Piangere guardando un film fa bene, ovvero elogio dei film drammatici in costume

26 ottobre 2018

Keira Knightley in La Duchessa (Saul Dibb, 2008)

Qualche giorno fa sulle mie stories di Instagram vi ho raccontato di una difficile scelta che ha cambiato la mia vita. Avevo 9 anni, al cinema erano appena usciti Harry Potter e la Pietra Filosofale e Moulin Rouge!, e io scelsi istintivamente (e contro qualsiasi parere degli adulti intorno a me) di guardare il secondo. Detta così fa ridere, ma fu la scelta giusta. Piangere guardando un film fa bene, e se non avete pianto guardando una prostituta morire di turbecolosi tra le braccia di Ewan McGregor, non siete degli esseri umani. 
Piangere guardando un film fa bene, dicevo, e non sono solo io a dirlo. Nel 2016 erano i ricercatori dell'Università di Oxford a rivelare che non solo è normale piangere per un film, è anche salutare per il nostro benessere psicologico. Perché? A quanto pare, commuoversi facilmente guardando storie reali o di finzione su uno schermo scatena il rilascio di endorfine che, alla fine, ci fanno stare meglio. E se sul fatto di commuoversi facilmente la psicologia ha dato le sue risposte, io credo di aver trovato da sola le mie. Come frignona da sempre considerata una che piange troppo spesso, trovo rilassante e rigenerante il concetto di sicurezza scatenato dalla visione di film drammatici, soprattutto se in costume. Il coinvolgimento emotivo verso i personaggi che guardiamo al cinema dipende dalla scrittura, dalla regia e dalla recitazione e dal giusto mix di realismo e finzione. 
Come spiega benissimo questo articolo di lamenteemeravigliosa.it, se nella vita quotidiana siamo troppo spesso spinti a nascondere i nostri sentimenti (per pudore, per non perdere il posto di lavoro, per paura del giudizio altrui, per non mostrarci fragili, perché piangere spesso è considerato un sinonimo di debolezza), commuoversi davanti a un film ci regala un senso di sicurezza assoluta. Per me, questo vale soprattutto per i film drammatici in costume; per i fantasy; per i cartoni animati. Non importa che la sceneggiatura derivi da una storia vera o sia frutto di pura finzione. E poi fino a che punto una storia è finzione? Perfino in un fantasy l'autore riversa i propri, assolutamente reali, sentimenti! Se i personaggi e le loro storie sono scritti in maniera realistica e coinvolgente, i loro sentimenti sono i nostri. L'importante, per me, è che l'ambientazione e il modo di raccontare la storia appaiano quanto più lontani possibili dalla mia realtà quotidiana. Per questo sono perfetti i film ambientati in universi sconosciuti e immaginari, oppure talmente lontani nel tempo da apparire irreali (proprio come nel caso dei film in costume). Piangere guardando un film drammatico mi regala quelle due ore in cui i sentimenti del personaggio si fondono e si confondono con i miei. Mi commuovo per il film e il personaggio che soffre, ma facendolo esorcizzo la mia insicurezza e la mia fragilità nel buio della sala di un cinema o nella comfort zone del mio divano di casa. E per un attimo non penso alle mie disgrazie attuali, ma a quelle di Keira Knightley (nei film drammatici in costume a soffrire è sempre Keira Knightley, non so perché). E se chi piange guardando un film ha avere un'intelligenza emotiva più sviluppata, vorrà dire che io sono un genio, perché ho pianto anche guardando Deadpool 2.


James McAvoy e Keira Knightley in Espiazione (Joe Wright, 2007)

Alicia Vikander ed Eddie Redmayne in The Danish Girl (Tom Hooper, 2015)

Eddie Redmayne e Amanda Seyfried in Les Miserables (Tom Hooper, 2012)

Aaron Johnson e Keira Knightley in Anna Karenina (Joe Wright, 2012)


Nicole Kidman e Ewan McGregor in Moulin Rouge (Baz Lurhmann, 2001)

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