Come valorizzare il made in Italy nel 2018? Con il progetto di due giovani donne imprenditrici di successo

29 ottobre 2018


Come valorizzare l'industria del made in Italy nel 2018? Un'ampia gamma di prodotti italiani amati in tutto il mondo, da proteggere, espandere e rendere fruibili al pubblico. La nostrana passione per il cibo, l'abbigliamento, l'artigianato non conosce eguali nel mondo ed è giusto che quelle piccole aziende made in Italy che propongono prodotti enogastronomici, le aziende di abbigliamento e di accessori e quelle che si occupano di artigianato trovino un canale specifico per incontrare buyer e consumatori. 
Questo è il concetto alla base di Vivi Made in Italy, il primo showroom virtuale che raccoglie aziende di abbigliamento, enogastronomia, arredo, cosmesi e accoglienza, tutte accomunate dalla passione per l'italianità. Non cieco patriottismo, ma una continua innovazione delle eccellenze della nostra penisola che giovani imprenditrici e imprenditori vogliono proteggere e far conoscere in tutto il mondo. E sono proprio due giovani imprenditrici di successo ad aver creato questa vetrina virtuale, Sabina Petrazzuolo  e Giovanna D'Aponte. Accomunate dalla passione per il cibo, per l'abbigliamento e il buon gusto italiano e unite dall'intuito per un'impresa di successo, hanno creato da zero Vivi Made in Italy per far conoscere al mondo le meraviglie che le aziende italiane sanno e possono tramandare. Nella vetrina virtuale del sito, start up italiane e aziende di famiglia incontrano buyer e potenziali consumatori, nascono sinergie e progetti comuni e ogni prodotto è valorizzato nello showroom della rispettiva categoria. 
Tra i primi brand aderenti al progetto, online dal 22 ottobre, ci sono aziende di abbigliamento etico e sostenibile come Malìa Lab, che nel cuore della Calabria ha trasformato le idee della stilista Flavia Amato in una moda glamour e del tutto naturale. La passione per il cibo è invece il motore di Picogrammo, un'azienda che unisce la tradizione dei prodotti made in Italy come biscotti e dolci artigianali all'innovazione della tecnologia in cucina. Il risultato è un'eccellenza enogastronomica che rappresenta un passo in avanti nella fiorente industria del made in Italy nel mondo. Sulle rive del lago Trasimeno, l'azienda di abbigliamento Marisé Perusia nasce nel 2017 dalla tradizione sartoriale italiana che incontra l'innovazione e le tendenze della moda donna.
Queste sono solo alcune delle aziende made in Italy che hanno aderito al progetto di Sabina Petrazzuolo e Giovanna D'Aponte, che ha intenzione di espandersi sulla base di due capisaldi fondamentali: la tradizione e l'innovazione, inscindibili nei brand di moda, arredo, gastronomia e artigianato che Vivi Made in Italy ci farà scoprire nei mesi a venire. 






Malìa Lab

Picogrammo

Marisé Perusia

Foto da vivimadeinitaly.it

Piangere guardando un film fa bene, ovvero elogio dei film drammatici in costume

26 ottobre 2018

Keira Knightley in La Duchessa (Saul Dibb, 2008)

Qualche giorno fa sulle mie stories di Instagram vi ho raccontato di una difficile scelta che ha cambiato la mia vita. Avevo 9 anni, al cinema erano appena usciti Harry Potter e la Pietra Filosofale e Moulin Rouge!, e io scelsi istintivamente (e contro qualsiasi parere degli adulti intorno a me) di guardare il secondo. Detta così fa ridere, ma fu la scelta giusta. Piangere guardando un film fa bene, e se non avete pianto guardando una prostituta morire di turbecolosi tra le braccia di Ewan McGregor, non siete degli esseri umani. 
Piangere guardando un film fa bene, dicevo, e non sono solo io a dirlo. Nel 2016 erano i ricercatori dell'Università di Oxford a rivelare che non solo è normale piangere per un film, è anche salutare per il nostro benessere psicologico. Perché? A quanto pare, commuoversi facilmente guardando storie reali o di finzione su uno schermo scatena il rilascio di endorfine che, alla fine, ci fanno stare meglio. E se sul fatto di commuoversi facilmente la psicologia ha dato le sue risposte, io credo di aver trovato da sola le mie. Come frignona da sempre considerata una che piange troppo spesso, trovo rilassante e rigenerante il concetto di sicurezza scatenato dalla visione di film drammatici, soprattutto se in costume. Il coinvolgimento emotivo verso i personaggi che guardiamo al cinema dipende dalla scrittura, dalla regia e dalla recitazione e dal giusto mix di realismo e finzione. 
Come spiega benissimo questo articolo di lamenteemeravigliosa.it, se nella vita quotidiana siamo troppo spesso spinti a nascondere i nostri sentimenti (per pudore, per non perdere il posto di lavoro, per paura del giudizio altrui, per non mostrarci fragili, perché piangere spesso è considerato un sinonimo di debolezza), commuoversi davanti a un film ci regala un senso di sicurezza assoluta. Per me, questo vale soprattutto per i film drammatici in costume; per i fantasy; per i cartoni animati. Non importa che la sceneggiatura derivi da una storia vera o sia frutto di pura finzione. E poi fino a che punto una storia è finzione? Perfino in un fantasy l'autore riversa i propri, assolutamente reali, sentimenti! Se i personaggi e le loro storie sono scritti in maniera realistica e coinvolgente, i loro sentimenti sono i nostri. L'importante, per me, è che l'ambientazione e il modo di raccontare la storia appaiano quanto più lontani possibili dalla mia realtà quotidiana. Per questo sono perfetti i film ambientati in universi sconosciuti e immaginari, oppure talmente lontani nel tempo da apparire irreali (proprio come nel caso dei film in costume). Piangere guardando un film drammatico mi regala quelle due ore in cui i sentimenti del personaggio si fondono e si confondono con i miei. Mi commuovo per il film e il personaggio che soffre, ma facendolo esorcizzo la mia insicurezza e la mia fragilità nel buio della sala di un cinema o nella comfort zone del mio divano di casa. E per un attimo non penso alle mie disgrazie attuali, ma a quelle di Keira Knightley (nei film drammatici in costume a soffrire è sempre Keira Knightley, non so perché). E se chi piange guardando un film ha avere un'intelligenza emotiva più sviluppata, vorrà dire che io sono un genio, perché ho pianto anche guardando Deadpool 2.


James McAvoy e Keira Knightley in Espiazione (Joe Wright, 2007)

Alicia Vikander ed Eddie Redmayne in The Danish Girl (Tom Hooper, 2015)

Eddie Redmayne e Amanda Seyfried in Les Miserables (Tom Hooper, 2012)

Aaron Johnson e Keira Knightley in Anna Karenina (Joe Wright, 2012)


Nicole Kidman e Ewan McGregor in Moulin Rouge (Baz Lurhmann, 2001)

Bookabook: come funziona il crowdfunding per l'editoria e un romanzo su cui puntare quest'anno

23 ottobre 2018


Pubblicare un libro diventa sempre più semplice, ma venderlo? Non è così facile. Per questo nasce Bookabook, una startup che rappresenta la nuova frontiera dell'editoria digitale
Come funziona Bookabook? Si tratta di una particolare piattaforma di crowdfunding per l'editoria. Autori emergenti propongono i loro manoscritti al team di Bookabook, che seleziona i romanzi su cui puntare per proporli al pubblico. Sì, perché è importante capire cos'è il crowdfunding: è un modo per dare al pubblico la possibilità di scegliere su quale romanzo puntare, qual è il cavallo vincente nella corsa sempre più frenetica che vede tantissime persone in Italia pubblicare un libro che poi in pochi leggeranno. Bookabook funziona in maniera da invertire il processo: l'autore propone il suo lavoro, il team editoriale lo sceglie, ma poi sarà il pubblico a decidere se valga la pena di pubblicare il libro oppure no. Ma come funziona il meccanismo di scelta? Così come il nome Bookabook suggerisce, bisogna prenotare il romanzo che vorreste davvero leggere, in formato cartaceo o digitale. Una volta raggiunte le 250 prenotazioni in 100 giorni, il libro verrà effettivamente pubblicato. Semplice, no? Si decide di pubblicare un libro solo una volta che il pubblico ha espresso la propria opinione in merito e il desiderio effettivo di leggerlo. 
Tra le campagne di crowdfunding editoriale attualmente attive sul sito di Bookabook, spicca un romanzo che mi sento di consigliarvi. Si chiama "Libreria da Emma" ed è scritto da una giovane autrice, Serena La Manna, che si definisce nata con una penna e un foglio bianco tra le mani. La sinossi del romanzo recita "Una fuga al contrario, quella di Bianca. Da New York a Milano per fuggire da una vita che si è rivelata non essere come credeva. Scappare e approdare, casualmente, nella città vista tante volte in quelle foto ingiallite della bisnonna. Con una valigia carica di paure e poche speranze, così inizia l’avventura nel capoluogo lombardo. E sarà proprio girovagando per le vie di quella città, che scoprirà non essere così grigia come si dice, che Bianca inciamperà nella piccola libreria di Leo, libraio vecchio stampo con una storia meravigliosa alle spalle. Storia che insieme a Leo, Carlo, professore dallo stile trasandato innamorato della letteratura e dei suoi ragazzi, e ai suoi adorati libri, sarà fondamentale per far capire a Bianca che anche quando tutto sembra perduto, si può sempre ricominciare".
C'è un romanzo atipico dietro la tastiera di Serena La Manna, una storia di formazione e un'avventura avvolta nel misterioso profumo della carta. Un romanzo nato "così, all’improvviso. Senza un progetto. È scappato via dalla penna senza che me ne rendessi conto e io l’ho semplicemente lasciato fare", dichiara l'autrice sul sito del crowdfunding per editoria. Poi le bozze, le correzioni, l'editing, la selezione di Bookabook che ha scelto di pubblicare il libro, ma solo se il pubblico lo leggerà.
Per questo vi invito a visitare la pagina di Bookabook dedicata a Serena La Manna e al suo "Libreria da Emma", dare una sbirciata al romanzo e alla sua autrice e scegliere il vostro libro da leggere prossimamente. Perché il crowdfunding per l'editoria è la nuova frontiera della letteratura del nostro tempo: quello in cui sono i lettori a scegliere su quale romanzo puntare e a quale autore regalare il sogno di pubblicare il suo libro





Una sfilata in pigiama? Yes please! Succede alla Venice Fashion Week 2018

22 ottobre 2018

Pigiama in seta Veraroad, foto da veneziadavivere.com

La moda del pigiama per uscire è una delle più interessanti delle ultime stagioni. Pigiama di seta, interi o spezzati, indossati come morbidi e raffinatissimi tailleur dalla linea fluida. Lo sa bene Caterina Giraldi, fondatrice del brand fiorentino Veraroad che ha partecipato alla Venice Fashion Week 2018 con una vera e propria sfilata in pigiama
All'interno dello splendido Palazzo Marin, teatro di molti eventi e sfilate della Venice Fashion Week 2018, il concetto di slow fashion si è espresso al massimo della creatività. Contrapposto ai ritmi serrati del fast fashion, l'amore per l'artigianato di qualità si srotola lentamente sotto gli occhi affascinati degli invitati. I pigiami di seta Veraroad puntano sulla qualità, sullo scorrere lento e fluido del tempo e della creatività. Ogni pezzo è realizzato con un'estrema attenzione alla morbidezza della seta e ai giochi cangianti di stampe e colori, che mutano al minimo movimento delle modelle in questa sfilata in pigiama che ha tutta l'aria di un raffinato pigiama party. Ci sono i due pezzi coordinati, dalle stampe vivaci e romantiche ispirate all'arte liberty; gli abiti fluidi in seta che scivolano fruscianti tra le sale di Palazzo Marin; gli abiti kimono dalla femminilità sussurrata. Tutto concorre a creare la moda del pigiama per uscire, elegante e contemporaneo sostituto di abiti da sera e jumpsuit. 

A questa sfilata in pigiama, la Venice Fashion Week ha voluto accostare l'esaltazione di un prodotto di alto artigianato veneziano, candidato a diventare partimonio dell'Unesco. Il merletto di Burano, un'arte che risale al 1500, è una delle specialità della moda veneziana. Amatissimi dalla dogaressa Morosina Morosini e poi dalla Regina Margherita di Savoia, i merletti veneziani caratterizzano ancora oggi abiti da sposa e corredi, lingerie e vestiti che raccontano una moda slow. La tradizione del merletto di Burano è tramandata dalle signore che ancora a novant'anni non smettono di raccontare il gusto e il lusso made in Italy tramite metri e metri di pizzo. Tra queste signore, ben quattro generazioni della famiglia Vidal hanno portato alla creazione dell'atelier Martina Vidal Venezia, luogo in cui il tempo si ferma per lasciar parlare la lentezza del lusso. Lingerie, abiti da sposa, biancheria per la casa di altissima qualità escono dalle mani sapienti di esperte artigiane della moda slow. L'atelier Martina Vidal ha allestito una camera all'interno del Palazzo Marin per completare il pigiama party della Venice Fashion Week. Una camera in cui si respira l'amore per l'alto artigianato made in Italy, avvolta nel mistero di queste donne che sanno dare al merletto veneziano una vita nuova, pur mantenendosi a contatto con la secolare tradizione. 


Abito in merletto di Burano Martina Vidal Venezia, foto di Roberto Rosa da veneziadavivere.com

Abito in merletto di Burano Martina Vidal Venezia, foto di Roberto Rosa da veneziadavivere.com

Accessori in merletto di Burano Martina Vidal Venezia, al fashion pigiama party a Palazzo Marin

Merletto di Burano Martina Vidal Venezia a Palazzo Marin

Pigiama in seta Veraroad a Palazzo Marin

Veraroad, foto da veneziadavivere.com

Sfilata in pigiama Veraroad alla Venice Fashion Week 2018

Pigiama per uscire Veraroad

Pigiama in seta Veraroad, sfilata a Palazzo Marin

Sfilata Veraroad, Palazzo Marin

Completo pigiama Veraroad, foto da veneziadavivere.com

Veraroad, foto da veneziadavivere.com

Collezione di pigiami per uscire Veraroad alla Venice Fashion Week 2018

Serie tv: 5 motivi per cui guardare Big Mouth su Netflix

18 ottobre 2018


Dissacrante, eccessiva, spesso al limite dell'indecente, Big Mouth non sembrava una cosa che avrei potuto guardare e apprezzare, invece lo è stata. Le prime due stagioni della serie tv firmata Netflix sono un gioiello dell'animazione per adulti (Big Mouth è vietato ai minori di 14 anni). I protagonisti Andrew, Nick, Jessi, Jay e Missy sono dei ragazzini che stanno scoprendo i cambiamenti del proprio corpo e della propria personalità intorno a quel terribile e spaventoso mostro che è la pubertà.
Ecco 5 motivi per cui guardare Big Mouth:

1. L'idea generale di Big Mouth. Semplicemente geniale: una serie tv animata sull'adolescenza, ma indirizzata agli adulti. Il target più in linea con Big Mouth sono infatti i cosiddetti Millennials che, tra i venti e i trent'anni, sono abbastanza adulti da capirne i giochi più espliciti e i riferimenti più sottili, ma anche abbastanza giovani da ricordare (con imbarazzo e ironia) il terrore di diventare adolescenti. La decisione di Netflix di produrre una serie animata di questo tipo è stata vincente: l'animazione permette di girare attorno al problema di scene troppo esplicite che coinvolgono personaggi minorenni, con una generale atmosfera di ilarità e sarcasmo dissacrante.

2. John Mulaney. Adesso lo dirò: a me piace John Mulaney. Mi diverte, mi fa ridere, non scade in giochetti facili e banalità nei suoi comedy show. Quelli girati per Netflix (John Mulaney: The Comeback Kid e John Mulaney: Kid Gorgeous at Radio City) sono deliziosi, l'episodio di Saturday Night Live presentato da lui la scorsa stagione è esilarante. Qui, oltre a doppiare il protagonista Andrew, presta la voce ad altri personaggi di Big Mouth ed è anche consulente di produzione. Alcuni personaggi e battute sono chiaramente ispirati ai suoi spettacoli di stand-up comedy e alla sua idea di comicità.

3. I personaggi di Big Mouth e i loro alter-ego nella realtà. L'idea di rendere la pubertà una vera e propria creatura mostruosa (il Mostro degli Ormoni Maurice per i ragazzi, la Mostr-essa Connie per le ragazzine), così come lo Spirito della Vergogna, è esilarante e perfetta per convogliare, in maniera ironica ma pungente, la dolorosa solitudine che i ragazzini sperimentano intorno a quell'età. Il cast che dona la voce ai personaggi di Big Mouth in versione originale è stellare: oltre a Nick Kroll (creatore e produttore della serie, voce di Nick, di Coach Steve e del Mostro degli Ormoni), molti grandi nomi della comicità americana sono presenti nella versione originale della serie tv. Connie è Maya Rudolph; il produttore geniale Jordan Peel (Scappa - Get Out e Blackkklansman tra i suoi successi) è la voce del fantasma di Duke Ellington; David Thewlis (il professor Lupin di Harry Potter nonché Ares in Wonder Woman) è esilarante nei panni dello Spirito della Vergogna. Senza dimenticare i camei di Kristen Bell come cuscino di Jay;  Kat Dennings nei panni di Leah e Gina Rodriguez che interpreta l'omonimo personaggio. 

4. I temi seri e oscuri. Il cuore della sceneggiatura di Big Mouth sono i drammi dell'adolescenza: dalle prime pulsioni sessuali all'attrazione per il migliore amico, dai cambiamenti del proprio corpo allo spirito da ribelle in erba. Trattati sempre con sarcasmo intelligente e un'ironia pungente, però, compaiono anche i temi dell'isolamento dei bambini disabili; delle malattie croniche (Devon soffre di artrite reumatoide e per questo i suoi compagni credono che sia un vecchio nel corpo di un bambino); del divorzio; della vita di coppia da adulti; della droga e dell'alcolismo. Tutti passati sotto la lente d'ingrandimento di bambini che stanno diventando ragazzi.

5. I riferimenti alla cultura pop. Sono tantissimi i riferimenti e gli easter eggs distribuiti nelle prime due stagioni della serie animata Netflix. Da Mean Girls a Game of Thrones; lo stesso Scappa - Get Out; The Bachelor e Star Trek; Io e Annie; Inside Out sono solo alcuni dei film e delle serie tv a cui lo show fa riferimento in maniera più o meno esplicita. Ci sono perfino degli omaggi ai Simpsons nella scena della seconda stagione in cui Coach Steve e lo Spirito della Vergogna si trovano nei bagni della scuola - omaggi volgari e dissacranti, ovviamente. 

Nell'insieme, cartoni come Big Mouth fanno un favore all'animazione e alla televisione nel suo complesso: le rendono socialmente rilevanti e, perché no, spassose. Solo occhio a non farli vedere ai minori di 14 anni!





Images Courtesy: Netflix

Perché fare un viaggio all'estero - da solo - ti cambierà la vita

15 ottobre 2018


Ne ho parlato diverse volte e credo che non smetterò mai: il mio viaggio in Cina con AIESEC è stata l'esperienza che ha maggiormente modellato la persona che sono oggi. Dopo diverse domande in merito alla mia esperienza in quell'estate del 2012 vi spiegherò perché fare un viaggio all'estero è così importante nella vostra vita personale e professionale. 
Io sono partita con AIESEC Palermo, che fa parte della più ampia rete AIESEC, un'associazione studentesca senza scopo di lucro presente in ben 126 Paesi del mondo. Ho deciso di fare un viaggio all'estero da sola al primo anno di università, quando avevo appena iniziato a studiare la lingua cinese e non avevo idea di cosa significasse viaggiare da sola (a malapena sapevo cosa significasse viaggiare), convivere con persone di un altro Paese, che parlano un'altra lingua, che hanno un altro background culturale. Ho finito per organizzarmi con una mia collega, con cui ho condiviso parte del viaggio per poi dividerci e continuare da sole l'esplorazione dell'immensa Cina. E nonostante la paura paralizzante, la solitudine e le difficoltà affrontate, continuo a pensare che viaggiare da sola, soprattutto a vent'anni, sia stata l'esperienza più importante della mia vita. Ecco perché fare un viaggio all'estero, soprattutto da solo, ti cambierà la vita in ogni senso. 

- Perché a volte si può viaggiare per ritrovare se stessi. E non importa quanta meditazione, quante sedute di yoga, quanti film al cinema tu abbia mai visto in completa solitudine. Non sarai mai veramente solo finché non ti ritroverai circondato da venti milioni (!!!) di persone che non parlano la tua lingua.

- Perché fare un viaggio all'estero da universitario formerà la tua mente come nessun libro potrebbe mai fare. Incontrare il diverso, sedersi alla sua tavola, fare colazione con spaghetti di soia immersi in una gelatina di fagioli (?) è qualcosa che non si può comprendere finché non la si vive. 

- Perché chi viaggia da solo può veramente imparare una lingua in quattro settimane. Forse non conoscerai tutte le regole grammaticali, non sarai in grado di leggere un quotidiano, ma in quattro settimane dall'altra parte del mondo imparerai - volente o nolente - a comprendere e farti comprendere. 

- Perché chi viaggia impara. Tutto e di tutto. Impara a cavarsela da solo, a mettere in discussione tutto ciò che conosce, a mangiare le verdure perché non capisce da quale animale provenga la carne nel piatto (tratto da una storia vera).

- Perché viaggiare ti rende più intelligente. Dico davvero. Non ho idea di quale sia la spiegazione scientifica dietro tutto ciò, ma conosco una ragione sociologica per cui viaggiare da solo all'estero ti renderà più intelligente: perché conoscerai, come dicevo prima, di tutto e di più. Imparerai che tutto ciò che hai fatto, visto, letto, conosciuto è solo una microscopica parte di quanto si possa fare, vedere, leggere, conoscere nella vita. 

- Perché viaggiare da soli vuol dire viaggiare per condividere. Soprattutto chi viaggia durante gli anni dell'università, magari con un progetto di volontariato come quelli di AIESEC, incontrerà decine e decine di coetanei che fanno la stessa cosa. Che prendono le valigie e partono per cambiare il mondo, o anche solo se stessi. Con quei coetanei potrai condividere prospettive, tradizioni, credenze e valori diversi - e scoprire quanto queste possano arricchire la tua vita e la tua anima. 

- Perché a volte è utile viaggiare come terapia. Per un lutto o un trauma, un cambiamento improvviso nella tua vita o un momento di crisi. Prendi la valigia e vai, scoprirai che la vita va avanti, ovunque, e nel mondo c'è un posto anche per te, un posto in cui anche la tua vita potrà andare avanti. 

- Perché viaggiare per il mondo spendendo poco è possibile. Lo so, non tutti possono prendere un biglietto aereo per Pechino e partire all'avventura. Ma puoi viaggiare spendendo poco e vivere un'avventura straordinaria lo stesso. Ci sono associazioni che organizzano viaggi per universitari, tutti spesati in cambio del tuo coinvolgimento in progetti di volontariato. E non sempre è necessario andare dall'altra parte del mondo: puoi viaggiare, cambiare la vita degli altri e la tua anche con un'ora di aereo. Informati, viaggia, scopri. 





Come "Circe" di Madeline Miller (prossimo all'uscita in Italia) ha riscritto la mitologia greca in chiave femminista

10 ottobre 2018


La maga Circe è uno dei personaggi più conosciuti della mitologia greca. Una delle protagoniste femminili dell'Odissea, la strega dell'isola di Eea (in greco Aiaia) che trasformò i compagni di viaggio di Ulisse in maiali è una figura spaventosa, dea terribile e strega malvagia, un'antagonista nell'eroica avventura di Ulisse. O forse no? La prossima uscita italiana del libro "Circe" ha riaperto il caso su questa figura femminile (e femminista).
"Circe" di Madeline Miller, secondo libro dell'autrice statunitense dedicato alla mitologia greca, racconta infatti una storia diversa da quella che conosciamo nel decimo libro dell'Odissea. Reduce dal successo de "La canzone di Achille", nel quale narrava la presa di Troia dal punto di vista di Patroclo e che le ha fruttato un Orange Prize, la Miller ha fatto di nuovo colpo. Prende stavolta l'Odissea, un'altra delle opere di riferimento della mitologia greca, e ne stravolge anche qui il punto di vista: a narrarci la sua conoscenza con Odisseo e i suoi compagni di viaggio è proprio la maga Circe, dea che nella sua vita secolare ha subito ogni genere di sopruso. Figlia del titano Elio e della ninfa Perseide, la Circe di Madeline Miller inizia a raccontarci la sua storia dall'infanzia. Tra le sale del palazzo di Elio scopriamo una bambina sola, emarginata, la cui voce e i cui desideri somigliano troppo a quelli degli umani e sono detestati dagli dei suoi parenti. In quei corridoi e poi sull'isola Eea incontreremo la storia di Prometeo e della sua punizione eterna; della trasformazione di Scilla e Cariddi in mostri divoratori di marinai; Giasone e il vello d'oro e la sua tremenda sposa Medea; il fascino e furore divino di Ermes, Atena, Zeus e Apollo; Dedalo e la tragedia di suo figlio Icaro; il Minotauro e l'unica creatura che riuscì a volergli bene, Arianna. 
La mitologia greca è rivisitata da una prospettiva femminista, in cui la maga Circe diventa donna fragile, figlia bisognosa di attenzioni, madre protettiva, amante appassionata, amica che sa difendere il girl power. Il picco emotivo del libro si tocca intorno alla storia tra Circe e Ulisse e alla nascita del figlio, di cui l'eroe di Itaca non seppe mai nulla finché non fu troppo tardi. Con una prosa affascinante e magica quanto i pharmaka di Circe, Madeline Miller affronta tematiche femministe e dalla rilevanza attuale: i predatori sessuali e la depressione post-partum, la furia cieca di una vittima verso chiunque sia un potenziale carnefice, l'ineluttabilità del destino, la solitudine di una donna che (forse) è stata molto più fragile e molto più forte di come la mitologia tramandata dagli uomini abbia voluto farci credere. 

"Circe" di Madeline Miller è attualmente disponibile in inglese sui maggiori store di libri online, mentre l'uscita italiana curata da Sonzogno è prevista per i prossimi mesi. 


L'edizione inglese di "Circe" di Madeline Miller, Bloomsbury

L'autrice Madeline Miller
L'edizione americana di "Circe" di Madeline Miller, Time Warner

Sfilate Milano 2018: gli stilisti emergenti e i brand che hanno sfilato al BINF Fashion Show

8 ottobre 2018

Backstage dal BINF Fashion Show

Anche le sfilate di Milano 2018 hanno visto la partecipazione di stilisti italiani e non alle prese con la loro prima collezione o con una delle loro prime sfilate di modaStilisti emergenti e brand che si stanno affermando nel sistema moda sono stati raccolti, per la dodicesima edizione, nel BINF Fashion Show. Una due giorni di sfilate a Milano, nel cuore della città della moda e della Fashion Week meneghina, che ha puntato i riflettori su stilisti e brand emergenti. 

Il primo giorno di sfilate a Milano è stato presentato Admiral, nato a Mosca nel 1995. La stilista dal cuore eclettico infonde nel suo brand l'amore per i viaggi, la musica e l'arhitettura, per abiti su misura che oggi sono realizzati interamente in Italia. Altra protagonista del BINF Fashion Show è stata Chiara Fornellistilista italiana che realizza le sue collezioni traendo ispirazione dalla bellezza classica, dalla natura e dalla sua Napoli. Dyanthus ha invece presentato alle sfilate di Milano la sua idea di pelletteria e borse di lusso. Spariscono i concetti di trend e status symbol e rinasce l'amore per l'artigianato puro, realizzato su commissione, che ha reso la moda italiana famosa in tutto il mondo. KEY LOOK 1916 nasce dall'idea della stilista italiana d'adozione Oksana Keylook. Partendo dal suo amore per la moda e il design, realizza capi iperfemminili che lasciano il segno. Infine la linea Violetta Nakhimova ha portato in passerella alle sfilate di Milano una donna di carattere, amante del lusso e dei colori forti.

Sfilata Chiara Fornelli

Dyanthus primavera estate 2019

Total look sfilata Admiral

Total look sfilata KEY LOOK 1916

Abito da sera primavera estate 2019 Violetta Nakhimova


Nel secondo giorno del BINF Fashion Show sono stati 6 i brand presenti in sfilata. Il primo in passerella è stato Veronicka, brand firmato dalla giovane stilista. Ispirandosi alle opere di Yayoi Kusama, al surrealismo di Joan Mirò, al mondo fantastico di Federico Herrero, la designer fonde il tutto in una sfilata di moda incentrata sulla geometria delle forme e l'essenzialità dei colori. La sfilata alla Milano Fashion Week prosegue con Claudia Bruschini Couture, il brand dell'omonima designer ed erede di una famiglia di stilisti. La collezione primavera estate firmata eVa M prende ispirazione dalla prima donna, dalla femminilità primigenia da cui nascono la purezza e il peccato, il romanticismo e la ricercata personalità femminile. RED CIRCLE è il nome della collezione primavera estate 2019 presentata da Haif Anngy al BINF Fashion Show. Caratterizzata dall'incontro tra culture ancestrali e forme contemporanee, la linea si contraddistingue per l'attenzione ai dettagli e lo stile couture. Le texture, i tessuti e le stampe che Ludovica Misso sceglie per la sua sfilata di moda, invece, arrivano dai viaggi intorno al mondo e in particolare dalle suggestioni affascinanti di Marrakesh. Infine, lo stilista italiano Paolo Venier presenta la sua collezione primavera estate 2019. Un tripudio di linee tratte dallo streetstyle, ma rese contemporanee dall'uso di materiali organici come il jersey e la felpa di cotone 100%.

Total look Ludovica Misso

Paolo Venier primavera estate 2019

Sfilata Veronicka

Sfilata eVa M

Abito da sera primavera estate 2019 Haif Anngy

Sfilata primavera estate 2019 Claudia Bruschini

Foto Courtesy: BINF Fashion Show - Business in Fashion

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