Sfilate di moda: da Louis Vuitton a Chanel, 5 collezioni cruise 2019 che giocano con la nostalgia

29 maggio 2018


Le sfilate di moda non si fermano mai. E mentre aspettiamo che inizino le fashion week dedicate alla moda uomo, le collezioni cruise 2019 fanno capolino da diverse parti del mondo. Le griffe più amate presentano piccoli assaggi della moda che verrà in queste pre-collezioni che inglobano i trend più attesi della moda primavera estate dell'anno prossimo. Ecco una panoramica delle 5 collezioni cruise 2019 più interessanti. 

1. Louis Vuitton cruise 2019
La scorsa settimana, il direttore creativo di Vuitton ha invaso instagram con l'hashtag #notgoinganywhere, mettendo così a tacere le voci di un suo abbandono appena prima di presentare la Louis Vuitton cruise 2019. Questa è stata la quinta collezione resort firmata da Nicolas Guesquière per la griffe francese, sempre legata all'heritage del marchio e al logo Vuitton tanto caro alle fashion victim. Qualche spunto originale però c'è, nella pre-collezione primavera estate 2019: colori acidi, ispirazioni anni '80 e minidress ispirati alla lingerie, per i quali Guesquière ha chiesto l'aiuto della mitica Grace Coddington. 




2. Chanel: collana di perle, camelie e borse iconiche
Coco Chanel è stata la prima stilista al mondo a creare abiti "da vacanza" per i suoi clienti più facoltosi, concetto intorno al quale sono nate le attuali collezioni cruise. Non stupisce quindi che la sfilata Chanel fosse una delle più attese, in questa come in altre stagioni. Karl Lagerfeld ha giocato con i simboli iconici della griffe: le borse di culto, le collane di perle, il simbolo della camelia, l'uso spregiudicato del tweed, tradizionale e allo stesso tempo nuovo. Anche in questa pre-collezione primavera estate 2019 l'ispirazione arriva dalla moda anni '80, resa cool e iperfemminile dalle mani esperte di Karl Lagerfeld




3. Prada, da Milano a Manhattan con amore
Raramente Miuccia Prada sceglie New York come location per le sfilate Prada. Quando lo fa, però, rende giustizia a uno stile che da Milano l'ha portata in tutto il mondo. Anche qui la collezione cruise 2019 è una scusa per rileggere l'archivio del brand con un amore nostalgico e un tocco contemporaneo. Prada prende a piene mani dalla moda anni '80 e '90 che ha dato un senso al bello nel brutto. Le stampe sconvolgenti che hanno confuso il concetto stesso di bellezza; i loghi Prada all over; il design anni '90 che i Millennial sembrano apprezzare tanto. Questa collezione Prada cruise gioca con la nostalgia e la consapevolezza di un patrimonio che è diventato storia della moda. 




4. Dior cruise, una sfilata tra folclore e futurismo
Maria Grazia Chiuri ha già dimostrato di non aver paura del confronto con la secolare tradizione di Dior. L'heritage dell'azienda è il punto di partenza dal quale creare collezioni sorprendenti e personali. La sfilata Dior cruise 2019 si è svolta a Chantilly, cittadina alle porte di Parigi famosa per il pizzo e le storie di grandi cavalieri. Le canzoni cavalleresche si mescolano al folclore messicano che ispira la sfilata della pre-collezione primavera estate 2019. Abiti di pizzo e perline di legno, pois e la mitica lavorazione a plissé, jaquard e ricami mescolano tocchi couture e contaminazioni culturali. 




5. Givenchy, la prima sfilata dopo la morte di Hubert
La sfilata cruise 2019 firmata Givenchy segna la prima collezione dell'era post-Hubert, dopo che l'amato couturier ha lasciato questo mondo lo scorso marzo. Un tocco di nostalgia la percorre per intero, ma non c'è rimpianto nella pre-collezione primavera estate 2019 della griffe. Claire Waight Keller, il cui nome è sulla bocca di tutti dopo aver firmato l'abito da sposa di Meghan Markle, ha presentato una moda resort ispirata al Giappone. La sua collezione di kimono vintage ha dato vita ad abiti orientaleggianti e cinture obi, che uniscono l'aura aristocratica di Givenchy con il background britannico della sua stilista. Il risultato sono bluse asimmetriche come origami in seta, abiti da sera super chic e dettagli couture. 




Foto da Vogue.com

Solo: A Star Wars Story, recensione senza spoiler in 5 punti (+1)

24 maggio 2018


Eccoci qua, Solo: A Star Wars Story è nei cinema d'Italia da ieri e io non mi sono ancora ripresa del tutto dalla visione. Su Instagram mi avete chiesto le mie impressioni ed opinioni sull'ultimo film di casa Star Wars, ed ecco qualche riflessione totalmente priva di spoiler (è difficile commentare il film senza parlare di qualche punto della trama, ma vorrei che riusciste a godervi il tutto al cinema!).

1. La regia.
La lavorazione di Solo: A Star Wars Story, il secondo film antologico della galassia lontana lontana, non è stata delle più serene. Come sapete, il licenziamento di Phil Lord e Christopher Miller, inizialmente al timone del progetto, e l'ingresso in scena di Ron Howard a lavoro già cominciato hanno fatto preoccupare i fan. E inevitabilmente la confusione dietro le quinte ha avuto qualche conseguenza sul film. Howard è un grande regista, che ha saputo prendere le redini del film e portarlo a compimento, ma qualche stonatura nell'atmosfera generale c'è ed è probabilmente una conseguenza del cambio di regia in corsa. Nel complesso, però, il film è coerente e lineare, con qualche guizzo che il regista è riuscito a infilare nelle scene clou. 

2. Han Solo. 
Qualcuno ha definito Solo: A Star Wars Story "una buona risposta a una domanda che nessuno si era mai posto". Sicuramente una parte del fandom di Star Wars (non io) desiderava un'origin story della canaglia più amata della Galassia, ma per questo spin-off non si è visto un briciolo dell'attesa e dell'hype provocati da Rogue One o dagli ultimi due episodi della saga principale. Il "problema" di Han Solo (e di qualsiasi altro personaggio di Star Wars, infatti il buon JJ Abrams dovrà sbrogliare la matassa di Leia nell'episodio IX senza poter fare affidamento sulla compianta Carrie Fisher) è che non si tratta di personaggi letterari. Luke, Leia, Han Solo non escono fuori da un libro né da un fumetto. Il materiale di partenza qui sono i film, quelli della trilogia originale che hanno fatto sognare generazioni di aspiranti Jedi, ed è praticamente impossibile pensare a questi personaggi senza i loro interpreti. 

3. Gli attori. 
Alden Ehrenreich ha avuto quindi il compito più difficile: rendere credibile il suo Han Solo senza farne una caricatura di Harrison Ford. La scommessa, tutto sommato, è stata vinta. Un po' altalenante nella prima mezz'ora, a un certo punto del film il giovane attore trova il suo ritmo, con espressioni, pose e gesti che sicuramente ricordano Ford ma che sono in qualche modo "suoi". Decisamente più a suo agio Donald Glover, uno splendido Lando che domina lo schermo nelle scene in cui è presente. Che per fortuna non sono tantissime, altrimenti avrebbe del tutto eclissato il protagonista. Fanno il loro compitino Emilia Clarke e Woody Harrelson, rispettivamente l'amore d'infanzia e il mentore "atipico" di Han. Bravi, ma nessuno dei due ha modo di brillare veramente. Sempre convincente Paul Bettany, perfetto Joonas Suotamo che interpreta Chewbecca già dall'Episodio VII. Dopo le anteprime a Los Angeles e a Cannes, i complimenti si sono sprecati per la performance di Phoebe Waller-Bridge, la droide L3-37: mi riservo di rivedere il film in lingua originale, perché devo dire che il doppiaggio di questo personaggio non mi ha convinta. 

4. L'atmosfera. 
In Solo: A Star Wars Story a contare è la A. Questa non è la storia di Star Wars e non pretende di esserlo: è una storia di Star Wars. Accantonati la Forza e le spade laser, i villain iconici e perfino la colonna sonora di John Williams (la cui assenza è dolorosamente evidente), rimane un western in salsa galattica che intrattiene ma non entusiasma. Sbagliata qualche scelta in fatto di creature aliene, splendide le ambientazioni. E non è un caso se la sequenza più bella, sia dal punto di vista della regia che da quello della fotografia, è lo spettacolare assalto al treno intravisto nei trailer e girato sulle Dolomiti. Star Wars ama l'Italia, lo ha dimostrato scegliendone alcune splendide ville nella trilogia prequel e lo conferma con questi paesaggi mozzafiato. 

5. La trama.
Senza spoilerare nulla, vi dico che la trama di Solo: A Star Wars Story è abbastanza prevedibile. La regia di Ron Howard, arrivato in piena tempesta al timone del film, segue una linearità da manuale, tanto che i piccoli colpi di scena si avvertono mezz'ora prima che avvengano. Soprattutto uno, non vi svelerò quale, talmente simile a una sequenza di Star Wars - Gli Ultimi Jedi da far male. Nonostante ciò, i fan di vecchia data dell'opera spaziale troveranno citazioni deliziose (anche dall'Universo Espanso) e non potranno fare a meno di sorridere al primo incontro tra Han e Chewbecca; al primo sguardo al Millennium Falcon; alla risoluzione della decennale questione della "rotta di Kessel in 12 parsec". Il resto rimane un po' insipido: i personaggi potenzialmente più interessanti hanno pochissimo spazio, gli altri ballano una danza di alleanze e tradimenti abbastanza scontata. 

6. Il finale: Solo ha cambiato per sempre l'universo Star Wars?
Ripeto ancora una volta che NON farò spoiler in questa recensione di Solo, ma è inevitabile accennare al finale, o meglio a cosa comporta per l'intera saga di Star Wars. L'unico colpo di scena veramente inaspettato, ve lo assicuro, vi farà saltare sulla poltrona del cinema. Il problema è questo: se siete fan di Star Wars di vecchia data, molto informati anche su ciò che è altro dai film, ne sarete deliziati; se no, vi sentirete molto confusi. In entrambi i casi, la situazione (almeno per me e il mio ragazzo) è stata fonte di disturbo, ci ha in qualche modo distratti dal film. E non è quello che vogliamo quando andiamo al cinema, no? Il finale di Solo cambia il modo in cui la struttura di Star Wars è stata intesa fino ad oggi, sia nel vecchio universo espanso che nel nuovo canone introdotto dalla Disney. Il che potrebbe essere un bene o un disastro, dipenderà da come verrà gestita la cosa nei nuovi capitoli della saga. Una cosa è certa: se anche non sapessimo già che Alden Ehrenreich, Donald Glover ed Emilia Clarke hanno firmato un contratto per 3 film, questo finale richiede necessariamente un seguito. Avverrà con "Solo 2" o in altri episodi (per esempio nello spin-off su Obi Wan Kenobi annunciato da poco)? In entrambi i casi cade la ragion d'essere del sottotitolo: non si tratterebbe più di episodi antologici, legati ma in qualche modo indipendenti dalla saga principale, ma di un Universo Espanso che diventerebbe sempre più simile a quello della Marvel. Che io, personalmente, detesto. Sono terrorizzata.







Royal wedding dress, chi è la stilista che ha firmato l'abito da sposa di Meghan?

22 maggio 2018


Chiariamoci subito: a me il Royal Wedding dress non è piaciuto. Proprio per niente. Troppo semplice, troppo pulito, ma allo stesso tempo con un fit in qualche modo "sbagliato" per la perfetta fisicità di Meghan Markle (o meglio, di Sua Altezza Reale la Duchessa del Sussex, come dovremo abituarci a chiamarla d'ora in poi). Ma una cosa è certa: dell'abito da sposa di Meghan si è parlato e si parlerà ancora per settimane (mesi?). Vale quindi la pena di saperne di più sulla stilista che lo ha creato. 
Ancora una volta, dopo il Royal Wedding di William e Kate nel 2011, è stata una donna la stilista dell'abito di Meghan Markle. L'ex attrice americana ha scelto, sorprendentemente, una griffe francese. L'abito da sposa del Royal Wedding era infatti firmato Givenchy, nonostante tutti i rumor dessero per certa la scelta del duo inglese Ralph & Russo. Che secondo me avrebbero fatto un lavoro migliore, ma lasciamo perdere. Il punto è che a capo di Givenchy, per la prima volta nella storia della moda, c'è una donna, ed è inglese. Due ottimi motivi per scegliere Claire Waight Keller come stilista dell'abito da sposa più atteso dell'anno. Dopo l'impero di Riccardo Tisci, che ha reso Givenchy (di nuovo) un'icona dal gusto rock, drammatico, trasgressivo e dedito al decorativismo, la nuova direttrice creativa ha cambiato le carte in tavola. Nominata appena un anno fa dopo aver guidato Pringle of Scotland e poi Chloé, Claire Waight Keller ha fatto del minimalismo la sua firma. 
E lo si vede anche dall'abito da sposa di Meghan Markle: linee pulite, bianco puro, una semplicità solo apparente. Sì, perché per l'abito da sposa in cady di seta sono servite sei diverse lavorazioni, più un elaborato velo che ha richiesto centinaia di ore di ricami in fili di seta e organza. Il velo, appunto, dai romantici ricami floreali che stonavano decisamente con il minimalismo dell'abito, nascondeva una segreta dichiarazione d'amore di Meghan al suo nuovo ruolo nella famiglia reale inglese. È stata la Duchessa, infatti, a chiedere che venissero ricamati sull'orlo i fiori e le piante caratteristici di ognuno dei 53 paesi del Commonwealth, a cui sono stati aggiunti il papavero californiano in onore delle origini della sposa, e il calicanto d'inverno di Kensington Palace per celebrarne la nuova vita a corte. A parte questo dettaglio decorativo, l'abito da sposa di Meghan ha stupito per la (forse eccessiva) semplicità. Scollo a barca e linee pulite, in pieno stile Givenchy by Claire Waight Keller. Uno stile seguito anche dal secondo abito, quello indossato da Meghan al ricevimento serale, firmato Stella McCartney. 







Milano Fashion Week, 4 novità sulla prossima settimana della moda uomo 2018

18 maggio 2018


La settimana della moda uomo è appena dietro l'angolo, e la conferenza stampa della Camera della Moda Italiana ha svelato ieri il calendario, le date e le novità di questa fashion week 2018. Una settimana "ibrida", l'ha definita il presidente di Camera Moda Carlo Capasa, nel segno di un fashion system sempre più confuso ma anche aperto al cambiamento. Ecco allora 4 novità che dovremo aspettarci da Milano Moda Uomo 2018, che avrà luogo nella capitale della moda dal 15 al 18 giugno. 

1. Giovani Fashion Designer cercasi

Ad aprire la Milano Fashion Week 2018 saranno gli studenti delle più prestigiose scuole di moda italiane, grazie al progetto di CNMI Milano Moda Graduate. Non solo stilisti, ma anche figure della comunicazione, del mondo digital e di tutte le professioni del fashion system.

2. Una settimana "ibrida" che mescola moda uomo e donna.

Chiamarla settimana della moda è già troppo: i giorni dedicati alla moda uomo sono appena quattro. Per dare nuovo lustro alla manifestazione, ricordando sempre che l'Italia è ai primi posti del fashion al maschile, molte griffe hanno proposto le cosiddette sfilate "co-ed". Daks, Dsquared2, Frankie Morello, Hunting World, Isabel Benenato, M1992, Marcelo Burlon County of Milan, Neil Barrett, Palm Angels, Sartorial Monk, Sunnei e Vìen sono i nomi che presenteranno contemporaneamente la moda uomo e donna per la prossima primavera

3. Fashion designer: chi va e chi viene.

Nel nome delle sfilate che uniscono la moda uomo e donna, molti stilisti hanno dovuto scegliere se presentare le sfilate unificate durante la fashion week maschile o quella femminile. Emporio Armani, Ermanno Scervino e Furla hanno deciso di far slittare le proprie collezioni maschili a settembre, nel corso della Milano Fashion Week dedicata alla moda donna. Lasciano il posto, però, a tanti nuovi nomi che sfileranno per la prima volta a Milano: tra gli altri, gli italiani Isabel Benenato e Sartorial Monk; il brand inglese Represent; la griffe newyorkese Hunting World

4. Aiuti imprenditoriali ai giovani stilisti. 

Oltre all'attenzione per gli studenti di moda, la Camera Nazionale della Moda Italiana ha annunciato la nascita di CNMI Fashion Trust. Si tratta di una piattaforma dedicata ai giovani imprenditori del settore fashion. I nuovi talenti del made in Italy, selezionati da esperti della sartorialità, verranno messi in contatto con incubatori, media e retailers per trasformare il loro sogno in un'impresa di successo. 





Cannes 2018, il significato della marcia al femminile sul red carpet

14 maggio 2018


Dai Golden Globes agli Oscar al Festival di Cannes 2018: la tempesta che si è abbattuta sul mondo del cinema, dopo lo scandalo Weinstein e tutto ciò che ne è seguito, non accenna a placarsi. E se già dall'inizio l'edizione 2018 di Cannes ha mostrato una posizione precisa in merito (una giuria, capitanata da Cate Blanchett, in cui le quote maschili e femminili sono divise esattamente a metà), ci voleva un'azione clamorosa per attirare gli sguardi del mondo sulla croisette
Non a caso, è stata scelta la prima di Les Filles du Soleil (Girls of the Sun) di Eva Husson, per la marcia delle donne sul red carpet. Il film in gara al Festival di Cannes racconta la storia delle guerrigliere curde; delle donne azere violentate dai combattenti dell'Isis; delle giornaliste che sfidano la guerra e arrivano a morire per raccontarla. Non poteva esserci momento migliore che la sua proiezione, quindi, per mettere in atto la marcia delle donne sul tappeto rosso di Cannes. Per la prima volta, 82 professioniste del mondo del cinema (attrici, produttrici, registe, costumiste, truccatrici, agenti, editrici ecc) hanno sfilato insieme, sottobraccio, capitanate da Madame la président Cate Blanchett e dalla regista Agnès Varda. A raccontare che, come in ogni altro settore professionale, il lavoro femminile è criminalmente sottovalutato anche sotto i riflettori del cinema
«Su queste scale oggi ci sono 82 le donne che rappresentano il numero di registe che hanno salito queste scale dalla prima edizione del Festival di Cannes nel 1946. Nello stesso tempo, 1688 registi maschi hanno salito queste le stesse scale. In un Festival di fama mondiale come questo ci sono state solo 12 presidenti di giuria donne. La prestigiosa Palma d’Oro è stata conferita a 71 registi maschi – troppo numerosi per essere nominati – ma solo a 2 donne – Jane Campion, che è con noi nello spirito, e Agnès Varda, che è con noi oggi». Cate Blanchett presenta con numeri precisi e fatti incontestabili quella che ancora qualche maschilista crede sia un'opinione. Invece i numeri dimostrano che il lavoro femminile, in qualsiasi campo e a qualunque livello, non riceve mai gli stessi riconoscimenti e lo stesso spazio di quello maschile. 






Foto e testo del discorso da Mymovies.it

Orologi donna estate 2018: i modelli di tendenza firmati Hoi Watch

7 maggio 2018


Feticcio di moda e ossessione delle più precisine, l'orologio da donna è qualcosa di più di un semplice accessorio: è l'unico gioiello che coniuga design e una funzione pratica. Se però ritenete che l'orologio serva soltanto a leggere l'ora, vi sbagliate di grosso. 
Sottoposto alle oscillazioni delle tendenze femminili, questo accessorio è un must have anche per l'estate 2018. Ma quali sono i modelli più gettonati? Tra i trend della primavera estate 2018 rientrano linee pulite, un design senza fronzoli e colori forti, che mettano l'accento sui look estivi. I modelli Hoi Watch per l'estate 2018 incarnano perfettamente lo stile pop, informale ma chic di questo accessorio. Con morbido cinturino in gomma, disponibili in 12 varianti di colore, gli Hoi Watch danno un tocco spensierato e chic al look dell'estate. Indossali al lavoro e nel tempo libero, e cambia il cinturino per abbinarlo di volta in volta al tuo outfit. I colori dell'estate 2018? Senza dubbio il bianco ghiaccio, perfetto per risaltare l'abbronzatura (se ce l'hai!). Da tenere sott'occhio anche le nuance più intense, dall'ultraviolet colore Pantone 2018 al blu mare che ti porta in vacanza anche quando le ferie sono ancora lontane. E poi tutte le tonalità pastello, dal rosa al lilla, che attirano gli sguardi sul polso. Usali per accendere un look dai toni neutri.
Gli orologi da donna Hoi Watch sono tutti waterproof: portali con te anche al mare o in piscina ;)





Si ringrazia l'ufficio stampa Twins Pr

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