Le 5 sfilate della Milano Fashion Week più chiacchierate

27 febbraio 2019

La sfilata Versace alla Milano Fashion Week 2019

Anche la settimana della moda di Milano è giunta al termine, un po' sottotono rispetto alle edizioni precedenti. Senza dubbio influenzata dalla morte di Karl Lagerfeld, annunciata lo stesso giorno dell'inaugurazione della Milano Fashion Week (e alcuni credono che non sia un caso e che il tempismo dell'annuncio sia quantomeno sospetto). Certo è che uno dei più grandi couturier della storia recente ci ha lasciati, e la sua dipartita ha avuto un forte impatto sulla moda italiana: Lagerfeld è stato direttore creativo di Fendi dal 1965, e certe cose lasciano il segno. Insomma, le sfilate di moda italiana sono rimaste in ombra, forse anche perché, come diceva la grande Coco Chanel (altra figura fondamentale nella vita di Karl Lagerfeld) "La moda riflette sempre i tempi in cui vive anche se, quando i tempi sono banali, tendiamo a dimenticarcene". 


Le 5 sfilate più chiacchierate della Milano Fashion Week 2019



1. Missoni, vestiti a maglia "anche se sembra che non lo siano"

Così l'erede della dinastia di stilisti, Angela, ha raccontato dietro le quinte la sfilata Missoni 2019. E non è facilissimo crederle: dai look iperdecorati ai tailleur in lurex talmente trasparente da risultare impalpabile, molti dei capi non sembrano realizzati a maglia a un primo sguardo. Invece lo sono, come nella migliore tradizione dei vestiti Missoni che hanno fatto la storia (coloratissima e rilassata) della moda italiana, e che oggi guardano decisamente al mondo arabo.






2. Roberto Cavalli, la ricerca dell'equilibrio

L'equilibrio in questione è quello che Paul Surridge, direttore creativo del marchio da un anno e mezzo, cerca di trovare tra il suo punto di vista e quello di Roberto Cavalli. Che non potrebbero essere più diversi. Se Cavalli ci ha abituati al more is more, alle stampe animalier, ai design sensuali e selvaggi, la carriera di Surridge tra Prada, Jil Sander, Calvin Klein e Zegna è stata sempre votata alle linee pulite e al minimalismo. Come incontrarsi a metà strada? Se nelle collezioni di moda uomo si comincia a intravedere un punto di incontro, la sfilata Roberto Cavalli alla Milano Fashion Week dedicata alla collezione femminile non convince. Ritenta, Paul.






3. La sfilata Versace alla Milano Fashion Week: ode all'imperfezione

Donatella Versace lo ha detto dietro le quinte della sua sfilata a Milano: "L'imperfezione è la nuova perfezione". E allora ecco che la collezione autunno inverno 2019-20 va alla ricerca del dettaglio inaspettato, della stonatura, dell'asimmetria. Di quel fragile equilibrio tra lusso e grunge che da sempre le collezioni Versace sono in grado di creare. D'altra parte, nella stagione in cui il ritorno alla moda anni '90 è prepotente, anche Donatella decide di tornare alle sue origini: la moda Versace è sensuale, eccessiva, indomabile. 






4. Sfilata Prada 2019, tra film dell'orrore e impegno politico

Miuccia Prada non ha mai nascosto quello che è: una signora milanese attenta all'attualità. Una borghese che partecipava ai cortei studenteschi in gonnellona. Una stilista in grado di educare al gusto e al disgusto. Ed ecco che i due temi si fondono nella collezione autunno inverno 2019-20. Sulla passerella della Milano Fashion Week sfilano abiti gotici, che riprendono il tema dell'ultima collezione di moda uomo; linee romantiche ed eteree da fiaba; applicazioni di fiori che nascondono abiti dalla chiara ispirazione militare. Perché è tempo di combattere, e Prada lo fa da sempre, dalla parte delle donne. 





5. Fendi e l'addio a Karl Lagerfeld

Se, come raccontavo in apertura, la morte di Lagerfeld ha lasciato scosso e senza parole tutto il mondo della moda, a risentirne maggiormente non potevano che essere Fendi e Chanel (che sfilerà il 5 marzo chiudendo la Fashion Week di Parigi). Visibilmente emozionata dietro le quinte, Silvia Venturini Fendi ha ricordato l'amico e mentore senza tristezza, dedicandogli l'intera sfilata della Milano Fashion Week 2019. I tocchi distintivi che il Kaiser Karl ha impresso sulla casa di moda romana sono tutti qui: la sartorialità geometrica, quei colletti Edwardiani che lui stesso amava indossare e l'inconfondibile logo Fendi con le due F sovrapposte, disegnato da Lagerfeld e per questo chiamato Karligraphy. Ci mancherà. 




Foto da Vogue.com

Chi ha vinto gli Oscar 2019: attori, registi e film che hanno trionfato (e tutte le polemiche che ne conseguono)

25 febbraio 2019

I migliori attori dell'anno. Rami Malek, Olivia Colman, Regina King, Mahershala Ali

Oscar 2019: l'elenco dei vincitori è finalmente qui, dopo la lunghissima (per chi è riuscito a seguirla) notte delle stelle. E tra Rami Malek e Lady Gaga, Green Book e Black Panther, Spike Lee e Alfonso Cuarón non sono mancati gli ingredienti principali di ogni cerimonia degli Oscar che si rispetti. Gli abiti da sogno sul red carpet, le polemiche tra vincitori e vinti e le chiacchieratissime decisioni dell'Academy. 


Green Book vince l'Oscar 2019



Chi ha vinto gli Oscar 2019? Green Book

Ultimo tra i film candidati agli Oscar che ho visto prima della cerimonia, Green Book si è aggiudicato la statuetta più ambita: quella di miglior film. Ma lo è davvero? Criticatissimo per tanti motivi, Green Book è un ottimo film. Anzi, è un buon film reso ottimo dalla performance di Mahershala Ali, che ha meritato in pieno (Adam Driver mi perdonerà) la statuetta di miglior attore non protagonista. Niente di più. 
Con le ultime due edizioni (vinte da Moonlight e The Shape of Water) l'Academy aveva provato a cambiare rotta, a promuovere la diversità, ma quest'anno sembra si sia fatto un passo indietro. Green Book è una storia di razzismo, sì, ma una storia di razzismo raccontata dai bianchi, il che la rende debole rispetto a film d'impatto sullo stesso argomento come Blackkklansman e Black PantherÈ anche una storia di omosessualità dove l'omosessualità rimane appena accennata, è una parentesi non nel percorso di vita di Don Shirley ma in quello di accettazione e cambiamento di Tony "Lip" Vallelonga. E anche in questo caso, davanti a film come La Favorita e Bohemian Rhapsody, si poteva fare di più. Insomma, è un film cauto, che dietro la maschera del racconto politicamente corretto altro non è che un road trip, carino, coinvolgente, e magistralmente recitato, ma non certo il film dell'anno


Rami Malek sul palco degli Oscar 2019


Oscar 2019 vincitori: l'elenco dei premi più ambiti

E se, insieme al premio per il miglior film, Green Book è stato anche premiato per lo splendido lavoro di Mahershala Ali e la (discutibile) miglior sceneggiatura originale, ad aggiudicarsi il maggior numero di premi è stato Bohemian Rhapsody. Anche questi, quasi tutti discutibili. Ormai inevitabile la statuetta a Rami Malek, che con il suo Freddie Mercury francamente strabiliante (bastano i primi minuti di film per dimenticare completamente l'attore dietro il personaggio), forse immeritati i premi al miglior sonoro, al miglior montaggio sonoro e al miglior montaggio. Non smetterò mai di dire che in un mondo giusto quest'ultimo sarebbe toccato a Blackkklansman o Vice. Altri trionfatori della serata, il prevedibile Roma (che ha portato a casa gli Oscar al miglior regista, al miglior film straniero e alla miglior fotografia) e il più inaspettato Black Panther
Anche qui le polemiche si sprecano: ad Alfonso Cuarón va riconosciuto l'innegabile merito di aver creato un prodotto perfetto, forse fin troppo perfetto, più esercizio di stile che altro. E forse per questo, nonostante le previsioni lo dessero per vincitore, non è riuscito a trionfare in questo anno dominato dai film popolari. 
Come commentare Black Panther e i suoi Oscar ai migliori costumi, alla miglior scenografia e alla miglior colonna sonora? I costumi di questo film Marvel meritavano effettivamente un riconoscimento per lo straordinario lavoro di ricerca sulle tradizioni africane che si è inserito in maniera perfetta in un blockbuster che, dal punto di vista artistico, ha ben pochi altri meriti. Sicuramente il migliore tra i film dell'Universo Cinematografico Marvel, non è certo il cinecomic più interessante degli ultimi anni. A salvarlo è stato il voto "popolare", grazie all'indiscusso ruolo sociale di questo primo film di supereroi africani. Insomma, il merito di Black Panther è stato quello di portare il discorso sul razzismo e sulla rappresentazione della diversità al grande pubblico. Ma non si dica che è un film da Oscar e che la sua scenografia è ai livelli de La Favorita, per favore.


Lady Gaga dietro le quinte degli Oscar


Olivia Colman, Regina King, Lady Gaga: le donne degli Oscar 2019

Primo premio assegnato durante la lunga notte degli Oscar, quello a Regina King era uno dei premi considerati più certi. Nonostante la concorrenza fosse altissima (con le lady di The Favourite e la splendida Amy Adams), l'attrice ha portato a casa la statuetta cominciando una lunga scia di premi assegnati a donne e persone di colore. Splendida quanto inaspettata, invece, la vittoria di Olivia Colman come miglior attrice protagonista ne La Favorita. Un lavoro strepitoso in cui l'attrice britannica ha mostrato il suo range interpretativo e che è riuscito a scalzare quello dell'acclamatissima (senza troppe ragioni) Lady Gaga e quello della veterana Glenn Close. Nessun dubbio sulla vittoria di Lady Gaga con la sua Shallow, miglior canzone dell'anno e uno dei momenti più emozionanti della cerimonia degli Oscar durante la sua esibizione con Bradley Cooper
A tal proposito, una piccola parentesi: Bradley Cooper e Lady Gaga sembrano innamorati in A Star is Born perché è loro dovere sembrarlo. Sono due attori, è il loro mestiere, anzi è il minimo sindacale considerando che entrambi erano candidati. Scatenare una caccia allo scandalo è di per sé una cosa ridicola, sottolineare che comunque la moglie di Bradley (Irina Shayk) sia più bella della cantante è davvero degradante per tutti e 3, e per la figlia di una coppia che, se dovesse lasciarsi, non lo farebbe certo in diretta mondiale. Datevi una calmata. 


Bradley Cooper e Lady Gaga agli Oscar

Chi NON ha vinto: gli snobbati agli Oscar

Se la domanda che tutti ci poniamo la mattina dell'ultimo lunedì di febbraio è Chi ha vinto gli Oscar? è bene ricordare che tanti altri non hanno vinto. Non ha vinto Spike Lee, che con il suo ultimo film ha fatto il lavoro della vita, quello che avrebbe dovuto consacrarlo definitivamente, e che ancora una volta si è visto scavalcare da una storia di autisti (indimenticabile la polemica, ancora accesa, sulla vittoria di A spasso con Daisy che adombrò completamente Fa' la cosa giusta nel 1990). Il regista si è dovuto accontentare della statuetta per la miglior sceneggiatura non originale per Blackkklansman.
Non ha vinto Yorgos Lanthimos, che pure ne La Favorita ha creato il mio film preferito dell'anno ma è stato messo in ombra. E a tal proposito, non ha vinto Sandy Powell, candidata per i migliori costumi per ben due film (La Favorita e Il ritorno di Mary Poppins) e superata appunto da Black Panther


Spike Lee vince l'Oscar alla miglior sceneggiatura non originale

Chi è quindi il vero Oscar winner 2019?

Non lo sappiamo. Nessun film ha portato a casa un tale numero di statuette da decretarlo vincitore assoluto. Sappiamo chi ha perso, però: l'Academy. Dopo gli anni degli Oscar So White e del Me Too, nessuno si è preso la responsabilità di far vincere un film veramente di rottura. E in un anno dominato da lavori politicamente e socialmente d'impatto, fare una scelta tiepida è stato davvero un peccato.

Alfonso Cuarón vince l'Oscar al miglior regista





London Fashion Week: cos'è successo a Londra in 5 giorni di sfilate

21 febbraio 2019

Sfilata Mary Katrantzou a Londra

Se New York apre il fashion month, le sfilate di Londra sono quelle a cui si presta meno attenzione. Un po' perché durano poco (appena 5 giorni); un po' perché i grandi nomi sono solo un paio e la maggioranza degli show mette in scena collezioni di designer giovani e sconosciuti dai non addetti ai lavori (ma non per questo meno interessanti); un po', ammettiamolo, perché arriva prima della settimana della moda di Milano e in quei giorni siamo tutti in fermento. Ma in quei famosi 5 giorni Londra ha raccontato tanto, a chi ha voluto ascoltare. Ecco cosa. 

Burberry alla London Fashion Week

Cosa è successo alle sfilate di Londra

Un sistema ben rodato e organizzato è ciò che distingue la fashion week londinese da tutte le altre. Qui e solo qui gli orari delle sfilate vengono rispettati, il calendario privilegia i giovani talenti rispetto ai grandi nomi e la sostenibilità è la parola chiave. Per la seconda volta, infatti, i 5 giorni di Londra sono stati completamente fur free.

Erdem autunno inverno 2019-20

La Brexit non spaventa

La moda è un settore forte in UK, con un giro d'affari intorno ai 30 milioni di sterline. E la paura, da quando lo spettro della brexit è comparso sul cielo d'Inghilterra, è che questa possa diminuire i traffici commerciali e turistici con il resto d'Europa. Almeno al momento, però, Londra rimane aperta. Crocevia di culture, di genti e di idee, la London Fashion Week ha accolto ospiti da più di 50 paesi, come la presidentessa del British Fashion Council non ha mancato di ricordare in fase di apertura. 

Molly Goddard autunno inverno 2019-20



I giovani stilisti rimangono il punto di forza della moda britannica

I grandi nomi della moda British (Burberry, Vivienne Westwood) devo vedersela con l'esercito di giovani stilisti amatissimi. Tra tutti spiccano Simone Rocha, Molly Goddard e Mary Katrantzou, che in pochi anni hanno saputo creare una moda nuova, immediatamente riconoscibile, giovane e già iconica. 
Non è un caso che la Fashion Week di Londra sia così attenta al mondo dei nuovi talenti: eventi come l'International Woolmark Prize, Fashion East e la sfilata degli studenti della Central Saint Martins sono tra i più attesi dell'intero calendario. Questo rende le sfilate di Londra sicuramente meno appetibili per il grande pubblico, che riconosce pochi nomi in calendario, ma una miniera d'oro per gli addetti ai lavori che sanno riconoscere perle rare, talenti innovativi e nomi destinati a diventare iconici. 


Look dalla sfilata Mary Katrantzou

Minimalismo? No grazie!

Se la moda British è famosa in tutto il mondo per capi lineari e iconici (basti pensare al trench), la nuova leva del fashion made in Britain la pensa diversamente. I "giovani", come i già citati Simone Rocha, Mary Katrantzou, ma anche Peter Pilotto ed Erdem, sono devoti all'eccentricità. Tulle coloratissimo, piume in ogni dove, linee eccessive e uno styling che fa spettacolo di ogni look sono i punti chiave di questa settimana della moda. Esaltati dalla sempre provocatoria Vivienne Westwood, regina del punk e della contestazione. 
A riportare in casa la sartorialità tutta British non può che essere Burberry, alla sua seconda sfilata guidata dal direttore creativo Riccardo Tisci. Il genio italiano che negli anni passati ha dato nuova vita a Givenchy, oggi lavora sui contrasti dell'anima inglese. Sartorialità borghese e street style ispirato alla cultura hip hop convivono nella sfilata Burberry alla Tate Modern, emblematicamente svolta in due sale completamente diverse dominate rispettivamente dalla musica classica e dal rap. 

Peter Pilotto autunno inverno 2019-20

Abiti, abiti, abiti

Non possono mancare trench e cappotti, ma a dominare le passerelle sono stati i vestiti per il prossimo autunno inverno. Soprattutto in versione neo-vintage, amatissima dagli inglesi che passano la domenica al mercatino a pescare tra gli abiti anni '50 e '60. Le linee a ruota e a trapezio sono le preferite per gli abiti degli stilisti britannici, che le reinterpretano in versione hipster-chic, fluo, a fantasie floreali, con dettagli couture. 

Abito Simone Rocha

Sfilata Vivienne Westwood a Londra

Foto da Vogue.com

Regalare un viaggio: come e perché

18 febbraio 2019


Se stai cercando un regalo di compleanno per lui, per lei, per un'amica, per un parente... punta su un viaggio! Regali particolari e unici, che non rischiano di cadere nel dimenticatoio o di essere banali. Adatti a tutte le tasche, dalle smartbox ai pacchetti viaggio regalo più elaborati, sono il dono perfetto per qualsiasi occasione. 



Come ho imparato che regalare un viaggio è l'idea vincente

Quando c'è un legame speciale con qualcuno, le occasioni per fargli un regalo si moltiplicano. Oltre alle festività comandate come Natale c'è il regalo di compleanno, regali di laurea, cresima e altre occasioni speciali, se si è in coppia si aggiungono San Valentino e gli anniversari. E allora che si fa? Come trovare regali particolari che il festeggiato non rischi di avere già? Semplice: la soluzione è regalare un viaggio


Viaggi lowcost o di lusso: regali per tutte le tasche

Lo so, lo so, stai pensando che regalare un viaggio sia decisamente troppo costoso per il tuo budget, ma sai una cosa? Non è così. Con le tantissime offerte di voli lowcost, smartbox e voucher su siti di viaggio, puoi spendere la cifra che preferisci e comunque stupire il destinatario. 
Io e il mio fidanzato lo abbiamo scoperto insieme, quando vivevamo a 1500 km di distanza, le nostre case si riempivano di oggetti inutili e il tempo da trascorrere insieme era sempre poco. Grazie alla nostra storia, che per 4 anni e mezzo si è consumata a distanza, abbiamo imparato ad approfittare di ogni offerta e a tenere costantemente d'occhio i siti di voli lowcost e offerte di soggiorno. E così abbiamo capito che con lo stesso budget di una borsetta che sarebbe finita relegata in fondo al mio armadio delle borsette, o di un braccialetto che lui non avrebbe mai indossato, potevamo regalarci un'esperienza da vivere insieme. Da allora, in ogni occasione possibile, non abbiamo più smesso di cercare cose da fare invece che cose da possedere
Non è necessario pianificare un viaggio all'estero (anche se in qualche occasione lo abbiamo fatto). Basta prenotare una notte fuori, in una delle città italiane che amiamo oppure in un posto vicino ma che non abbiamo ancora esplorato, per sorprendere l'altro e condividere un'esperienza che non potrà mai finire chiusa in un cassetto. A volte è un viaggio di 5 giorni a Londra, a volte un weekend in Romagna. A volte è una sorpresa, a volte lo pianifichiamo insieme, ma una cosa la sappiamo con certezza: un'esperienza è sempre un regalo gradito


Come presentare un viaggio regalo?

Tutto dipende dall'occasione e dal destinatario. Se si tratta di un regalo di laurea per un parente, un regalo di coppia per due persone che si conoscono poco o altre situazioni in cui il regalo va scartato in pubblico, la cosa è semplice. Scegli una smartbox o un altro cofanetto regalo a tema. Questa è la soluzione ideale per regali particolari ma allo stesso tempo non troppo specifici. Tu scegli la tipologia di esperienza da donare (una giornata alla spa, un weekend in Italia, un paio di notti all'estero), ma sarà il ricevente a individuare esattamente quella che preferisce tra le numerose proposte dei cofanetti. Questo tipo di regalo lowcost è una vittoria assicurata: la persona che lo riceve si sentirà coccolata ma allo stesso tempo non le imporrai i tuoi gusti, lasciandola libera di scegliere date, location e dettagli della sua esperienza da sogno. Se il tuo regalo andrà consegnato durante una festa, basterà scegliere una bella scatola colorata (ne trovi di splendide da Tiger e Primark, per esempio) con un elegante fiocco e un bigliettino allegato. Et voilà!


Un viaggio come regalo di compleanno per lui (o per lei)

Se la persona a cui vuoi regalare un viaggio è il tuo fidanzato/a, la cosa si fa più complessa ma anche più divertente. Conosci perfettamente i suoi gusti, le sue esigenze e le cose che ama fare quando è in viaggio e (cosa da non sottovalutare) sai che regalare un viaggio a lui/lei significa anche un po' regalarlo a te stesso. Qualche tempo prima che arrivi il compleanno, l'anniversario o quello che è, comincia a spulciare i migliori siti per viaggiare risparmiando: che tu voglia regalare un'esperienza semplice o di lusso, puoi trovare il modo per risparmiare qualcosina (e investire la rimanenza per altri piccoli pensierini o per rendere il soggiorno più confortevole per entrambi). Pensa ad ogni cosa che vi siete detti negli ultimi tempi: luoghi incantevoli, location di film, esperienze uniche, mostre e spettacoli temporanei, qualunque cosa può essere il punto di partenza per regalare un viaggio ispirazionale alla persona che ami. 
Poi organizza il modo giusto per presentarle il regalo. Ci sono state volte in cui abbiamo organizzato il viaggio regalo insieme (magari perché il budget era così alto da voler essere sicuri di spenderlo nel modo giusto). In altre occasioni ci siamo fatti una sorpresa con una busta piena di foto della location in questione, lasciata sul tavolo a mezzanotte in punto. Il mio ultimo viaggio regalo di compleanno mi è stato consegnato al termine di gioco a quiz con tre diversi premi (tre weekend diversi per luogo, tipologia ed esperienze). Insomma, lasciate correre la fantasia per sorprendere chi amate!



New York Fashion Week: il mondo delle sfilate ha ancora senso?

14 febbraio 2019

Sfilata Marc Jacobs autunno inverno 2019-20

Pochi mesi dopo essere stata nominata "direttrice a vita" di Vogue USA, sembra che il potere assoluto di Anna Wintour cominci a sgretolarsi. Resa quello che è principalmente dalla regina della moda americana, la New York Fashion Week di questo febbraio ha mostrato tutte le fragilità del mondo delle sfilate di cui forse, davvero, non abbiamo più bisogno. 

Sfilata Oscar de la Renta autunno inverno 2019-20



Che senso hanno le fashion week

Lo spettacolo, l'attesa, l'emozione dell'istante in cui spengono le luci e inizia una sfilata, ve lo assicuro, non sono in discussione. Chi assiste alle fashion week dal vivo, se ama il proprio lavoro nel mondo della moda e non solo, non può che sentirsi trasportato dalla frenetica girandola di passerelle, presentazioni, cocktail ed eventi che animano le quattro capitali della moda
Ma che senso ha tutto questo per chi disegna e produce abiti? Quando sono nate nel 1943 (proprio con la New York Fashion Week), le settimane della moda erano un mezzo di comunicazione e di marketing potentissimo. Con sei mesi di anticipo, i giornalisti delle riviste di moda e i buyer di negozi e centri commerciali scoprivano le tendenze della stagione successiva e avevano tutto il tempo di fare le giuste scelte editoriali e commerciali. Le riviste di moda erano le uniche fonti di conoscenza di cosa fosse trendy e cosa no, e le vetrine erano gli unici modi per conoscere i nuovi abiti dei couturier e comprarli. 
La rivoluzione portata nel fashion system dai social network e dai cosiddetti influencer, però, ha reso nulla questa funzione. Tutto il mondo ha la possibilità di conoscere in diretta le collezioni che arriveranno nei negozi tra un mese, di criticarne il gusto o il messaggio e di farsi una propria idea, personale o influenzata appunto da blogger & co. Quando gli abiti arrivano in vetrina, sappiamo già esattamente su quale tendenza puntare, quali capi ci piacciano e quali brand evitare perché il direttore creativo ha fatto un commento sessista. Allora, a cosa serve tutto questo?

Sfilata Carolina Herrera alla New York Fashion Week


New York Fashion Week: designer che viene, designer che va

Era stata appunto Anna Wintour, la regina della moda americana e mondiale, a rendere la New York Fashion Week l'aggregato di sfilate più importanti del mondo. Come parodiato (ma neanche tanto) ne Il Diavolo Veste Prada, un gesto del capo della direttrice di Vogue poteva cambiare l'intera carriera di uno stilista. Ma è ancora così? Ovviamente no, almeno non a quei livelli. 
Le riviste di moda, sì perfino Vogue, sono in crisi e non accennano a ritornare a galla. E perché dovrebbero, se oggi qualsiasi cosa ci dicano possiamo vederla con i nostri occhi, in diretta, da ogni parte del mondo? E se un influencer che indossa un paio di scarpe le rende sold out prima ancora che l'articolo in merito venga stampato?
Ci hanno provato in tanti modi, a rinnovare le Fashion Week e in particolare quella di New York: dalle sfilate co-ed che uniscono le collezioni maschili e femminili, alle linee see-now-buy-now disponibili online subito dopo lo show, dalle sfilate che diventano messaggi politico-sociali o show spettacolari, fino all'inclusione di influencer e celebrities in passerella. Ma non è servito a niente: l'attenzione rimane concentrata sugli ospiti, sulle polemiche, sul gossip, raramente sulle collezioni. E ormai chi sfila in quale calendario non ha più importanza.

Michael Kors autunno inverno 2019-20


Cosa abbiamo visto alla Fashion Week 2019 di New York

Criticatissime dalla stampa, le sfilate di New York di quest'anno hanno dato una sensazione generale di già visto. Saranno le tendenze che tornano e ritornano, tra pantaloni di satin e tailleur di velluto, colori audaci e abiti stampati. Niente di nuovo sotto il sole se non, ancora, un'attenzione ossessiva allo spettacolo invece che alle collezioni. Come hanno dimostrato Christian Siriano (già famoso per l'introduzione di modelle pul-size in passerella) e Rag & Bone, inserendo la tecnologia e l'intelligenza artificiale nelle loro sfilate per il prossimo autunno inverno 2019-20
A stupire veramente sono stati i nuovi nomi di una moda inclusiva, senza regole, spettacolare. Come Pierre Davis, prima designer transgender a sfilare alla New York Fashion Week con una collezione gender-neutral e dedicata a tutti i tipi di fisicità. Altra grande novità è stata la prima sfilata del costume designer Tomo Koizumi. Lo stylist giapponese, che negli anni passati ha vestito celebrità come Katy Perry, ha presentato alle sfilate di New York una collezione onirica, fatta di abiti coloratissimi e soffici come marshamallow. In passerella per lui, tra modelle professioniste e it-girl, anche l'attrice di Game of Thrones e Star Wars Gwendoline Christie. A dimostrare che anche se sei alta 1,91m puoi osare con un abito gigante multicolor. 

Tailleur dalla collezione Rag & Bone

Sfilata Christian Siriano

Sfilata Pierre Davis, prima designer transgender alla New York Fashion Week

Gwendoline Christie in passerella per Tomo Koizumi

Philipp Plein re delle polemiche

E se un po' mancano le novità (ma restano le certezze, da Zac Posen a Tom Ford), i gossip non si fanno certo attendere. Le polemiche sono l'anima di ogni show, e la New York Fashion Week non fa eccezione. A creare scandalo stavolta è stato Philipp Plein, il designer tedesco e amante dell'Italia che, dopo aver sfilato per diversi anni a Milano ha portato i suoi show eccessivi a New York. Sempre al centro dell'attenzione per le sue sfilate evento, over-the-top e persino trash, stavolta Plein ha mandato avanti una polemica infinita con la giornalista Alexandra Mondalek. Rea di aver criticato la moda di Plein e l'organizzazione della sfilata alla New York Fashion Week (a quanto pare l'ufficio stampa aveva parlato di cena e posti a sedere, ma molti invitati sono rimasti in piedi, a digiuno e con una pessima visuale dei vestiti in passerella), Alexandra è stata insultata dallo stilista non solo per una presunta mancanza di oggettività nel recensire la collezione, ma soprattutto per la sua forma fisica. Philipp Plein ha sarcasticamente pubblicato vecchie foto della giornalista (che onestamente sfido a definire in sovrappeso), alludendo al fatto che le cattive recensioni derivassero da un forte appetito non soddisfatto. Bah, che caduta di stile!


Zac Pose autunno inverno 2019-20

Sfilata Philipp Plein a New York

Sfilata Tom Ford alla New York Fashion Week


Foto da Vogue.com

Come Pose ha cambiato la storia della tv (mentre noi eravamo distratti)

11 febbraio 2019


È stata una settimana impegnativa, questa, per il mondo dello spettacolo. Tra i (melo)drammi di casa nostra con Sanremo e la sua sempre ricca dose di polemiche, i BAFTA Awards a Londra e la Fashion Week di New York, c'era tanta carne al fuoco. Forse per questo in Italia non ci siamo resi conto dell'arrivo di una serie tv che ha cambiato per sempre la televisione internazionale: Pose.

Cos'è Pose?


L'ultima fatica di Ryan Murphy (l'uomo che, tra gli altri, ci ha regalato Glee, American Horror Story e American Crime Story, ma anche Mangia, Prega, Ama) è una serie tv da vedere per tanti motivi. La trama di Pose ruota attorno al fenomeno delle ballroom, le sale da ballo in cui gli emarginati della New York di fine anni '80 si sfidavano a colpi di abiti stravaganti, mosse da ballo in stile vogue (molto prima che Madonna rendesse popolare il ballo) e commenti al vetriolo. A partecipare alle gare le cosiddette House (case), gruppi di individui non legati da parentela che si scelgono di vivere insieme per proteggersi dagli attacchi della società. Sì, perché a vivere la ball culture sono principalmente omosessuali e transessuali, soprattutto quelli di origine latina o afroamericana, gente che vive ai margini della società e che all'interno delle ballroom e delle case può esprimersi liberamente. 
Durante il giorno fanno lavori umili oppure si danno alla vita da strada, si prostituiscono, spacciano, ballano ai peep show. La notte, però, indossano abiti sfavillanti e si danno ai balli. Cacciati dalle loro famiglie, maltrattati dalla società nella New York dell'ascesa di Trump, assediati dallo spettro dell'HIV, nelle House trovano una famiglia vera e propria, capeggiata da una Madre (Mother), in grado di guidarli, proteggerli e farli sentire reali
Un sottosuolo di diversi che trovano in una dimensione parallela alla vita vera molta più realtà di quanta ne troveranno mai per le strade, nei posti di lavoro, nei luoghi pubblici. Una storia che Ryan Murphy ha voluto raccontare con i suoi toni eccessivi, artefatti, barocchi, contrapposti al pallido squallore della vita reale, delle buie stanze d'ospedale, degli appartamenti con le crepe sul soffitto in cui una House diventa vera e propria famiglia. Il tema, complesso e affascinante, affrontato in Paris is Burning (documentario del '90 disponibile su Netflix) è difficile da affrontare ma la serie tv gli dona il giusto equilibrio tra dramma e commedia.


Perché Pose ha cambiato il mondo delle serie tv


La regia elegante, i costumi eccessivi e sofisticati, le ambientazioni fedeli alla ball culture con i suoi lustrini e i suoi trofei plasticosi fanno da sfondo a quello che è in realtà un dramma familiare. Le House sono, per alcuni dei protagonisti, le uniche vere famiglie in cui possano sentirsi al sicuro. E se Elektra è l'archetipo della matrigna cattiva, Blanca è una vera Madre, fonte di nutrimento spirituale e ispirazione, baricentro morale della storia. A corollare la loro spassosa rivalità nel mondo delle ballroom sono i figli che non hanno mai avuto: Angel, che si innamora del classico yuppie che vive nei sobborghi e che tradisce la moglie più con la sua idea di trasgressione che con una persona vera e propria; Damon, cacciato di casa a diciassette anni perché omosessuale e dotato di un cuore e di un talento rari; Papi che scopre a proprie spese il valore di una famiglia, seppur non di sangue; Candy e Lulu, le superficiali reginette del ballo che, in fondo, non sono altro che esseri umani anche loro, con tutte le insicurezze che comporta abitare un corpo che non è il proprio. Su tutti svetta Pray Tell, l'intrattenitore che tira le fila di questo mondo di scapestrati e reietti. A fare da contraltare, lo squallido quanto reale stereotipo del maschio bianco eterosessuale: il già citato yuppie Stan, la moglie Patty, il capo Matt e perfino, mai visto ma spesso nominato, Donald Trump
A rendere Pose una serie tv rivoluzionaria non sono i temi pruriginosi affrontati (che comunque costituiscono buona parte del fascino di questo show), ma il cast con il più alto numero di attrici transgender della storia. E seppure sia terribilmente triste pensare a quanto spesso abbiamo visto personaggi transessuali interpretati da cis-gender, più triste è vedere come Pose abbia riscosso pochissimo successo di pubblico. Adorata dalla critica (è stata inserita perfino nella rosa delle 5 migliori serie tv drammatiche dell'anno ai Golden Globes), è stata vista così poco che SKY, normalmente compratore delle serie di Ryan Murphy, ha deciso di non acquistarla per l'Italia. A farlo è stato Netflix, insieme ad altre serie già cult del produttore e regista come l'acclamatissima American Crime Story: L'assassinio di Gianni Versace

I temi universali di Pose


House, Mother, realness. Casa, madre e un termine difficile da tradurre in italiano e che perfino la lingua inglese usa pochissimo: la sensazione di essere reali, di appartenere al mondo reale, di essere una persona in tutto e per tutto. Queste sono tre delle parole ricorrenti in Pose, insieme a un numero indefinito di insulti e improperi e commenti velenosi. Perché appunto, dietro a lustrini e paillettes, abiti scenografici e luci stroboscopiche che dominano l'ambiente surreale dei ball, questa serie tv è molto molto reale
Il tema della famiglia, quella di sangue e quella che si sceglie, è centrale in ogni sottotrama. Tutti i personaggi di Pose sono stati abbandonati da chi li ha messi al mondo, e hanno saputo (oppure no) costruirsi una nuova famiglia nella comunità LGBT. Altro tema fondante è quello della genitorialità, la responsabilità nei confronti delle anime perse che popolano la ballroom community. In positivo e in negativo, le Madri delle Case che si sfidano a colpi di pose e passi di danza modellano la vita dei loro figli "adottivi", ma non solo: anche l'insegnante di danza di Damon è una figura materna, così come Pray Tell interpreta alternativamente il padre di tutta la comunità ed è lui stesso un'anima persa da salvare. 
Infine, la realness. La sensazione di essere sé stessi, reali, tangibili, dotati di un valore intrinseco anche quando la società relega ai margini. Sullo sfondo, la tragedia dell'HIV che miete vittime ogni giorno nella comunità LGBT, vista dalla società come "una sorta di metodo Darwiniano per la selezione naturale". La serie tv riesce a mantenere un equilibrio delicato tra dramma e commedia, cadendo perfino in piccole trappole sentimentali che comunque non ne sminuiscono la credibilità. 


Chi ha guardato Pose?


Netflix non rende facilmente noti i propri numeri, ma basta fare un giro sui social (o una veloce ricerca su Google) per scoprire che in pochissimi hanno guardato questa serie tv in Italia e addirittura pochissime testate di settore ne hanno scritto. La situazione, appunto, non è molto diversa dagli Usa, dove a fronte del successo di critica Pose non ha ottenuto un gran pubblico. 
Forse per certi temi non siamo ancora pronti? Non lo so, la settimana scorsa mi sono sembrati tutti perfettamente a proprio agio con il romanticizzare il documentario su un reale serial killer. Mettersi nei panni di un omosessuale afroamericano che vive ai margini della società, che affronta lo spettro di una malattia devastante e che cerca il suo posto nel mondo dovrebbe essere più difficile? 
Forse veramente non siamo pronti se, mentre Pose usciva su Netflix, molti di noi discutevano sull'albero genealogico dell'artista che ha vinto Sanremo invece che sul suo valore musicale. Forse il mondo non è pronto, se durante la stagione dei premi (che di un po' di vera diversità potrebbero far tesoro) nessuna delle attrici transgender è stata nominata nonostante il loro lavoro straordinario. Forse non è pronto neanche Ryan Murphy, né la stessa casa di produzione della serie (FX) se i nomi di Evan Peters, Kate Mara e James Van Der Beek, gli unici tre attori bianchi che interpretano personaggi eterosessuali, compaiono SEMPRE prima di quelli dei protagonisti nei titoli di coda. Abbiamo tutto il tempo per prepararci, però: Pose è stata già rinnovata per una seconda stagione. 












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