Perché fare un viaggio all'estero - da solo - ti cambierà la vita

15 ottobre 2018


Ne ho parlato diverse volte e credo che non smetterò mai: il mio viaggio in Cina con AIESEC è stata l'esperienza che ha maggiormente modellato la persona che sono oggi. Dopo diverse domande in merito alla mia esperienza in quell'estate del 2012 vi spiegherò perché fare un viaggio all'estero è così importante nella vostra vita personale e professionale. 
Io sono partita con AIESEC Palermo, che fa parte della più ampia rete AIESEC, un'associazione studentesca senza scopo di lucro presente in ben 126 Paesi del mondo. Ho deciso di fare un viaggio all'estero da sola al primo anno di università, quando avevo appena iniziato a studiare la lingua cinese e non avevo idea di cosa significasse viaggiare da sola (a malapena sapevo cosa significasse viaggiare), convivere con persone di un altro Paese, che parlano un'altra lingua, che hanno un altro background culturale. Ho finito per organizzarmi con una mia collega, con cui ho condiviso parte del viaggio per poi dividerci e continuare da sole l'esplorazione dell'immensa Cina. E nonostante la paura paralizzante, la solitudine e le difficoltà affrontate, continuo a pensare che viaggiare da sola, soprattutto a vent'anni, sia stata l'esperienza più importante della mia vita. Ecco perché fare un viaggio all'estero, soprattutto da solo, ti cambierà la vita in ogni senso. 

- Perché a volte si può viaggiare per ritrovare se stessi. E non importa quanta meditazione, quante sedute di yoga, quanti film al cinema tu abbia mai visto in completa solitudine. Non sarai mai veramente solo finché non ti ritroverai circondato da venti milioni (!!!) di persone che non parlano la tua lingua.

- Perché fare un viaggio all'estero da universitario formerà la tua mente come nessun libro potrebbe mai fare. Incontrare il diverso, sedersi alla sua tavola, fare colazione con spaghetti di soia immersi in una gelatina di fagioli (?) è qualcosa che non si può comprendere finché non la si vive. 

- Perché chi viaggia da solo può veramente imparare una lingua in quattro settimane. Forse non conoscerai tutte le regole grammaticali, non sarai in grado di leggere un quotidiano, ma in quattro settimane dall'altra parte del mondo imparerai - volente o nolente - a comprendere e farti comprendere. 

- Perché chi viaggia impara. Tutto e di tutto. Impara a cavarsela da solo, a mettere in discussione tutto ciò che conosce, a mangiare le verdure perché non capisce da quale animale provenga la carne nel piatto (tratto da una storia vera).

- Perché viaggiare ti rende più intelligente. Dico davvero. Non ho idea di quale sia la spiegazione scientifica dietro tutto ciò, ma conosco una ragione sociologica per cui viaggiare da solo all'estero ti renderà più intelligente: perché conoscerai, come dicevo prima, di tutto e di più. Imparerai che tutto ciò che hai fatto, visto, letto, conosciuto è solo una microscopica parte di quanto si possa fare, vedere, leggere, conoscere nella vita. 

- Perché viaggiare da soli vuol dire viaggiare per condividere. Soprattutto chi viaggia durante gli anni dell'università, magari con un progetto di volontariato come quelli di AIESEC, incontrerà decine e decine di coetanei che fanno la stessa cosa. Che prendono le valigie e partono per cambiare il mondo, o anche solo se stessi. Con quei coetanei potrai condividere prospettive, tradizioni, credenze e valori diversi - e scoprire quanto queste possano arricchire la tua vita e la tua anima. 

- Perché a volte è utile viaggiare come terapia. Per un lutto o un trauma, un cambiamento improvviso nella tua vita o un momento di crisi. Prendi la valigia e vai, scoprirai che la vita va avanti, ovunque, e nel mondo c'è un posto anche per te, un posto in cui anche la tua vita potrà andare avanti. 

- Perché viaggiare per il mondo spendendo poco è possibile. Lo so, non tutti possono prendere un biglietto aereo per Pechino e partire all'avventura. Ma puoi viaggiare spendendo poco e vivere un'avventura straordinaria lo stesso. Ci sono associazioni che organizzano viaggi per universitari, tutti spesati in cambio del tuo coinvolgimento in progetti di volontariato. E non sempre è necessario andare dall'altra parte del mondo: puoi viaggiare, cambiare la vita degli altri e la tua anche con un'ora di aereo. Informati, viaggia, scopri. 




Come "Circe" di Madeline Miller (prossimo all'uscita in Italia) ha riscritto la mitologia greca in chiave femminista

10 ottobre 2018


La maga Circe è uno dei personaggi più conosciuti della mitologia greca. Una delle protagoniste femminili dell'Odissea, la strega dell'isola di Eea (in greco Aiaia) che trasformò i compagni di viaggio di Ulisse in maiali è una figura spaventosa, dea terribile e strega malvagia, un'antagonista nell'eroica avventura di Ulisse. O forse no? La prossima uscita italiana del libro "Circe" ha riaperto il caso su questa figura femminile (e femminista).
"Circe" di Madeline Miller, secondo libro dell'autrice statunitense dedicato alla mitologia greca, racconta infatti una storia diversa da quella che conosciamo nel decimo libro dell'Odissea. Reduce dal successo de "La canzone di Achille", nel quale narrava la presa di Troia dal punto di vista di Patroclo e che le ha fruttato un Orange Prize, la Miller ha fatto di nuovo colpo. Prende stavolta l'Odissea, un'altra delle opere di riferimento della mitologia greca, e ne stravolge anche qui il punto di vista: a narrarci la sua conoscenza con Odisseo e i suoi compagni di viaggio è proprio la maga Circe, dea che nella sua vita secolare ha subito ogni genere di sopruso. Figlia del titano Elio e della ninfa Perseide, la Circe di Madeline Miller inizia a raccontarci la sua storia dall'infanzia. Tra le sale del palazzo di Elio scopriamo una bambina sola, emarginata, la cui voce e i cui desideri somigliano troppo a quelli degli umani e sono detestati dagli dei suoi parenti. In quei corridoi e poi sull'isola Eea incontreremo la storia di Prometeo e della sua punizione eterna; della trasformazione di Scilla e Cariddi in mostri divoratori di marinai; Giasone e il vello d'oro e la sua tremenda sposa Medea; il fascino e furore divino di Ermes, Atena, Zeus e Apollo; Dedalo e la tragedia di suo figlio Icaro; il Minotauro e l'unica creatura che riuscì a volergli bene, Arianna. 
La mitologia greca è rivisitata da una prospettiva femminista, in cui la maga Circe diventa donna fragile, figlia bisognosa di attenzioni, madre protettiva, amante appassionata, amica che sa difendere il girl power. Il picco emotivo del libro si tocca intorno alla storia tra Circe e Ulisse e alla nascita del figlio, di cui l'eroe di Itaca non seppe mai nulla finché non fu troppo tardi. Con una prosa affascinante e magica quanto i pharmaka di Circe, Madeline Miller affronta tematiche femministe e dalla rilevanza attuale: i predatori sessuali e la depressione post-partum, la furia cieca di una vittima verso chiunque sia un potenziale carnefice, l'ineluttabilità del destino, la solitudine di una donna che (forse) è stata molto più fragile e molto più forte di come la mitologia tramandata dagli uomini abbia voluto farci credere. 

"Circe" di Madeline Miller è attualmente disponibile in inglese sui maggiori store di libri online, mentre l'uscita italiana curata da Sonzogno è prevista per i prossimi mesi. 


L'edizione inglese di "Circe" di Madeline Miller, Bloomsbury

L'autrice Madeline Miller

L'edizione americana di "Circe" di Madeline Miller, Time Warner

Sfilate Milano 2018: gli stilisti emergenti e i brand che hanno sfilato al BINF Fashion Show

8 ottobre 2018

Backstage dal BINF Fashion Show

Anche le sfilate di Milano 2018 hanno visto la partecipazione di stilisti italiani e non alle prese con la loro prima collezione o con una delle loro prime sfilate di modaStilisti emergenti e brand che si stanno affermando nel sistema moda sono stati raccolti, per la dodicesima edizione, nel BINF Fashion Show. Una due giorni di sfilate a Milano, nel cuore della città della moda e della Fashion Week meneghina, che ha puntato i riflettori su stilisti e brand emergenti. 

Il primo giorno di sfilate a Milano è stato presentato Admiral, nato a Mosca nel 1995. La stilista dal cuore eclettico infonde nel suo brand l'amore per i viaggi, la musica e l'arhitettura, per abiti su misura che oggi sono realizzati interamente in Italia. Altra protagonista del BINF Fashion Show è stata Chiara Fornellistilista italiana che realizza le sue collezioni traendo ispirazione dalla bellezza classica, dalla natura e dalla sua Napoli. Dyanthus ha invece presentato alle sfilate di Milano la sua idea di pelletteria e borse di lusso. Spariscono i concetti di trend e status symbol e rinasce l'amore per l'artigianato puro, realizzato su commissione, che ha reso la moda italiana famosa in tutto il mondo. KEY LOOK 1916 nasce dall'idea della stilista italiana d'adozione Oksana Keylook. Partendo dal suo amore per la moda e il design, realizza capi iperfemminili che lasciano il segno. Infine la linea Violetta Nakhimova ha portato in passerella alle sfilate di Milano una donna di carattere, amante del lusso e dei colori forti.

Sfilata Chiara Fornelli

Dyanthus primavera estate 2019

Total look sfilata Admiral

Total look sfilata KEY LOOK 1916

Abito da sera primavera estate 2019 Violetta Nakhimova


Nel secondo giorno del BINF Fashion Show sono stati 6 i brand presenti in sfilata. Il primo in passerella è stato Veronicka, brand firmato dalla giovane stilista. Ispirandosi alle opere di Yayoi Kusama, al surrealismo di Joan Mirò, al mondo fantastico di Federico Herrero, la designer fonde il tutto in una sfilata di moda incentrata sulla geometria delle forme e l'essenzialità dei colori. La sfilata alla Milano Fashion Week prosegue con Claudia Bruschini Couture, il brand dell'omonima designer ed erede di una famiglia di stilisti. La collezione primavera estate firmata eVa M prende ispirazione dalla prima donna, dalla femminilità primigenia da cui nascono la purezza e il peccato, il romanticismo e la ricercata personalità femminile. RED CIRCLE è il nome della collezione primavera estate 2019 presentata da Haif Anngy al BINF Fashion Show. Caratterizzata dall'incontro tra culture ancestrali e forme contemporanee, la linea si contraddistingue per l'attenzione ai dettagli e lo stile couture. Le texture, i tessuti e le stampe che Ludovica Misso sceglie per la sua sfilata di moda, invece, arrivano dai viaggi intorno al mondo e in particolare dalle suggestioni affascinanti di Marrakesh. Infine, lo stilista italiano Paolo Venier presenta la sua collezione primavera estate 2019. Un tripudio di linee tratte dallo streetstyle, ma rese contemporanee dall'uso di materiali organici come il jersey e la felpa di cotone 100%.

Total look Ludovica Misso

Paolo Venier primavera estate 2019

Sfilata Veronicka

Sfilata eVa M

Abito da sera primavera estate 2019 Haif Anngy

Sfilata primavera estate 2019 Claudia Bruschini

Foto Courtesy: BINF Fashion Show - Business in Fashion

Serie tv da vedere assolutamente: Atypical, la storia del ragazzo autistico che è anche una commedia familiare

5 ottobre 2018


Ci sono serie tv da vedere assolutamente, qualunque sia la vostra preferenza in fatto di generi e temi trattati. Per me, Atypical è una di queste. Ammetto di averla iniziata adesso, con l'uscita della seconda stagione a inizio settembre, perché lo scorso anno era proprio passata oltre il mio radar da serie tv addicted
La serie originale Netflix è incentrata su Sam, ragazzo affetto da autismo ad alto funzionamento, ed è stata criticata ed elogiata per quello che ha fatto per i ragazzi autistici. Il pregio della serie, secondo me, sta nell'affrontare l'argomento non come il fulcro principale delle storie e degli intrecci, ma come soltanto una delle mille caratteristiche che costituiscono una famiglia americana, in fondo, normale. Certo, il comportamento e il carattere dei quattro membri della famiglia e dei loro amici è influenzato dall'autismo di Sam e dalle sfide che questa patologia comporta, ma in fondo quelle dei Gardner sono avventure normali, che qualsiasi commedia familiare ci ha portati a conoscere bene e a interpretare, quando vediamo le stesse dinamiche applicarsi alle nostre reali, normalissime e incasinatissime vite domestiche. 
Sam è un diciottenne il cui autismo ad alto funzionamento gli pone sfide da affrontare ogni giorno. Ma è anche un adolescente come tanti, attratto dalle ragazze e desideroso di relazioni sentimentali autentiche, infastidito dall'interferenza dei genitori e desideroso di occuparsi di sua sorella minore, con cui litiga, scherza, si confida come ogni ragazzo della sua età. La madre Elsa vive la tragedia di ogni madre quando i pargoli arrivano alle soglie dell'adolescenza: lasciarli andare, accettare di essere più una presenza indispensabile nelle loro vite. Il padre affronta male, ma facendo del suo meglio, il rapporto con un figlio che avverte lontanissimo e una figlia con cui condivide tutto, ma ama entrambi allo stesso modo. Infine Casey, la sorella minore di Sam, è forse il personaggio più interessante della serie tv Netflix: l'unica che tratti il ragazzo autistico come qualsiasi sorella tratterebbe suo fratello. Nonostante ciò, la responsabilità di occuparsi di Sam pesa su di lei come sui genitori, mentre anche per lei iniziano i primi approcci con il sesso, l'amicizia, le problematiche scolastiche che ogni adolescente affronta negli anni del liceo. 
Atypical prende tutti questi elementi e li applica alla situazione di un ragazzo con autismo ad alta funzionalità, utilizzando le piccole ossessioni e manie, le difficoltà relazionali e il desiderio di rapporti autentici di Sam come lente d'ingrandimento della commedia familiare. Le avventure della famiglia Gardner, della terapista Julia, dell'amico Zahid e della fidanzata Paige non virano mai sul retorico, in questo dramma/commedia che racconta l'autismo con leggerezza ma senza superficialità.
Non potrei mai capire le difficoltà e la vita reale di un ragazzo autistico né della sua famiglia, ma questa serie tv è da vedere perché aiuta a comprendere l'autismo non solo sotto la forma di una patologia complessa, che pone nuove sfide quotidiane a chi ne soffre e a chi lo vive attraverso l'esperienza dei propri cari, ma come la caratteristica di un ragazzo normale. Quella di Sam è una lente diversa attraverso cui guardare il mondo, ma quello che vede sono le stesse cose che vediamo tutti: la famiglia e l'amore, la scuola e l'amicizia, i desideri per il futuro e il senso di spaesamento dell'adolescenza. 
Spero che qualcuno di voi, che magari conosce bene la patologia, voglia scrivermi cosa ne pensa e se ha trovato questa serie tv Netflix, scritta da Robia Rashid (già scrittrice e produttrice di How I Met Your Mother e I Goldbergs) in qualche modo offensiva o sensibile nei confronti di chi soffre di autismo





Blackkklansman: l'agghiacciante attualità dell'ultimo film di Spike Lee

3 ottobre 2018

John David Washington e Adam Driver in una scena del film

"DIS JOINT IS BASED UPON SOME FO’ REAL, FO’ REAL S***T." Con questa frase comincia Blackkklansman, l'ultimo film di Spike Lee che tutti hanno visto ma di cui nessuno conosce il titolo. "Tutti entrano qui e mi chiedono un biglietto per l'ultimo film di Spike Lee, sei la prima a dirmi il titolo esatto" mi ha detto la cassiera del cinema di Milano in cui ho visto il film. E questo spiega un po' tutto. Quella prima frase e il fatto che questa commedia dai toni dark (o questo film drammatico dai toni comici?) venga identificato come un film di Spike Lee
La sceneggiatura, tratta dal libro autobiografico di Ron Stallworth, è esattamente ciò che serviva al regista per ritornare nel mondo del cinema col botto (Blackkklansman ha vinto il Gran Prix della giuria di Cannes 2018 e si vocifera di diverse nomination ai prossimi Oscar). Ron Stallworth, il poliziotto protagonista (interpretato da John David Washington in una performance esilarante) è primo afroamericano nel corpo della polizia di Colorado Springs. Sono gli anni '70 e il conflitto, presente seppur attutito nella piccola cittadina, tra KKK e Black Panther, si svolge in parallelo al suo conflitto personale. Un nero e un "porco", come i Black Panther definiscono i poliziotti, possono convivere nella stessa persona? La domanda non ha mai sfiorato il detective Flip Zimmerman (un Adam Driver che se a 'sto giro non prende qualche nomination seria m'arrabbio), ebreo di nascita ma non di religione, che si trova suo malgrado a collaborare con Ron in una missione suicida. Un nero e un ebreo tentano di infiltrarsi nel Ku Klux Klan. Sembra una barzelletta, come fa notare la recensione di Blackkklansman su Cineforum, invece è una storia vera, e una missione di successo. 
Spike Lee usa tutta la sua verve, la sua rabbia e il suo umorismo per raccontarci, attraverso l'America degli anni '70, l'America di oggi. Usa la chimica straordinaria tra John David Washington e Adam Driver, che lavorano su un perfetto tandem di personalità, voci, movenze, così come i loro personaggi. Usa due personaggi femminili diametralmente opposti, interpretati da Laura Harrier e da Ashlie Atkinson, che danno al film rispettivamente la drammaticità della ragione e la leggerezza quasi frivola del razzismo, un equilibrio perfetto su cui si fonda tutta la trama. I cattivi, capitanati da Topher Grace nel ruolo di David Duke, sono fantocci, ridicolizzati fino allo sfinimento, fino a farti dimenticare che questa è una storia vera e c'è poco da scherzare. Te lo ricordano le immagini finali, che non vi svelo qui perché, se non avete ancora visto il film, vorrei che provaste il mio stesso sgomento. 
Quando esco dal cinema o finisco di guardare un film sul divano di casa, sono un fiume in piena. In un minuto e mezzo analizzo, critico, mi esalto, noto errori di sceneggiatura e meraviglie cinematografiche. Stavolta no. All'uscita dal cinema, dopo aver visto Blackkklansman, sono caduta in un silenzio lunghissimo. Sono rimasta terrorizzata da questo film, che ti prende in giro con le capigliature afro e i pantaloni a zampa, le camicie a quadri e le discoteche anni '70, e intanto ti scava dentro, lasciando in fondo all'anima piccoli indizi per ricostruire il puzzle finale. David Duke e i componenti del Ku Klux Klan (compreso Zimmerman, che si pone qualche domanda sulla sua identità solo dopo aver negato l'Olocausto davanti a loro per non far saltare la copertura) pronunciano frasi che abbiamo sentito di recente. America First e Make America Great Again sono le più ovvie, quelle che ci rimandano immediatamente all'immagine di Trump (contro il quale Spike Lee ha parlato duramente in conferenza stampa a Cannes). Ma non solo: le parole, le frasi, le espressioni razziste che il KKK utilizza in maniera quasi ossessiva durante tutto il film, sono frasi che sentiamo e leggiamo spesso. Non le ripeterò qui. Le sentite dal vostro vicino di casa, da un amico o dal passante in metropolitana, le leggete sulle bacheche dei vostri amici di facebook. Blackkklansman non racconta l'America degli anni '70, racconta il mondo inquietante e feroce in cui viviamo oggi. Un mondo che mi terrorizza e che per un momento, sì, mi ha fatto dimenticare di parlare dei capelli di Adam Driver.*

*vedi le mie storie su Instagram per ulteriori approfondimenti su questo serissimo tema. 

John David Washington, Spike Lee e Adam Driver al Festival di Cannes

Topher Grace in una scena del film

Balckkklansman vince il Gran Premio della Giuria a Cannes

John David Washington, Laura Harrier, Adam Driver, Spike Lee alla prima di Blackkklansman a Cannes

Adam Driver e John David Washington in una scena del film

John David Washington e Laura Harrier in una scena del film


Adam Driver in una scena del film

Armani, Versace, Dolce & Gabbana: le 3 sfilate di Milano (+1) più discusse in questa Fashion Week 2018

1 ottobre 2018

Sfilata Dolce & Gabbana

Se la Settimana della Moda di Milano è sempre stata una delle più amate del mondo, è grazie ad alcuni degli stilisti e delle griffe internazionali che hanno portato il made in Italy e il suo gusto in giro per ogni angolo del globo. Anche in questa edizione di sfilate di Milano di settembre 2018, a far parlare di sé sono stati soprattutto i grandi nomi, tutti per motivi diversi. Ecco le 3 sfilate (+1) che hanno dominato il discorso intorno alla Milano Fashion Week 2018. 

 1 (+1). Sfilate Emporio Armani e prima linea: it's Armani, baby!
Che Re Giorgio faccia parlare di sé è ormai routine. Che ad attirare l'attenzione sia la sfilata seconda linea, invece, è una novità. A dominare il calendario della Milano Fashion Week di settembre 2018, infatti, è stata la sfilata-evento Emporio Armani. Seguendo il filone di altri stilisti prima di lui, Giorgio Armani sceglie una location che fa discutere: la sfilata Emporio Armani si svolge all'aeroporto di Linate, con tanto di check-in e controllo passaporti per gli invitati. Tra abiti parka, pantaloncini e look casual, la sfilata si fa notare più per lo show che per la collezione: nessuno aveva mai sfilato in aeroporto, e per completare la serata Armani ha regalato agli invitati un concerto di Robbie Williams a sorpresa. 
Più incentrata sulla collezione primavera estate 2019, la sfilata Giorgio Armani prima linea ha incantato invece per l'eleganza raffinata con la quale il Re della moda italiana fa sempre centro. 

Sfilata Giorgio Armani

Sfilata Giorgio Armani

Sfilata Giorgio Armani

Sfilata Emporio Armani

Sfilata Emporio Armani

Sfilata Emporio Armani


2. Versace, la sfilata e la cessione a Michael Kors.
Anche qui, la sfilata Versace primavera estate 2019 presentata alla Milano Fashion Week ha fatto parlare di sé più per il brand che per gli abiti in passerella. Donatella Versace ha fatto un buon lavoro, addolcendo le linee da amazzone tanto care alla griffe italiana per fare spazio a un target più ampio, dotandolo di abiti fluttuanti e sportwear, cotte di maglia e minidress in pelle. Nessuno però, durante la sfilata Versace, ha parlato della sfilata Versace. Tutti gli occhi erano (e sono ancora) fissati sulla cessione del marchio al gruppo Michael Kors, che segna l'ennesimo passaggio di una firma del made in Italy in mani non italiane. Tutto il mondo è paese, la moda è una questione globale, ma il cuore soffre un po' a pensare che anche questa nostra eccellenza sia ora in mani americane. Anche se Donatella Versace rimane direttrice creativa, per assicurare continuità.

Sfilata Versace

Sfilata Versace

Sfilata Versace

Sfilata Versace

Sfilata Versace


3. Sfilata Dolce & Gabbana: siamo tutti Re e Regine (davvero?) 
Se c'è una cosa il duo di stilisti italiani sa fare bene è diffondere il concetto di diversità. Non tanto nelle collezioni, onestamente uguali a sé stesse da diverse stagioni, ma di certo nei corpi e nelle vite che quegli abiti avvolgono. Stavolta la spettacolarità della sfilata Dolce & Gabbana è stata ridimensionata a favore del significato della collezione primavera estate 2019: siamo tutti Re e Regine delle nostre vite, indipendentemente dalla nostra taglia, dal nostro genere, dalla nostra età e dallo stile di vita di ognuno di noi. Chissà se è davvero quello che pensano gli stilisti, quando passano il proprio tempo libero a fare body-shaming su una popstar ventiseienne molto bella, che soffre di una malattia cronica e nonostante ciò è un grande esempio per le ragazze e le donne di tutto il mondo. Boh. 

Sfilata Dolce & Gabbana

Sfilata Dolce & Gabbana

Sfilata Dolce & Gabbana

Sfilata Dolce & Gabbana

Sfilata Dolce & Gabbana

Foto da Vogue.com

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