Fleabag, la serie tv che insegna come si scrive una sceneggiatura degna degli Emmy

31 luglio 2019


Phoebe Waller-Bridge è un genio della sceneggiatura televisiva. Lo dimostrano le sue creazioni, Killing Eve e Fleabag, che dominano rispettivamente le categorie di serie tv drammatiche e comedy alle nomination agli Emmy 2019. Se la prima non è il mio genere, è di Fleabag che mi sono innamorata. Una mini serie tv di appena due stagioni, 12 episodi in tutto che raccontano le donne come mai prima d'ora. 


Che cos'è Fleabag?

Il titolo di questa serie tv è il soprannome della protagonista (di cui non sapremo mai il nome vero), letteralmente "sacco di pulci" ma in gergo britannico anche "stamberga, topaia". E questo personaggio, nato da un monologo teatrale che è valso a Phoebe Waller-Bridge premi su premi e un'improvvisa notorietà come attrice e sceneggiatrice, è una delle migliori protagoniste femminili della tv degli ultimi anni
Prodotta dalla BBC e distribuita da Amazon Prime Video, la serie tv si compone di due stagioni per un totale di 12 episodi. Praticamente un film, da vedere tutto di seguito in poco più di 2 ore e mezza oppure da gustare puntata per puntata. E qui di cose da gustare ce ne sono tante. A partire proprio dalla protagonista, che in pochi anni ha raggiunto un successo planetario ed è entrata a far parte del cast di Star Wars e della squadra di sceneggiatori del prossimo James Bond. Perché il suo vero talento è, innegabilmente, la scrittura. 



Come si scrive una sceneggiatura per la tv: la lezione di Fleabag

Fleabag ha alcune caratteristiche che la rendono unica nel panorama (decisamente ricco) delle serie tv degli ultimi anni. Phoebe Waller-Bridge prende la sua protagonista e la mette al centro della storia, anzi fa di più: Fleabag è la storia. Una 33enne londinese dalla famiglia disfunzionale, con una vita sessuale e sentimentale disastrata, un'attività in proprio sulla via del fallimento e innumerevoli traumi emotivi che si scoprono puntata dopo puntata? Non è una novità. La novità qui è il punto di vista di Fleabag costituisce il perno di tutta la sceneggiatura. Non c'è una scena in cui non sia presente la nostra protagonista, che si rivolge spesso al pubblico infrangendo la quarta parete e svelandoci i suoi pensieri, la sua visione della vita, degli uomini, della famiglia. 
Una narratrice inaffidabile, della quale ci sembra di conoscere tutto ma che in realtà non conosciamo affatto: non sappiamo neanche quale sia il suo nome. E il corollario di personaggi secondari, le vicissitudini familiari, l'elaborazione del lutto, la vita sentimentale di Fleabag e delle persone che la circondano, tutto è interamente filtrato dalla sua visione. 


Femminismo in tv, ma in versione inedita

Anche la serie tv con una protagonista femminile indipendente, sboccata e inopportuna come le signorine perbene non dovrebbero mai essere è qualcosa di già visto. Ma anche qui Fleabag fa un passo avanti. Le relazioni con gli uomini, più incentrate sul sesso nella prima stagione e sui sentimenti nella seconda, sono oneste, reali, vere. Sono lontane le scene hot dei telefilm anni '90 - 2000 alla Sex and the City, le dichiarazioni melense, il lieto fine per forza. 
Fleabag è uno spaccato di vita vera di una donna vera, che si muove nella vera Londra dei nostri giorni, che si chiede continuamente quale sia il modo giusto di essere una femminista, di essere una figlia (e una figliastra), una sorella, una donna. E non trova la risposta perché, al contrario delle serie tv in cui il finale chiude tutte le sottotrame in sospeso e risponde a tutte le domande, qui una risposta non c'è. Fleabag è Fleabag, e il suo percorso è in divenire, anche dopo i titoli di coda dell'ultima puntata della seconda e ultima stagione. 



Perché guardare Fleabag? 5 motivi

1. Perché è una lezione su come si scrive una sceneggiatura degna degli Emmy. Prendano nota i signori autori di serie tv patinate. 
2. Perché ha un cast stellare, dalla matrigna Olivia Colman (premio Oscar per The Favourite) al prete sexy Andrew Scott (il Moriarty di Sherlock), passando per il meraviglioso Brett Gelman che probabilmente conoscete da Stranger Things
3. Perché è reale e ti fa mettere in discussione tutto: i tuoi errori e i tuoi pregi, i tuoi rapporti con gli altri e il tuo muoverti nel mondo come donna e femminista del 2019. 
4. Perché ti ricorda che famiglie sono TUTTE complicate, ma questo non vuol dire che manchi l'amore.
5. Perché racconta i taboo come nessun'altra serie tv: la storyline del prete nella seconda stagione è una delle cose più belle mai viste sul piccolo schermo, racconto completamente nuovo di una perversione atavica.
  



"Fangirl" di Rainbow Rowell, il libro che ti trascina nel mondo delle fanfiction (se non ci sei già)

25 luglio 2019


"Per essere un vero nerd, si era convinta, bisognava preferire i mondi fittizi al mondo reale. [...]Ma Levi non era un nerd; amava troppo la vita reale. Per Levi, Simon Snow era solo una storia. E lui amava le storie"*. 

Fangirl, il libro che ti racconta chi sono i nerd

Partiamo dal presupposto che essere un nerd oggi, quando la cultura pop è così presente nel nostro mondo reale, vuol dire tutto e non vuol dire niente. Può essere motivo di vanto e insulto, o una semplice caratteristica di una persona qualsiasi. Essere una fangirl, invece, è un'altra storia. E ce lo racconta Rainbow Rowell, che non è un nome d'arte ma il nome vero di un'autrice, figlia di hippie e laureata in giornalismo perché "Quando le uniche due cose che ti riescono bene sono leggere e scrivere, se vuoi anche un'assicurazione sanitaria non ti resta che studiare da giornalista". Insomma, Rainbow Rowell sono io, ma senza assicurazione sanitaria. E anche la protagonista di Fangirl, Cath, sono io. E ognuno di voi che, se avete aperto questo post, siete delle fangirl. O dei fanboy. Non lo negate. 


La trama di Fangirl

Cath ha una gemella, Wren, e con lei ha sempre condiviso tutto. A partire dal nome, che è semplicemente Catherine diviso a metà perché la madre non sapeva di aspettare due gemelle e dalla passione per Simon Snow, la saga fantasy che ha accompagnato la loro infanzia e adolescenza. E che è il nostro Harry Potter. Anzi il vostro, visto che io Harry Potter l'ho scoperto a 23 anni. Insomma, Cath è una fangirl, vive col fiato sospeso in attesa dell'ultimo, decisivo libro della saga (ma stai serena Cath, tesoro: se Simon Snow è un surrogato di Harry Potter, arriveranno altri spin-off, prequel, disastrosi spettacoli teatrali... stai serena) e scrive fanfiction. Quel genere letterario che consiste nel "prendere in prestito" i personaggi, i luoghi, le ambientazioni di un'opera letteraria, televisiva, cinematografica e modellarli a proprio piacimento. La fanfiction non è un plagio, come sostiene la professoressa di scrittura creativa del college di Cath, perché viene pubblicata senza scopo di lucro. Però non è neanche scrittura originale nel vero senso della parola, come Cath scoprirà quando avrà un pessimo voto per aver utilizzato personaggi non originali. Quindi cos'è?

Cosa sono le fangirl perché scrivono fanfiction?

Essere una fangirl (o un fanboy) è diverso da essere un fan. Significa amare un'opera, una saga letteraria, una serie tv, un universo cinematografico più della vita reale, come dice la stessa Cath nel libro. Immergersi completamente in un mondo che non è il tuo, con la sensazione di conoscerlo benissimo, di conoscere i suoi personaggi come se fossero amici, e amarli, odiarli, comprenderli e rinfacciare loro difetti ed errori. Conoscerli a tal punto da pensare di poterne scrivere meglio dei loro autori. Sì, esatto: è quello che faccio io con Game of Thrones, con Harry Potter, con Star Wars. Non è amare un mondo immaginario, è viverlo realmente. Quella famosa sensazione di non riuscire a dividere il dolore di un personaggio dal tuo e non capire se quell'emozione è la tua o solo il riflesso della sua. Spaventoso, se ci pensate bene. Eppure catartico, utile, indispensabile per chi dentro il solo mondo reale si sente un po' stretto. 
Come Cath, appunto, che scrive fanfiction su Simon Snow e la sua nemesi Baz, così simili alle slash fic Harry/Draco che spopolano su EFP, uno dei maggiori siti italiani di fanfiction. Cath vive in Simon e in Baz e nel loro amore, solo immaginato e mai ufficializzato dall'autrice della saga (sento i vostri sospiri, shippatori della Drarry, sento il vostro dolore). Così si allontana dal mondo reale, dalla gemella che è cresciuta troppo in fretta e vuole sperimentare la vera vita da studentessa del college; dal padre con la sua fragilissima salute mentale; dalla madre che li ha abbandonati anni prima. E da sé stessa. Al punto da non capire l'amore di chi la circonda, al punto da non vivere pienamente l'esperienza del college, al punto da non essere in grado, quando mancano pochi giorni all'esame finale, di scrivere un'opera originale. Perché abbandonarsi a un mondo creato da un'autrice geniale è facile, bello, inebriante. Creare il proprio è spaventoso, terrificante, e altrettanto inebriante, come imparerà Cath. 

Cath sono io, e anche tu

Io sono Cath e sono Rainbow Rowell, anche lei a sua volta fangirl e autrice di fanfiction, e una cosa così non mi era mai successa. Di immedesimarmi in un personaggio sì, mille volte. Con Severus Piton e con Elinor Dashwood, con Jay Gatsby e con Brienne di Tarth. Ma leggere un libro come Fangirl e dire "questo non è un personaggio che mi somiglia: questo personaggio sono io" non mi era mai capitato. Cath e Rainbow e io e tutti voi fangirl e fanboy del mondo siamo uguali. Dotati di una passione che si riversa tutta nell'immaginato, nel fantastico, nel non-reale. E non c'è niente di male in questo. Basta ricordare che esiste anche il mondo reale, e può essere altrettanto emozionante. 






*Da "Fangirl", Rainbow Rowell

Altaroma 2019: i 7 eventi più interessanti delle sfilate romane

15 luglio 2019

Federico Cina viene decretato vincitore di Who is on Next? 2019

Giovani stilisti emergenti e grandi nomi della moda italiana si incontrano due volte l'anno nella capitale, per parlare di artigianalità, di tecnologia, dei nuovi confini del sistema fashion italiano e internazionale. Cos'è successo quest'anno ad Altaroma 2019?


Cos'è Altaroma?

Sinonimo di tradizione e sperimentazione, Altaroma è la piattaforma da cui partire per farsi un nome nel mondo della moda italiana. Gli stilisti italiani emergenti, gli astri nascenti di altri Paesi, i giovani studenti appena laureati alle scuole di moda mostrano le loro prime collezioni in sfilate, concorsi ed esposizioni che rispondono tutte alla stessa domanda: cos'è Altaroma e come sarà la moda di domani? Ecco le risposte che abbiamo visto in alcuni degli eventi più importanti di Altaroma di Luglio 2019

1. Who is on Next?

Si tratta del più importante concorso per stilisti e designer emergenti, organizzato ogni anno da Altaroma in collaborazione con Vogue Italia. Per la sua quindicesima edizione, Who is on Next? ha scelto la collezione di Federico Cina, a cui è stato assegnato il premio alla memoria del direttore di Vogue Franca Sozzani. Premiato anche Matteo Maiorani per i migliori accessori. 

Sfilata Federico Cina a Who is on Next?

Presentazione Matteo Maiorani a Who is on Next?

2. Showcase Roma

Insieme al Ministero per lo Sviluppo Economico, Altaroma 219 presenta la quarta edizione di questa iniziativa che si svolge al Prati Bus District durante i giorni delle sfilate: stilisti e creativi emergenti mostrano le loro opere per la prossima stagione a potenziali buyers, con la possibilità di acquistare in loco. 

Accessori Italo Marseglia a Showcase Roma

Scarpe Luisa Tratzi a Showcase Roma


3. A. I. The Shape of Water

Anche in questa edizione A. I. - Artisanal Intelligence ci ha mostrato fin dove possa spingersi la moda del futuro. In questo caso, il tema della manifestazione richiama al continuo mutamento dell'acqua e di conseguenza alla metamorfosi e alla trasformazione insite nel concetto di moda ecosostenibile

Collezione Speedo presso A.I. - The Shape of Water

Collezione Talking Hands presso A.I. - The Shape of Water


4. Be Sign di Sabrina Persechino

Altaroma è fucina di talenti e di nuove idee, certo, ma anche conferma di nomi che ormai hanno occupato il proprio posto nel mondo delle sfilate romane. Tra questi, l'atelier Sabrina Persechino, la stilista-architetto che per la collezione autunno inverno 2019-20 guarda alla Bauhaus. La scuola di architettura e design della prima metà del '900 ispira tagli precisi ed elementi tecnologici, inseriti in una collezione che punta essenzialmente alla funzionalità. Senza lasciarsi sfuggire dettagli contemporanei.

Sfilata Sabrina Persechino - Altaroma 2019

Sfilata Sabrina Persechino - Altaroma 2019


5. Vigilant Somniant di Italo Marseglia

Letteralmente "colei che sogna ad occhi aperti". Ecco chi è la donna di Italo Marseglia per la prossima stagione. Una viaggiatrice colta e sofisticata, che conosce il potere dei sogni, ma sa rimanere con i piedi per terra. Torna il tema della moda ecosostenibile, o meglio dell'upcycling, del recupero di tessuti e materiali di scarto. Pezzi d'archivio e campioni di tessuto, forniti da maison nazionali e internazionali, vivono una nuova vita fondendosi al denim anni '70 e alla pelle di salmone, elemento innovativo che si posa su accessori e dettagli di abiti raffinati. Tessuti riciclati per design contemporanei. 

Sfilata Italo Marseglia - Altaroma 2019

Sfilata Italo Marseglia - Altaroma 2019


6. Pryvice di Paola Emilia Monachesi

Cime Tempestose in versione pop: è l'idea di Paola Emilia Monachesi per l'autunno inverno 2019-20, una collezione che mescola romanticismo e tessuti tech, colori pop e nuance pastello. Non c'è distanza tra maschile e femminile in questa sfilata, ci sono solo persone, avvolte in armature metalliche e organza, vetro e chiffon. Dame (o cavalieri?) dell'era tech-intensity di Altaroma.

Sfilata Paola Emilia Monachesi - Altaroma 2019

Sfilata Paola Emilia Monachesi - Altaroma 2019


7. DassùYAmoroso, I am what I am

Street style con un tocco pride: è la moda del brand emergente che presenta una collezione coloratissima, dalle forti connotazioni punk. Nylon pink bubble e verde fluo si unisce al nero spalmato e iridescente, creando superfici che riflettono la reale personalità di chi li indossa. Novità assoluta sulla passerella di Altaroma è la nuova versione del tartan, reso contemporaneo e digitalizzato per chi non teme di mostrare chi è veramente. 

Sfilata DassùYAmoroso - Altaroma 2019

Sfilata DassùYAmoroso - Altaroma 2019

Si ringraziano l'ufficio stampa di Altaroma e quello di Barbara Manto & Partners




Dolce & Gabbana nella Valle dei Templi: cosa significa portare l'alta moda in un luogo così

12 luglio 2019


Se n'è parlato per mesi, tra mormorii sommessi e lamentele ad alta voce (quelle ci sono sempre), della sfilata Dolce & Gabbana nella Valle dei Templi di Agrigento. Ne hanno parlato ancora più a lungo i due stilisti innamorati della Sicilia, che a quanto pare hanno impiegato 2 anni a organizzare questo maestoso evento ai piedi del Tempio della Concordia


Cosa significa alta moda e perché è così importante

L'alta moda (haute couture è il termine francese, usato unicamente per le sfilate parigine di abiti da sogno) è l'espressione più alta del fashion system. Quella che ci fa sognare ad occhi aperti, sì, ma anche quella che testimonia la maestria di sarti e artigiani nel creare pezzi veramente unici, che una piccolissima elite potrà mai permettersi di indossare. 
Ecco cosa significa alta moda: artigianalità, unicità dei capi, ore e ore di lavoro di maestri nell'arte del taglio, cucito e ricamo. Ogni creazione è assolutamente realizzata a mano, con dettagli applicati uno ad uno e metri di tessuti preziosi. Si tratta di una parte fondamentale del sistema moda perché, se nessuno di noi comuni mortali potrà mai indossare un abito d'alta moda, è attraverso queste sfilate evento che scopriamo la vera anima delle griffe più lussuose del mondo. 


Perché la Valle dei Templi per Dolce & Gabbana?

Se ne discute da tempo, dicevamo. Perché l'amore dei due stilisti per la Sicilia è indiscutibile in ogni collezione Dolce & Gabbana e soprattutto nelle loro sfilate d'alta moda (che, non a caso, negli anni passati si erano svolte a Taormina e a Palermo). I templi greci che dominano la mia città sono comparsi sugli abiti e sui gioielli Dolce & Gabbana per anni, magnificati in stampe e ricami che li rendono immortali. Ma immortali, in realtà, lo sono già: i templi greci di Agrigento risalgono al V secolo a.C. e, nonostante il passare del tempo, le intemperie, le guerre e le polemiche sull'abusivismo, sono ancora lì. A guardarci dall'alto, testimoni dei nostri peccati e delle nostre virtù. 
Sì, non importa che tu sia credente: se vivi ad Agrigento quei templi dedicati agli dei pagani di 2 millenni e mezzo fa ti provocheranno sempre una certa reverenza e ammirazione. Li immagini, i giovani greci che si sposavano al Tempio di Giunone e quelli che si recavano a pregare il dio Esculapio in cerca di guarigione dalle malattie. Ti chiedi se quei greci in qualche modo lo sapessero, che nel 2019 ci saremmo trovati qui a parlare dei loro templi, tutti insieme, come una scoperta nuova e misteriosa che non si trova lì da molto prima che arrivassimo noi. 
Insomma, la Valle dei Templi è un luogo magico, miscuglio di sacro e profano, che Dolce e Gabbana hanno scelto come location della loro sfilata d'alta moda


La sfilata (per la prima volta) nei templi

Non nella Valle, nei TEMPLI. All'interno della Concordia, vanto di Agrigento e della Magna Grecia tutta per la sua straordinaria conservazione. Fa un po' strano, per un agrigentino, vederlo attraversare da splendide modelle in splendidi vestiti. Strano e bello, magico, un attimo sacrilego e tanto, tanto emozionante. Ti brillano gli occhi, mentre Bianca Balti, Isabeli Fontana e Marpessa sfilano con abiti d'alta moda che sanno un po' di dea guerriera e un po' di principessa moderna, che ricordano sia le tragedie greche che il Gattopardo. Creazioni opulente e lussuose, che attraversano con grazia la Valle dei Templi illuminandola di bagliori dorati e gioielli fedeli all'arte classica. Retaggio di una cultura che è solo una parte del mix di popoli e dominazioni che hanno abitato la Sicilia e l'hanno resa, oggi, una terra magica ammirata in tutto il mondo. Grazie, Domenico Dolce e Stefano Gabbana, per aver messo Agrigento al centro del mondo, almeno per una notte.  













Foto da Vogue.it

Stranger Things 3, la serie di Netflix tra comico e horror ritorna a splendere

8 luglio 2019


C'è stata una battuta d'arresto, nella seconda stagione di Stranger Things, che è piaciuta ma non ha convinto. Con Stranger Things 3, invece, Netflix dimostra che le cose le sa fare e le sa fare bene, con al timone i fratelli Duffer (diventati un vero e proprio brand) e un cast strepitoso a sostenere una storia tutta immersa negli anni '80. Ma non priva di difetti. 



Stranger Things 3: gli anni '80 tra horror e nostalgia

Il punto di forza di questa serie tv, fin dai suoi esordi, è stata l'atmosfera nostalgica e misteriosa che circonda Hawkins e i suoi abitanti. Il telefilm anni '80 basa tutto ma proprio tutto su quell'atmosfera con le citazioni cinematografiche, le ambientazioni perfette, i costumi impeccabili, e qui fa un salto di qualità: Stranger Things 3 è su un altro livello dal punto di vista della regia, delle scenografie, dell'editing, perfino della recitazione di attori prodigio che erano bambini e oggi sono (nella realtà tanto quanto nella finzione narrativa) degli adolescenti.
Ma è soprattutto il mix, in equilibrio perfetto, tra horror (horror vero stavolta: lontanissimi sembrano i tempi di un Demogorgone che appariva solo al buio per camuffare la CGI un po' barbina della prima stagione) e commedia romantico-adolescenziale. I bambini di Hawkins sono cresciuti, e con loro le dinamiche della serie tv Netflix ormai cult. 


I personaggi: un'estate può cambiare tutto 

Stranger Things 3 si apre in piena estate. Dalla stagione 2 sono passati circa 6 mesi, ma nella vita reale sono stati quasi due anni in  cui gli attori protagonisti, in piena adolescenza, sono cresciuti fisicamente e non solo. Finn Wolfhard (Mike) si è fatto conoscere anche come musicista con la sua band, Millie Bobby Brown (Undici) è diventata un'icona di stile e tutti sono incredibilmente alti. Basta guardare i flashback dell'ultimo episodio per notare la differenza. Ma la pubertà ha colpito anche all'interno dell'arco narrativo, con le prime cotte e le liti fra gli inseparabili ragazzini nerd. Cambiano le dinamiche del gruppo, con un Mike sempre più adulto e un Will sempre più indietro (sono le conseguenze di aver passato mesi nel Sottosopra e poi posseduto da un demone, suppongo). Anche Dustin risente della momentanea separazione dal gruppo, il povero Lucas diventa quasi invisibile mentre Undici si scopre una giovane donna insieme a Max (ed è la prima vera e propria amicizia al femminile, escludendo i tre minuti di screentime della povera Barb. RIP Barb). 
I "fratelli maggiori" non se la passano meglio: Jonathan e Nancy scoprono il mondo del lavoro, Steve si scontra con il dolore di aver deluso le proprie aspettative e quelle dei suoi genitori. Gli adulti, poi, in Stranger Things 3 sono quelli che si comportano da ragazzini. Joyce con il suo atteggiamento da quindicenne alla prima cotta; Hopper con la sua infantile gelosia nei confronti di Undici; la signora Wheeler che dimentica sempre più spesso di avere un marito e tre figli. Insomma, se i mostri del Sottosopra sono (anzi sembrano) sconfitti, quelli delle relazioni affettive sono in agguato, e fanno più vittime. 



Le new entry: Robin ed Erica

Dopo aver letto numerose recensioni, mi resa conto di una cosa: sono L'UNICA che abbia odiato immensamente l'introduzione di Robin in Stranger Things 3? Nonostante la bravura di Maya Hawke (sì, è la figlia di Uma Thurman e Ethan Hawke, sì è identica a sua madre ma più bella), il personaggio proprio non sta in piedi. Un terribile esperimento alla Mary Sue che con Stranger Things, e la sua solita caratterizzazione ben definita dei personaggi, c'entra poco. Per chi non lo sapesse, con Mary Sue (al maschile Gary Stu) si intende il cliché letterario di un personaggio dalle doti, dalla fortuna o dalle capacità irrealisticamente perfette. Il che sembra un'assurdità, nella serie tv Netflix che ha per protagonisti nerd dalle conoscenze scientifiche superiori, Undici con i suoi poteri telecinetici, un Demogorgone, un mostro fatto di cadaveri di topi e persone (ve l'avevo detto, che a 'sto giro è horror vero). Eppure eccola qui Robin, la ragazza bellissima, simpaticissima, arguta, brillante, che conosce QUALSIASI risposta a QUALSIASI domanda e traduce il russo con l'ausilio di una registrazione imperfetta e un dizionario. Un dizionario, ragà. Questa manco l'ha mai studiato il russo, ma ha studiato il tedesco e quindi è portata per le lingue. Sono certa che nessuno dei miei colleghi dell'università possa trovarla tollerabile. E no, la rivelazione della sua omosessualità non migliora la mia opinione su di lei. Non sei giustificato nello scrivere male un personaggio solo perché ti aiuta a raggiungere la quota diversity, anzi. You suck, Robin
L'altra new entry nel cast di Stranger Things è Priah Ferguson, che interpreta la sorellina di Lucas, Erica. seppure anche lei poco realistica, almeno fa ridere. Rimane comunque da dire che la loro storyline, seppur a tratti spassosa grazie alla splendida bromance Steve/Dustin, è la meno credibile di questa stagione. 



I cattivi: Billy, il Mind Flayer, il sindaco e Arnold Schwarzenegger (???)

Interessante la caratterizzazione di Billy, che era stato introdotto in maniera completamente random nella stagione 2 e diventa qui un personaggio in carne, ossa e sentimenti. Lo odiamo lo stesso, ma Dacre Montgomery lo ha interpretato benissimo. Meno interessante il personaggio del sindaco corrotto (già visto, baby) e quelli degli improbabili russi grossi, cattivi e immortali alla Terminator. Adorabili, ovviamente, Murray Bauman e Alexei. RIP, Alexei. 
Nel bel mezzo della Guerra Fredda, il Sottosopra torna a far danni attraverso il Mind Flayer che, lo avevamo già visto nel finale della stagione precedente, è rimasto in qualche modo dalla parte sbagliata della porta. E adesso fa esplodere ratti e trasforma le persone antipatiche in un ammasso gelatinoso di sangue mestruale e budino alla fragola. Che schifo. Pensate però a QUANTO sarebbe stato figo se anche uno dei protagonisti, uno dei buoni, fosse entrato nel suo esercito. Ma forse Stranger Things non è ancora pronto a mollare i suoi amatissimi personaggi principali. 



Cosa significa il finale di Stranger Things 3?

Significa che Netflix, come già accaduto in altre occasioni, non ha proprio il coraggio di concludere e le sue serie tv all'apice del loro successo. E così come è prontissima a rovinare Russian Doll con un inutilissimo rinnovo, ecco che nel finale di stagione prepara il terreno per la disfatta di Stranger Things
La morte di Hopper è un momento fondamentale, che si presagisce già dalla puntata precedente ma non per questo appare scontato. Il sacrificio estremo, per quella figlia che non è sua ma che desidera ardentemente viva una vita serena, per quella famiglia che non è sua ma alla quale vuole dare un motivo per restare a Hawkins, a casa. La lettera di Hopper nel finale è straziante e poetica, forse un po' melensa ma bellissima (se ve lo steste chiedendo, sì, ho pianto). Sentire il discorso finale di Hopper sopra le immagini della famiglia Byers che si allontana da Hawkins e dai suoi terribili ricordi è il perfetto finale di stagione, sarebbe stato il perfetto finale di serie. Agrodolce, come un altro finale di serie ci aveva promesso di essere e non è stato (sto guardando te, Game of Thrones!), sensato e in linea con la serie tv
Invece no. Arriva la scena post credit, a farci pensare che Hopper sia vivo (come? il mio fidanzato lo ha capito, chiedetelo a lui) e come la quarta stagione di Stranger Things sia già in programma. Torna anche il Demogorgone, nella sua inquietante bellezza, dritto dritto dalla stagione 1 ma con una CGI nettamente superiore. E che dobbiamo fare? Gli anni '80 sono tornati, non ci resta che sperare per il meglio. 


L'arte di Giufà, dalla tradizione siciliana ai libri per bambini

4 luglio 2019


Chi è Giufà? Ce lo chiediamo tutti, noi siciliani che da bambini lo abbiamo sentito nominare così spesso. Ogni volta che combinavamo (intenzionalmente o meno) una marachella, c'era una nonna, una mamma, uno zio, tutti pronti a raccontarci le barzellette di Giufà, emblema di tutti quei bambini birichini ma non maliziosi, eppure a volte straordinariamente furbi, che compaiono nelle storie popolari siciliane. 



Quindi chi è Giufà?

Se lo è chiesto anche Enzo Venezia, che per la casa editrice Edizioni Piuma aveva già illustrato Cappuccetto Blu di Iris Bonetti. Stavolta l'autore si cimenta nell'interpretazione futuristica di un'altra figura popolare, quella del mascalzone siciliano appunto, nel libro L'arte di Giufà che ha scritto e illustrato dopo innumerevoli ricerche. Seppur presente in tantissime storie per bambini, Giufà non è una figura così conosciuta fuori dalla Sicilia e perfino noi isolani un po' cresciutelli sappiamo poco di questa "maschera". Al contrario di altre figure popolari, da Arlecchino ai protagonisti delle fiabe, infatti, il ragazzone non ha una precisa descrizione fisica, ma vive nelle storie per bambini che si tramandano di generazione in generazione. 
Di lui conosciamo alcuni elementi caratteriali, ma neanche troppo definiti: in alcune storie per bambini Giufà è un ragazzino che combina marachelle facendo disperare mamma e papà, in altre è un furbo mascalzone sempre in grado di farla franca. 




L'arte di Giufà, libro illustrato per bambini

Enzo Venezia prova, appunto, a svelarci il mistero di questo ragazzo un po' sempliciotto e un po' furbacchione, con il libro illustrato per bambini (e non solo) L'arte di Giufà. Ogni pagina del volume racconta una storiella di Giufà che i bambini cresciuti, come me, conosceranno già e i bambini veri e propri apprezzeranno per il mix di umorismo e amara ironia. Ogni pagina, e quindi ogni storia, è accompagnata dalle splendide illustrazioni di cui ci eravamo già innamorati in Cappuccetto Blu, sempre edito da Edizioni Piuma. Enzo Venezia gioca con le forme, dando ai personaggi delle storie popolari un aspetto futuristico e un po' caricaturale, anche qui dall'inconfondibile colore blu. 


Perché leggere le storie di Giufà ai bambini?

Ma se questo personaggio è così ambiguo, emblema stesso del tipico monello da strada, perché leggere ai bambini un libro con le sue storie? Perché Giufà fa parte della nostra, di storia, di quella tradizione popolare che per secoli si è tramandata dai genitori ai figli all'ora della buonanotte. Perché ogni racconto di monellerie e furbate può nascondere un insegnamento per i più piccoli: L'arte di Giufà, in fondo, è quella di sopravvivere, sempre, anche nelle situazioni più avverse. Perché conoscere le nostre radici culturali, fin da bambini, può renderci adulti migliori. E perché, senza dubbio, leggere un libro come questo ai bambini farà sorridere anche gli adulti. 
Trovi L'arte di Giufà sul sito ufficiale Edizioni Piuma e nei principali store online.



Si ringrazia Edizioni Piuma per il gentile omaggio.

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