Se al pret-a-porter spetta l’ingrato compito di realizzare
delle meraviglie adatte alla vita di tutti i giorni (o quasi) l’haute couture è
il suo perfetto contraltare, il regno delle infinite possibilità del tutto
estraneo ad esigenze e praticità. L’alta moda, come la poesia, non ha nulla a
che fare con la realtà. È la proiezione su stoffe e accessori dei più intimi e
segreti sogni di cui l’animo umano si nutre. Così può risultare una
meravigliosa favola che concretizza i nostri desideri, oppure un inquietante
incubo che rappresenta i nostri pensieri più torbidi, le nostre paure e la
nostra follia. O ancora, entrambi. È arte pura, che non va spiegata né capita
perché ogni donna che osserva, accarezza, indossa un abito lo interpreta a modo
proprio come si interpreta una poesia, un dipinto, una melodia. Astrattezza
allo stato puro, grazia sognante o inconfessabile follia, irrefrenabile
desiderio o passione concreta. Capita così che nell’incantevole Parigi, a
distanza di poche ore, sfili la sensualità felina e quasi ossessiva di
Donatella Versace e la femminilità innocente ed incantata di Georges Hobeika.
La prima di notte, nel buio, presenta i sinuosi abiti seconda-pelle che
disegnano il corpo delle modelle, in un sapiente gioco di cut-out e trasparenze
che non lascia nulla all’immaginazione, e che a prima vista può essere definito
quasi volgare. Quasi, perché a salvarlo dalle critiche è il taglio perfetto,
che tra tulle, tessuto e pelle disegna onde e ghirigori degni di un pittore
astratto. Capace di rivelare fantasie e ossessioni della mente più contorta. Il
secondo, nel pieno del mattino francese mostra i suoi sogni colorati, luminosi,
quasi innocenti trasformati in abiti color pastello. Volumi ampi, tessuti
vaporosi, sfumature delicate si mescolano alle applicazioni e allo scintillio
di una collezione che illumina da sola la Francia ed il mondo intero. Un
ingegnere civile capace di intessere desideri ed emozioni, e farli risplendere
sulla passerella. E una donna che ha preso in mano l’azienda di famiglia e l’ha
resa un inno al glamour. Opposti e complementari.

Quando, a metà febbraio, nella Valle dei Templi fiorisce il primo mandorlo, te
lo aspetti, lo sai. Quello spettacolo bianco e rosa che colora la vallata lo
vedi da quando sei nata e avviene sempre nello stesso periodo. Eppure, quel
primo mandorlo che vedi di sfuggita, passando in auto, ti colpisce al cuore e
ti emoziona come se non lo avessi mai visto. Forse devo ammettere di avere l’innamoramento
facile, metri e metri di tulle, colori pastello, fiori e piume e ci vuole un
attimo a conquistarmi. Da Giambattista Valli ormai mi aspetto questo, quando
sta per iniziare una sua sfilata preparo il cuore ad accelerare i battiti. Però
è ogni volta un amore nuovo. Comincia con il bianco e il nero, le linee pulite,
i pantaloni svasati, le balze ed il tulle che si fa sempre più voluminoso e
delicato, passando per gonne di piume e colletti a gorgiera, cappottini couture
e applicazioni di fiori. Infine, gli abiti esplodono sulla passerella come
nuvole di colore. E volano leggeri trasportando le modelle in un’atmosfera
surreale. Ecco, surreale è la parola giusta per descrivere la sua poesia di
tulle. Sospesa in un tempo che non c’è, non la si può definire retrò né
moderna, perfino romantica è una descrizione inadeguata. È quella haute couture
di cui parlavo, che vola alta sulle mode, sulle tendenze, sulle occasioni d’uso
e sulle esigenze di chi la indosserà.Rubo le parole ad Oscar
Wilde
: «The only
excuse for making a useless thing is that one admires it intensely.
All art is quite useless». Arte pura, per amore dell’arte stessa e di
coloro che la ammireranno.