Marriage Story: il film con Adam Driver e Scarlett Johansson al Festival del Cinema di Venezia

30 agosto 2019



Raccontare la storia di un matrimonio attraverso il divorzio: si può? Sì, se hai la sensibilità di Noah Baumbach e attori di talento al tuo servizio. Ecco il mio primo film di questa edizione del Festival del Cinema di Venezia


Da sinistra Adam Driver, Laura Dern, Noah Baumbach, Scarlett Johansson e il produttore David Heyman sul red caroet del Festival del Cinema di Venezia


La trama di Marriage Story - Storia di un matrimonio

Il film di Netflix scritto e diretto da Noah Baumbach porta sullo schermo un argomento delicato, trattato con la sensibilità del cineasta in maniera intensa ma mai melodrammatica. La Storia di un matrimonio, appunto, raccontata attraverso il divorzio. "Quando una cosa finisce sei costretto ad osservarla, un po' come con una porta: se è aperta la attraversi senza pensarci, se è chiusa devi studiarne la serratura". Così in conferenza stampa Baumbach spiega la sua fascinazione per la fine di un amore, argomento ben noto allo stesso regista e alla protagonista del film, Scarlett Johansson. A farle da contraltare un sempre più intenso e talentuoso Adam Driver, che anche quest'anno è già in odore di nomination agli Oscar
La fragile coppia che osserviamo disfarsi è formata da Charlie e Nicole, rispettivamente regista e attrice di teatro con un figlio di 8 anni e visioni decisamente diverse della vita. Le loro differenze si scoprono a inizio film, con due struggenti lettere che il terapista di coppia chiede ai due di scrivere in merito a cosa amano l'uno dell'altra (riportate quasi per intero nel trailer del film di Netflix) e si inaspriscono sulla decisione di vivere, insieme al piccolo Henry, a New York o a Los Angeles. Nel corso del film la coppia si avvicina e si allontana, e a fare da sfondo a tutte le scene è un amore che, perfino alla fine, è sempre presente.

Laura Dern, Adam Driver e Scarlett Joahnsson al Festival del Cinema di Venezia


Vita e teatro, il divorzio come palcoscenico delle proprie fragilità

Come sottolineato da Adam Driver in conferenza stampa al Festival del Cinema, un tema ricorrente in Marriage Story è quello del teatro. Non solo perché i protagonisti sono rispettivamente il regista e la stella di una compagnia teatrale, ma anche perché nelle varie fasi della separazione e del divorzio marito e moglie sono in qualche modo costretti a recitare. Ci sono i discorsi con gli avvocati (una splendida Laura Dern per lei, Ray Liotta per lui), le cene di valutazione del loro rapporto con il figlio, gli incontri inevitabilmente tesi e poco spontanei con la mamma e la sorella di Nicole che hanno sempre amato Charlie e si trovano costrette ad allontanarsene. Un gioco di sceneggiature scritte e riscritte per raccontare la storia del loro matrimonio dipingendo uno o l'altro come il villain (divertentissimo sentire apostrofato così il Kylo Ren di Star Wars in una situazione di vita vera), quando spesso in un divorzio un nemico non c'è. Ci sono solo infinite riscritture della stessa storia che, anche e soprattutto nel momento in cui si disfa, rimane una storia d'amore. 

Laura Dern e Scarlett Johansson in una scena di Marriage Story - Storia di un matrimonio


Madri e padri: parità di genere e monologhi da Oscar

Se già si chiacchiera di Oscar per questo film di Noah Baumbach, non è solo per le splendide performance dei due protagonisti (seppur entrambi famosi al grande pubblico per dei blockbuster, sia Adam Driver che Scarlett Johansson hanno dimostrato più volte di brillare nei drammi familiari), ma anche grazie a una scrittura poetica, reale, intima e profonda.
Non è comune, nei film che trattano il tema del divorzio, guardare la storia di un matrimonio da entrambi i punti di vista e non riuscire a individuarne la vittima e il carnefice. Perché non c'è, e la sceneggiatura di Baumbach lo rende dolorosamente evidente. Si ride e si piange in questo film che ci racconta in maniera ugualmente intensa il dolore di lui e di lei, la difficoltà nel mantenere i rapporti con un figlio che non ha ben chiaro cosa stia succedendo, il dramma di decidere con una precisione chirurgica la percentuale di quel figlio che spetta al padre e alla madre. Ed è proprio in un monologo di Laura Dern che i ruoli genitoriali sono posti sotto la lente d'ingrandimento in una tirata, esilarante e ai limiti del blasfemo ma terribilmente vera, su quanto le madri debbano essere perfette e ai padri si possano perdonare infinite mancanze. Ma anche in questo caso, il contraltare è il dialogo di Charlie con il suo avvocato, che rende inutilmente grottesco ogni tentativo del padre di dimostrare quanto ami il figlio. Ancora una volta torna il tema del teatro, dei ruoli che, come ha spiegato Laura Dern in conferenza stampa dopo la proiezione del film, uomini e donne si assumono fin dall'alba dei tempi e che è così difficile modificare. 

Laura Dern, Noah Baumbach, Scarlett Johansson e Adam Driver al Festival di Venezia


Adam Driver, Scarlett Johansson e Noah Baumbach e la serie di coincidenze che li legano a questo film

I due attori protagonisti di Marriage Story hanno cominciato a dialogare con il regista prima ancora che questi scrivesse la sceneggiatura. Sono anni, infatti, che si vocifera di un nuovo film della premiata ditta Noah Baumbach e Adam Driver (insieme hanno lavorato a Frances Ha, While We're Young - Giovani si diventa e The Meyerowitz Stories). Quello che non sapevamo, e che non sapeva neanche Baumbach, è che Scarlett Johansson stesse affrontando il divorzio da Romain Dauriac proprio mentre lo script del film cominciava a prendere forma. Quello che molti di noi non sanno è che lo stesso Noah Baumbach ha affrontato un divorzio, quello dall'attrice Jennifer Jason Leigh, la cui sofferenza è ben evidente in Marriage Story - Storia di un matrimonio. Non sappiamo, forse, che sia Baumbach che Driver hanno lavorato con le rispettive partner (la compagna del regista è l'attrice, sceneggiatrice e regista Greta Gerwig; la moglie di Adam Driver è l'attrice di teatro e compagna alla Julliard Joanne Tucker), proprio come i protagonisti del film. Insomma, c'è un po' della loro vita vera in scena in Marriage Story - Storia di un matrimonio. Un film dalla sincerità spiazzante, che ha fatto ridere e piangere, arrabbiare e commuovere la platea al Festival del Cinema di Venezia, come una reale separazione dal proprio compagno di vita.

Scarlett Johansson e Adam Driver in una scena del film

Ho provato 19 abiti da sposa in 4 ore: ecco com'è andata

21 agosto 2019


Sognare l'abito da sposa è una cosa, indossarne uno... è tutta un'altra storia. Ho provato 19 abiti da sposa in 4 ore ed ecco com'è andata.

Provare abiti da sposa... è una maratona

Parliamoci chiaro: a tutte noi è capitato di sognare l'abito da sposa, qualunque esso fosse nella nostra mente. Vaporoso e romantico o aderente e scintillante, è l'abito per eccellenza, quello che da bambine ci fa brillare gli occhi davanti a un film in costume, quello che guardiamo sospirando mentre sfogliamo una rivista, quello che ci fa fermare davanti a una vetrina anche quando abbiamo 14 anni e nessuna proposta di matrimonio all'orizzonte. Perché, indipendentemente dal proprio rapporto personale con il matrimonio e con la moda, gli abiti da sposa sono innegabilmente belli. Sono quell'unica versione dell'abito haute couture che è concesso indossare a noi comuni mortali, non modelle, non milionarie, non invitate mensilmente a eventi di gala e red carpet Hollywoodiani. Insomma, dicevo, sono belli
Ma quanti sono? Entri in un atelier che a prima vista ti sembra piccolino e ti trovi a selezionarne una decina che potrebbero interessarti, e vieni presa da una smania di averli TUTTI, di vederteli indosso TUTTI. Almeno, questo è capitato a me, che mi sono ritrovata senza rendermene conto a provarne ben 19 nel mio primo giorno da futura sposa a caccia dell'abito giusto. Un numero che, a giudicare da forum e gruppi specializzati, è decisamente alto. E infatti il risveglio del giorno dopo mi ha trovata stremata, dolorante in ogni singolo muscolo del mio corpo e stanchissima. Dite: ma stanca di cosa? Di provare abiti e percorrere il minuscolo spazio tra il camerino e la pedana di rito? Sì. Perché 'sti cosi pesano una quintalata, oh. E portali è faticoso. Almeno, lo è stato per me. 



Cosa si prova ad indossare un abito da sposa per la prima volta?

Boh. Voglio dire, ogni futura sposa proverà una sensazione differente, no? Io sono arrivata in negozio con il terrore di sentirmi vestita da carnevale, ma devo dire che non è successo. Ho provato abiti da sposa letteralmente di tutti i tipi: da principessa e dal taglio ad A, aderenti e vaporosi, di pizzo e di seta, semplicissimi e super elaborati, e nessuno fortunatamente mi ha dato la sensazione "costume di carnevale". Erano tutti bellissimi e mi facevano sentire, ognuno a modo proprio, bellissima. Che non è proprio una cosa che mi capita tutti i giorni, quindi complimenti. 
Ciò non toglie però, che per la maggior parte degli abiti abbia pensato "Wow, è bellissimo, lo adoro, però adesso toglimelo di dosso". Perché bellissimo non è, ho scoperto, l'unico aggettivo che ti viene in mente quando provi un abito da sposa. Compaiono anche stretto, pesante, larghissimo, caldissimo, lunghissimo e tutta una serie di cose che ti fanno pensare "Ma chi se lo tiene addosso per un giorno intero?". 



Chi bella vuol apparire...

...un po' deve soffrire, si dice. Ma chi lo dice? Chi è stato quel pazzo maledetto che ha pronunciato questa frase per la prima volta? Chi, nel pieno possesso delle proprie facoltà mentali, ha pensato di abbinare i concetti di bellezza e sofferenza? Qualcuno che non ha mai sofferto un istante nella vita, ci scommetto. 
Come si può pensare che il sentirsi bella si abbini al concetto di sofferenza e sacrificio, e non a quello di sicurezza e disinvoltura? Perché boh, io non credo che mi sentirei bella se facessi fatica a camminare nel mio abito da sposa. Non mi sentirei bella se sotto strati e strati di crinolina sudassi come si suda scalando una montagna a mezzogiorno il 15 agosto (non che abbia mai provato quest'esperienza in prima persona, eh). Non mi sentirei bella se per entrare nel mio abito dovessi smettere di mangiare nei 6 mesi precedenti al mio matrimonio. Mi sentirei affamata, probabilmente. 



Ma in fondo è solo per un giorno!

Questa, care future spose, è la frase che sentirete e leggerete più spesso, ogni volta che proverete ad avanzare un dubbio su qualsiasi aspetto "tradizionale" di un matrimonio. Sì che i tacchi sono dolorosi, ma in fondo è solo per un giorno! Sì che non puoi respirare, muoverti, ballare e men che meno mangiare strizzata in quel corsetto, ma in fondo è solo per un giorno! Sì che 426 forcine ti faranno venire il mal di testa, ma in fondo è solo per un giorno!
Sbagliato. Non è solo per un giorno, è solo per quel giorno. Proprio quello. Quello del tuo matrimonio. E davvero vuoi autoinfliggerti una sofferenza perfettamente evitabile, proprio in quel giorno? Non so come risponderebbe una persona in perfetta salute, non so neanche come risponderebbe qualsiasi altra persona malata, perché anche nell'affrontare una malattia cronica in un contesto elegante ogni persona ha il proprio modo
So come risponderò io: no. Per quanto mi riguarda, non ne vale la pena. Se il giorno del mio matrimonio mi sveglierò con l'emicrania, pazienza. Se il giorno del mio matrimonio ci saranno 40 gradi e soffrirò le pene dell'inferno, pazienza. Se il giorno del mio matrimonio sarà particolarmente umido e avrò un dolore atroce alla cervicale, pazienza. Ma se il giorno del mio matrimonio soffrirò perché io stessa ho deciso di indossare un abito, o un paio di scarpe, o un'acconciatura pur sapendo già che mi farà soffrire... vorrà dire che sono proprio una cretina. E, con un pizzico di autostima, mi sento di dire che non lo sono. 


La retorica della donna guerriera: perché combattere una malattia non fa di te un soldato

13 agosto 2019


Sono settimane che mi chiedo se pubblicare o meno questo post, e oggi si è accesa la miccia che mi ha fatto decidere di sì. Perché oggi ho letto tante, ma tante di quelle cose sulla morte di Nadia Toffa, una guerriera, l'hanno definita, l'avete definita tutti. Ma combattere una malattia non fa di te un guerriero e dovremmo veramente smetterla di parlare in questi termini. Provo a spiegarvi il perché, pur rimanendo rispettosa di tutti i malati cronici (e di tutti i malati in generale) e della loro personalissima libertà di combattere la malattia come gli pare. 

La retorica del guerriero (e soprattutto della donna guerriera)

Capita, in generale, che le donne siano da sempre viste come le stoiche sopportatrici di tutti i mali del mondo. Il dolore è insito in noi, giusto? Abbiamo il ciclo, il parto e via discorrendo. Siamo biologicamente programmate per soffrire. E questo è vero, fino a un certo punto. 
Altrettanto vero è, però, che noi donne siamo abituate a non lamentarci. Silenziate, sempre, da tempo immemore. Le donne lavorano anche con 40 di febbre e gli uomini chiedono l'estrema unzione quando il termometro raggiunge 37,1? Eh sono fatti così, cosa vuoi farci, so' ragaaaazzi. Eh no. Sono abituati ad esprimere il dolore fisico che provano, laddove le donne sono silenziate, da sempre. Occhi bassi e bocca chiusa, sorridi e manda avanti la famiglia. Sempre. Pure se hai 40 di febbre. Pure se hai una malattia cronica. Pure se hai il cancro. Ed è così che, supportata da secoli di silenzio e da qualche decennio di iper-produttività, è nata la retorica del guerriero, e ancor di più della donna guerriera

Combattere una malattia: sorridi e vai avanti

Ed è così che, per uomini e donne è nata questa aberrante retorica del combatti, non ti arrendere, non mollare. Ma che significa? Che significa combattere una malattia, per una persona che soffre di patologie croniche o terminali? Che volete dire, quando dite una frase del genere? Io mica lo capisco. 
Capisco che l'intento sia quello di incoraggiare, ma non capisco a fare cosa. Non ti arrendere lo dici a uno che è stato bocciato 3 volte allo stesso esame: non ti arrendere, studia di più, studia meglio. Combatti lo dici a un atleta che deve affrontare un avversario temibile: combatti, dimostra il tuo valore, ce la puoi fare. Non mollare lo dici a uno che deve trasportare la spesa su per le scale e si stanca all'ultimo scalino: non mollare, manca l'ultimo scalino, se molli adesso cascano le buste e si rompono le uova. 
Ma a me, che soffro di una malattia cronica o terminale, perché dici di non mollare? Di combattere? Di non arrendermi? Cosa, esattamente, dovrei combattere? Il mio corpo, la mia malattia, il fato che mi ha mollato 'sto fardello sul groppone? Ma che pensi, che possa decidere io? Che non stia facendo abbastanza? Che mi stia arrendendo? 



Cosa dire e cosa non dire a un malato

Ti ripeto, amico, parente, conoscente di una persona malata: lo so perché dici di combattere la malattia. Lo so. Cerchi di essere d'aiuto. Non sai che stai contribuendo a creare la retorica del guerriero, che non può permettersi di cadere o di perdere o di stendersi sul campo di battaglia e riposare, almeno un pochino. Non lo sai. Te lo spiego io. 
Quando mi dici che sono una guerriera, che devo combattere, che ho la forza per fare qualsiasi cosa, non mi stai aiutando. Mi spiace. Mi stai facendo sentire in colpa. Lo so che non lo fai con cattiveria, te lo ripeto. Ma lo fai. Ti fa stare meglio, forse. Non ti arrendere, non mollare, combatti la tua malattia. Lo dici ad alta voce e ti sembra di essere una brava persona, di aver fatto il tuo. Non sai che dentro di me compare a caratteri cubitali la domanda "è colpa mia?". Nell'era della produttività inarrestabile e del divertimento a tutti i costi, mi stai dicendo che non ho il diritto di pensare "Cavolo, vorrei tanto essere pienamente in salute invece che malata" e di esserne triste o semplicemente di starmene sul divano, per oggi, e riposare.
Forse non te ne rendi conto, ma è questo che stai insinuando, quando mi dici combatti. Stai insinuando che non stia combattendo abbastanza, che ci sia qualcosa che potrei fare e non sto facendo. Che sia colpa mia, di fatto. Come quando Nadia Toffa, la guerriera, ha detto che il cancro è un dono. Stava facendo una cosa normalissima, umana, stava esercitando il sacrosanto diritto di un malato ad affrontare la propria malattia come gli pare. Anche come un dono, se questo lo fa stare meglio. Siete stati voi a sbagliare, tutti voi. Che con la vostra retorica della donna guerriera, che torna al lavoro dopo una malattia devastante, con i vostri incoraggiamenti al grido di Combatti! avete dato a tutti gli altri malati dei codardi. Combattere una malattia non fa di te un soldato né un robot, programmato per sopportare e tollerare con un sorriso e lavorare con dolori lancinanti. Sei e rimani una persona qualsiasi, con le sue debolezze, che certi giorni è coraggiosa e positiva e altri si butta giù, che certi giorni riesce a lavorare e ridere e uscire con gli amici e altri giorni vuole solo rimanere al buio della sua stanza e piangere. E va bene. Questa è la tua malattia, è il tuo corpo, non è una guerra e tu non sei una guerriera: sei una persona malata e nessuno ha il diritto di pretendere che tu faccia finta di non esserlo. 



Con un sentito saluto a Nadia, che guerriera forse lo è stata, a modo suo, ha fatto quello che voleva e che sentiva di poter fare. E un abbraccio a tutti i malati che guerrieri non sono, e va benissimo così. 

Differenze tra libro e film: Chiamami col tuo nome / Call me by your name

9 agosto 2019


"Oggi, il dolore, la curiosità, l'eccitazione per una persona nuova, la promessa di una gioia immensa a portata di mano, il goffo tentativo di sondare chi potrei fraintendere ma che non voglio perdere e di cui ogni volta devo prevedere le mosse, l'astuzia disperata che uso con chiunque desidero e voglio mi desideri, le barriere che innalzo come se tra me e il mondo ci fossero non uno, ma molti strati di porte scorrevoli in carta di riso, l'urgenza di criptare e decriptare ciò che, in realtà, non è mai stato codificato... tutto questo iniziò l'estate in cui Oliver venne a casa nostra"*.

Chiamami col tuo nome: libro e film a confronto

Il film che ha fatto furore agli Oscar 2018 con innumerevoli candidature, si è aggiudicato senza dubbio la statuetta più meritata: quella di miglior sceneggiatura non originale. Perché il libro di André Aciman sul primo amore omosessuale di un diciassettenne ebreo italoamericano è stato trasposto in maniera impeccabile sul grande schermo. E, seppure siano presenti alcune differenze tra libro e film, l'atmosfera è esattamente la stessa. Quella confusa e accaldata, carica di testosterone ma anche di poesia, di un primo amore che non si dimenticherà mai. 

5 differenze tra libro e film 

1. Il flusso di coscienza

Difficilissimo da tradurre al cinema, il romanzo di Call me by your name, come si nota dalla citazione che ho trascritto a inizio post, è un lungo flusso di coscienza di Elio. Ed è un'immersione totale nella paura, nell'eccitazione, nell'incertezza e nella passione di un ragazzino che scopre la propria sessualità, e si innamora davvero per la prima volta. Il personaggio di Elio è ben delineato nel film, anche grazie alla splendida interpretazione di Timothée Chalamet, ma è dalle citazioni dal libro di Chiamami col tuo nome che lo conosciamo in maniera più profonda, scopriamo il suo amore per la poesia e la musica, il suo sentirsi sempre inadeguato ma allo stesso tempo desideroso di scoprire sé stesso e il mondo. 



2. La location di Call me by your name

Se il libro di André Aciman è ambientato sulla costiera ligure (lo si capisce dalle descrizioni, come quella del punto in cui annegò Percy Shelley, anche se i luoghi esatti non vengono mai nominati), la scelta di Luca Guadagnino di cambiare location non toglie nulla alla potenza del film. Girate dalle parti di Crema, città natale di Guadagnino, le scene di Chiamami col tuo nome mantengono quell'aura bucolica e quasi magica che permea tutto il film e i suoi luoghi, esattamente l'aura che assumono i luoghi in cui ricordiamo il nostro primo amore. 
Più interessante sarebbe stato, invece, inserire i tre giorni trascorsi a Roma, che nel libro svelano la riflessione di Elio sulla caducità della vita e fluidità della propria sessualità.



3. Personaggi secondari: Viola e Marzia

Il film del 2017 amplia il ruolo di Marzia, appena accennata nel libro, rendendola il terzo vertice del triangolo composto da Elio e Oliver. Nel libro, nonostante il senso di colpa di aver illuso la ragazza, Marzia scompare completamente dai pensieri di Elio dopo aver trascorso la sua prima notte con Oliver. La sua presenza più insistente nel film ha dato vita a numerose controversie, poiché sembra che la produzione (anche dai primi trailer del film diffusi prima dell'uscita in sala) volesse dare una parvenza eteronormativa a questa storia omosessuale.
Non è certo tra i protagonisti, Viola, ma dona maggior peso alle vicende narrate nel libro. Si tratta di una bambina che vive nei pressi di casa di Elio, affetta da leucemia, che stringe un legame di forte amicizia con Oliver. Nel libro, il suo ruolo è quello di sottolineare, con l'innocenza dei bambini, l'amore che sta sbocciando tra i due ragazzi. Ma anche quello di ricordare la caducità della vita, la necessità di afferrare il momento prima che possa sfuggirti tra le mani. Nel film, questo potere è affidato unicamente al monologo del padre di Elio, ripreso quasi parola per parola dalle ultime pagine del libro. 



4. Call me by your name, la colonna sonora

Se ne avvertono alcuni frammenti, leggendo il libro, ma è nel film che la musica diventa vera protagonista di Chiamami col tuo nome. E come potrebbe non esserlo, se uno dei due protagonisti suona diversi strumenti, compone, modella arie e sonate in base alla personalità dei diversi autori che ammira? Qui il lavoro di Sufjan Stevens sopperisce alla mancanza del flusso di coscienza di Elio: è attraverso la colonna sonora, composta per raccontare la storia dal punto di vista del ragazzo, che ci immergiamo nelle sue ansie e nelle paure, nei sensi di colpa e nell'eccitazione. 



5. Il finale (e il sequel?) di Chiamami col tuo nome

L'ultima differenza sostanziale tra libro e film è il finale. Bellissima e struggente l'ultima scena del film di Luca Guadagnino, che ha sicuramente contribuito a far conquistare a Timothée Chalamet la sua candidatura agli Oscar
Il finale del film, però, si ferma molto prima del libro: tutta l'ultima parte è dedicata agli sporadici incontri tra Elio e Oliver negli anni successivi al matrimonio di quest'ultimo, e costituirà probabilmente il sequel di Call me by your name che Guadagnino ha annunciato di voler realizzare. 



*Citazione da "Chiamami col tuo nome", André Aciman

Eventi e moda ad Agrigento: intervista a Sal di Betta, che sta per lanciare un nuovo brand

6 agosto 2019


Protagonista del mondo degli eventi moda ad Agrigento e non solo, il giovane empedoclino Sal di Betta si appresta a lanciare un nuovo fashion brand e tanti, tanti progetti. Ho fatto due chiacchiere con lui per capire cosa aspettarci dal futuro della moda siciliana.

Eventi e moda ad Agrigento: intervista a Sal di Betta

Da anni vicino a stilisti emergenti e grandi nomi del fashion system locale e nazionale, il giovane organizzatore di eventi punta oggi all'internazionalizzazione e alla creazione di un brand che leghi giovani talenti del mondo della moda in un progetto imprenditoriale di ampio respiro. 

Ciao Sal, è sempre un piacere sentirti. Puoi darci qualche anticipazione su questo nuovo fashion brand che stai per lanciare?

Si tratterà di un marchio giovane e accessibile, con una particolare attenzione alla comunicazione e al rapporto tra moda e influencer

Ci siamo incontrati in tante occasioni grazie alla tua esperienza decennale nel campo dell'organizzazione eventi e delle sfilate. Da cosa nasce l'idea di buttarti in questa nuova sfida?

Si tratta di un'idea che ho sempre avuto e che prima o poi avrei portato avanti. Avendo maturato anni di esperienza nell'organizzazione eventi e in particolare nel settore moda, mi è sembrato il momento giusto per concretizzarla. 


Come professionista, la moda ha sempre fatto parte del tuo lavoro, ma che valore ha nella tua vita privata?

Nella mia vita privata la moda è dinamicità, passione, semplicemente sentirsi vivi. 

In molte tue interviste parli di uno stilista noto nel mondo della moda di Agrigento e dintorni, Marco Castelli. Che ruolo ha avuto nella tua carriera e nella tua vita?

Marco è un amico che mi è sempre stato accanto e mi ha aiutato a inserirmi nel mondo della moda siciliana e non solo, supportandomi nella mia scelta di andare avanti nel settore fashion. 

Abbiamo avuto modo di ammirare la nostra città su tutti i fashion magazine del mondo, grazie alla sfilata di Dolce e Gabbana ad Agrigento. Secondo te che significa l'alta moda in un luogo come la Valle dei Templi e che impatto avrà nello sviluppo della moda siciliana e degli eventi della zona?

La sfilata di Dolce e Gabbana ad Agrigento è stato un evento fantastico, che ha dato un ottimo risalto mediatico alla Valle dei Templi e alle bellezze che la città sa offrire. La speranza è che altri imprenditori del mondo della moda si innamorino della location e scelgano di investire sul nostro territorio. Il mondo degli eventi e del lifestyle ad Agrigento aveva bisogno di uno scossone, siamo molto indietro anche se il territorio può dare tanto e lo ha dimostrato. 

Il calendario di eventi ad Agrigento e nelle altre città in cui operi è già fitto per i prossimi mesi? Puoi darci qualche anticipazione su sfilate ed eventi che arriveranno a breve?

I prossimi eventi si svolgeranno a Barcellona, con l'inserimento di una giovane stilista siciliana e di alcuni modelli della Piccy Models nel panorama moda spagnolo. Un calendario di eventi molto fitto si dividerà tra Palermo e Catania, mentre ad Agrigento organizzeremo un evento fieristico a settembre. Ottobre, poi, si aprirà con un importante evento a Dubai. 


Tanti impegni, eventi moda e brand da lanciare si prospettano quindi nel futuro del fashion system siciliano, guidato da questo giovane talento dell'event management e della moda



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