Paris Haute Couture - Dior, Chanel

11:10:00 Giovanna Errore 0 Comments

Si può andare in overdose di idee? Dev’essere successo questo a Raf Simons, il direttore artistico di Dior che nelle collezioni passate ci ha fatto sognare, e stavolta … ci ha lasciati confusi e disorientati. Il suo progetto, ha spiegato a Suzy Menkes e agli altri giornalisti nel backstage, era di rappresentare in un solo show tre epoche d’oro: «il romanticismo degli anni ’50, il coraggio dei ’60, la libertà dei ‘70». E in effetti la collezione presenta elementi provenienti dalla storia stilistica di queste tre decadi. Si passa dai cappotti in plastica trasparente meravigliosamente dipinti, agli altissimi stivali in vinile dai colori accesi, dalle silhouette a ruota con stampe fiorate alle gonne-portafoglio, dalle jumpsuit multicolor ai total look rigati e ricoperti di paillette. C’è anche spazio per l’ispirazione futurista che ha accompagnato la sfilata Esprit di Tokyo (vi ricordate?). Infine, gli abiti sognanti, i volumi ampi che monsieur Christian ci ha insegnato ad amare, a righe coloratissime nelle nuance più accese o nelle sfumature pastello. Il tutto immerso in un’atmosfera strepitosa e realizzato – su questo non c’erano dubbi – con la cura e l’attenzione che una sfilata d’alta moda merita. Se presentati separatamente, tutti questi elementi avrebbero entusiasmato critici, giornalisti, blogger e anche noi che desideriamo solo poter catturare un sogno e farlo nostro. Ma così, la collezione risulta disomogenea, disordinata, confusionaria. Un peccato, anche un piccolo dolore.




Appena finisce una qualunque sfilata di Chanel, i social network, il web, in alcuni casi anche le riviste e sicuramente moltissime menti dedite alla moda si riempiono di una sola domanda: “Chissà se Coco Chanel avrebbe apprezzato”. Forse perché Coco (mi permetta di chiamarla per nome, Mademoiselle) è nell’immaginario collettivo un’icona più che un’artista, un ideale più che una persona. Riviviamo la sua personalità tramite i tailleur in tweed, le giacche con quattro tasche, il tubino nero e la 2.55. Se Coco Chanel fosse ancora tra noi, la collezione Haute Couture SS15 sarebbe stata ben diversa, come pure tutte le altre. Più bella? Più brutta? Più colorata, meno colorata? Più classica, più moderna? Non lo so, ma sicuramente diversa. Perché nonostante continuiamo a pensare a lei cristallizzata in quei capi che conosciamo e amiamo, se avesse vissuto più a lungo il suo stile sarebbe stato sicuramente influenzato dai tempi, dalla società, dalla storia, dalle esperienze che avrebbe vissuto. Oggi c’è Karl, e credo che il suo sia un lavoro strepitoso. Riesce, come un funambolo, a mantenere il delicato equilibrio tra l’identità della maison e il suo personale estro creativo. Il risultato sono dei tailleurini in tweed adorabili, dalle linee pulite come piacevano a Coco, ma dai colori vivi e allegri, movimentati in alcuni casi da lunghe frange. Completi bianchi profilati in nero, che portava lei stessa, ma con tagli diversi. Cappellini a tesa larga e beanie contornanti di veletta, per un’aria retrò ma figlia dei nostri tempi. Come non amare il tripudio di fiori che sbocciano sulle maniche, sugli orli dei soprabiti, sui crop top e sulle gonne longuette? Chiude la sfilata la regina del giardino, sposa della natura e del buongusto, vestita di fiori e luccicante di candore. Se sarebbe piaciuta a Coco non so proprio dirlo, ma in quel giardino lussureggiante e prezioso per molte di noi è sbocciato l’amore.






Si può andare in overdose di idee? Dev’essere successo questo a Raf Simons , il direttore artistico...

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