della tua malattia cronica e della tua vita? Che fatica.


Perché postare sui social il racconto della tua malattia cronica?

Che la scrittura sia terapeutica per i malati cronici e non solo è un fatto assodato da ricerche scientifiche. Mettere nero su bianco dubbi, paure, piccoli e grandi problemi, scegliere se ironizzare sulla propria condizione o raccontarne la cruda verità è un metodo usato in psicologia, nel trattamento di malati terminali e malati cronici e anche nella ricostruzione di eventi traumatici del proprio passato. Ma la domanda è: perché postare sui social racconti, immagini e situazioni che rivelano le nostre fragilità?




Scrittura terapeutica: cos'è e come funziona

Che la medicina narrativa o scrittura terapeutica facciano bene alla salute è stato dimostrato da studi scientifici e psicologici. Elaborare ansie, paure, blocchi emotivi sulla carta (o sullo schermo del pc) permette di affrontarli in maniera "sicura". Soprattutto per chi ha difficoltà nel farlo a voce. Il bonus della scrittura terapeutica per i malati cronici è quello di rendere visibile, nero su bianco, qualcosa che spesso viene considerato invisibile. 
Provo a spiegarmi meglio. Il dolore di ogni tipo, compresi il dolore emotivo e il dolore cronico, non ha una manifestazione tangibile. La gente ha piena libertà di crederti o non crederti se dici di provare dolore ogni giorno, perché se la tua è una malattia invisibile come la fibromialgia o se soffri di una malattia mentalenon hai un modo di dimostrare con analisi ed esami la reale presenza ed entità di quel dolore. Ovviamente, chi non ti crede a voce potrebbe non crederti neanche per iscritto, ma i benefici della scrittura terapeutica sono soprattutto per te stesso. Sei tu a vedere con maggior chiarezza quello che ti succede, che spesso neanche i medici sanno spiegarti (perché ti manca la preparazione per comprendere i termini tecnici, perché la tua malattia non ha ancora degli studi comprovati, per un miliardo di motivi). Quando ti siedi alla scrivania e trasformi il tuo dolore in parole, diventa in qualche modo più comprensibile, tangibile, presente ed affrontabile. 




Che c'entrano i social?

Soprattutto per la nostra generazione (i temibili millennials) e per quelle successive, i social network sono semplicemente parte della nostra vita quotidiana. Sono il nostro modo di conoscere il mondo, rapportarci ad esso e gestire lo storytelling della nostra vita. E nel caso dei malati cronici, anche della nostra malattia. 
Capita spesso che un malato cronico tenda ad isolarsi, perché al dolore fisico si aggiungono i problemi mentali ed emotivi che ne derivano o semplicemente perché costretto a rinunciare a parte della vita sociale, lavorativa e comunitaria delle persone "sane". Quel piccolo strumento tutto schermo diventa la tua finestra sul mondo, il tuo unico modo per mantenere i contatti, per non sentirti solo, per non impazzire. E quindi, a volte più che per gli altri, un mezzo per essere vivo, per raccontarti, per condividere. 
Ogni giorno un malato cronico, soprattutto se giovane, si trova a decidere cosa postare sui social. Ognuno di noi (anch'io, ovviamente) tende ad appiccicare un'etichetta su tutte le persone che conosce. Non (sempre) per cattiveria, ma perché ci rende le cose più facili. Avere a che fare con gli esseri umani è una cosa estremamente complicata e pensare che ogni persona della nostra vita corrisponda a una precisa definizione semplifica i nostri rapporti interpersonali. Tendiamo a dare per scontato che il tipo divertente del nostro gruppo di amici sia sempre divertente, e andiamo in tilt quando ha una giornata no. Che la persona timida e riservata in famiglia non debba mai avere un momento di spontanea euforia. Delude le nostre aspettative, complica la nostra conoscenza di quella persona, ci costringe a trovare un nuovo modo per rapportarci con lei. 
Tutto questo accade anche nel caso di una malattia cronica o di una malattia mentale. Tendiamo ad appiccicare le etichette su chiunque, perché non dovremmo farlo su chi ha una caratteristica precisa e immutabile come, appunto, una malattia incurabile?


Come decidere cosa postare sui social quando hai una malattia invisibile

Se avessi una gamba amputata, lo saprebbero tutti, nessuno si permetterebbe di mettere in discussione la cosa. E non te la sto mica augurando, eh. Ma con le malattie invisibili è tutta un'altra storia. Lo sai benissimo: qualunque cosa tu faccia o non faccia, ci sarà qualcuno pronto a mettere in dubbio la veridicità della tua condizione. 
Se pubblichi sui social una foto in cui sei in vacanza e ti diverti, probabilmente non stai veramente male. Se racconti di star male, stai solo cercando attenzioni. Se ironizzi sulla tua malattia, vuol dire che l'hai completamente accettata e interiorizzata e non c'è alcun bisogno di preoccuparsi della tua sensibilità. Se non te la senti di ironizzare e hai bisogno di sfogarti, sei una persona negativa che non sta combattendo, dovresti essere una guerriera! Non ci pensi a chi sta peggio di te? E via discorrendo. Ma in fondo, non è così per tutti? 
I social network ci danno il privilegio di gestire lo storytelling della nostra vita, stabilire la nostra immagine e cambiarla ogni volta che vogliamo. E quindi via, pubblica quella foto o quel post che desideri condividere con amici, parenti e non. Chi ci ama capirà. Di chi non ci ama, che importa?



Perché visitare Trieste e cosa vedere nella città tra l'Italia e l'Istria

3 ottobre 2019


Romantica e affascinante, fonte d'ispirazione per scrittori e poeti di tutti i tempi e legata indissolubilmente alla dinastia degli Asburgo: la magia di Trieste risiede nelle sue mille anime, tutte da scoprire.


Perché visitare Trieste?

Questa deliziosa città ha una storia unica nel panorama italiano. Per secoli austriaca, ancora ricorda con malinconia i fasti dell'Impero Asburgico, quando il suo porto rappresentava il collegamento tra l'Austria e il resto del mondo e la principessa Sissi visitava continuamente il castello costruito dall'eccentrico cognato. Qui si respira un'aria internazionale, si scopre un nuovo stile architettonico ad ogni svolta, si mangia ottimo pesce davanti alla piazza più bella d'Italia e soprattutto si legge, si conosce, si esplora. 




Gli Asburgo e il castello di Miramare

Chiedete a qualsiasi triestino (o almeno a quelli un po' avanti con gli anni): vi risponderanno che Trieste è degli Asburgo, sempre. Nonostante sia passato quasi un secolo dalla sua annessione all'Italia, Trieste guarda ancora con malinconia alla principessa Sissi, all'arciduca Max e all'Impero. Complice la trilogia di film con Romy Schneider, la figura dell'Imperatrice bellissima e triste ha ispirato innumerevoli storie, a metà fra leggenda e accuratezza storica. Non a caso, il Castello di Miramare è il motivo principale per cui, da anni, ho desiderato visitare Trieste
Bellissimo, bianchissimo, altero e maestoso, domina il Mar Adriatico con la sua architettura ispirata ai castelli spagnoli. Si dice che Massimiliano d'Asburgo lo abbia fatto costruire per la moglie Carlotta del Belgio, inserendo nella sua creazione dettagli e arredi che dimostrano l'eccentricità dell'arciduca. Le camere da letto sono come cabine di una nave (i posti preferiti di Max), i lussuosi saloni testimoniano la presenza di Sissi a Trieste, dove si recava per stare vicino al mare e sfuggire dalle grinfie della suocera. 
Oggi il Castello di Miramare, celebre anche per il triste destino che attendeva Massimiliano pochi anni dopo il suo trasferimento nella tanto amata dimora, è un museo che conserva gli arredi d'epoca degli Asburgo e quelli anni '30 del Duca Amedeo d'Aosta, il proprietario successivo. 


Piazza Unità d’Italia e Molo Audace

Definita la più bella piazza d'Italia, nel cuore della città si trova questo splendido quadrato di edifici, il cui quarto lato si apre verso il Mar Adriatico. Gli antichi palazzi storici in stili completamente diversi tra loro rendono questo luogo un paradiso per gli amanti dell'architettura e il mare che fa da sfondo regala un'atmosfera magica. Qui si mangia pesce freschissimo, si bevono ottimi vini, si ascoltano i triestini parlare quella lingua mista tra sloveno, friulano e veneziano con qualche accenno al tedesco. 



Un tour letterario a Trieste

Anche grazie alla sua posizione strategica, Trieste è sempre stata crocevia di culture, terreno fertile per la proliferazione di idee, movimenti artistici e letterari. Per questo non si può visitare Trieste senza dedicare il giusto tempo alla sua anima letteraria. Qui hanno vissuto autori e poeti come Italo Svevo, James Joyce e Umberto Saba. Recentemente la città ha voluto omaggiare questi nomi illustri con statue che rappresentano gli scrittori appena fuori dai celebri caffè di Trieste in cui hanno preso vita le loro opere più famose. Perfettamente inserite nel contesto urbano, le statue dei tre autori si mescolano con i passanti creando un delizioso gioco di caccia al tesoro per scovarli tra le vie della città.
Ma Trieste è una meta amatissima dai lettori anche per il vasto numero di librerie, rigattieri che vendono preziosi libri usati, mercatini delle pulci in cui scovare edizioni antiche dei propri libri preferiti. 



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