Tra genio e follia, il delicato e straniante "At Eternity's Gate" racconta Van Gogh al Festival del Cinema di Venezia

8 settembre 2018

Willem Dafoe in una scena di At Eternity's Gate

Negli ultimi 60 anni, sono stati prodotti più di venti lungometraggi, documentari, corti, film d'animazione sulla figura del pittore olandese e sulle sue opere. Era necessario un altro film su Van Gogh nel 2018? Assolutamente sì. Tanto più perché, finalmente, l'artista viene raccontato da un artista. Julian Schnabel, regista di At Eternity's Gate in concorso al Festival del Cinema di Venezia, è prima di tutto un pittore. E questo è il secondo film che dedica ad un illustre collega: vent'anni fa si era dedicato a Basquiat, quest'anno porta a Venezia Van Gogh nella mirabile interpretazione di Willem Dafoe
Questo film su Van Gogh era quello che attendevo di più dal Festival del Cinema, nonostante molti colleghi della stampa tendessero a snobbarlo. «Dai retta a una signora più grande di te, tesoro - mi ha detto una giornalista al bar del Palazzo del Cinema, lunedì mattina - Scegli un altro film, stamattina. Di film su Van Gogh siamo stufi, conosciamo la sua storia, non c'è niente di nuovo che si possa dire su di lui». La signora si sbagliava. 
At Eternity's Gate è un film nuovo, spiazzante, che probabilmente non piacerà a molti e non avrà un grande successo di pubblico. Chissà, forse non arriverà neanche in Italia. Ma è la rappresentazione più delicata e umana che abbia mai visto sulla figura del pittore olandese, così amato ma allo stesso tempo mitizzato, romanticizzato all'eccesso. Il Van Gogh di Willem Dafoe (nonostante la notevole differenza d'età tra il personaggio e l'interprete) è reale, tangibile, sofferente ma mai melenso. E la regia di Julian Schnabel è destinata a creare un nuovo tipo di cinema, a cui solo un pittore avrebbe potuto pensare. Il regista usa la macchina da presa come un pennello, anzi come il pennello di Van Gogh: nervosa, scattante, sfocata, la regia inizialmente disorienta e forse infastidisce lo spettatore. Poi, man mano che il film prosegue, ci si rende conto del perché. Quello attraverso cui guardiamo il mondo, le campagne di Arles, il viso di Paul Gauguin, del fratello Theo e del prete (rispettivamente interpretati da Oscar Issac, Rupert Friend e Mads Mikkelsen, tutti e tre perfettamente azzeccati) è lo sguardo di Vincent. Che, al di fuori di ogni romanticizzazione, è una persona malata, il cui confine tra genio e follia è così labile da disorientare chiunque gli stia attorno. 
Nella visione di Van Gogh ci sono zone di nebbia e altre di luce accecante, tremolii e colori vividi, così come nelle sue opere. Nella mente di Van Gogh, in questo film, si alternano momenti di lucida consapevolezza e di totale distorsione della realtà. Vincent si identifica con Cristo, e non lo fa con intento blasfemo: è il figlio di un pastore, per anni ha pensato di dedicarsi lui stesso alla vita religiosa, e come Cristo sente che «Forse Dio mi ha reso un pittore per persone che ancora non sono nate», e in fondo anche Cristo era sconosciuto in vita e lo è rimasto per 30-40 anni dopo la sua morte. 
L'identificazione in Cristo continua nella splendida scena della morte del pittore, di cui non vi svelo le modalità, ma che è stata realizzata tenendo conto della totale mancanza di prove di un suicidio. Questo non è un film biografico, è un film che racconta un artista attraverso gli occhi di un altro artista e che non ha alcuna pretesa di realtà storica. Così molti eventi, seppur accaduti realmente, sono visti non da una prospettiva di verità oggettiva ma dalla percezione assolutamente soggettiva di una persona ammalata e depressa. Bellissimo il rapporto con il fratello Theo, e anche quello con Gauguin, che qui per la prima volta non è "il cattivo" nella vita di Vincent, non è un uomo che abbandona l'amico in un momento di difficoltà. Paul Gauguin (la cui interpretazione da parte di Oscar Isaac, ripeto, è deliziosa) è solo un uomo che ha provato a salvarsi, laddove guardare una persona amata sprofondare nel baratro della propria follia sarebbe tragico e penoso per chiunque. 
Una nota a margine va dedicata a Julian Schnabel, che arriva al Festival del Cinema di Venezia praticamente in pigiama, e sembra veramente un pittore pazzo appena uscito dal suo studio con macchie di colore un po' ovunque. E a moltissime domande non risponde. «Io sono i miei quadri», dice Van Gogh nel film«Io sono il mio film», dice Schnabel ai giornalisti e indirettamente al pubblico. Guardatelo, e capirete. 


"At Eternity's Gate - Alla soglia dell'eternità", il quadro dipinto da Van Gogh nell’aprile 1890, mentre era ricoverato nel manicomio di Saint Paul de Mausole e che dà il titolo al film di Julian Schnabel

William Dafoe e Julian Schnabel al Festival del Cinema di Venezia

Willem Dafoe al Festival del Cinema di Venezia

Willem Dafoe in una scena di "At Eternity's Gate"

Willem Dafoe in una scena di "At Eternity's Gate"

Willem Dafoe in una scena di "At Eternity's Gate"


Oscar Isaac ed Emmanuelle Seigner in una scena di "At Eternity's Gate"

Il cast del film sul red carpet di Venezia

Il cast del film al Festival del Cinema di Venezia

Willem Dafoe in una scena di "At Eternity's Gate"

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